Nessuno stop: altri 38 progetti “dual use” tra gli atenei Ue e Israele
di Ludovica Jona, Maria Maggiore, Konstantina Maltepioti, Ana Lazaro, Leila Minano, Erell Renaudeau*
Partner di università legate alla Difesa
Il 23 settembre 2025 è una data importante per gli studenti dell’università di Bologna che hanno partecipato agli accampamenti e alle manifestazioni per la Palestina: il Senato accademico approva una risoluzione dove si impone all’ateneo di “interrompere ogni formale relazione e collaborazione con università, istituzioni e aziende israeliane, fatti salvi progetti di ricerca esistenti non ascrivibili al dual use”. Ma la soddisfazione per il risultato raggiunto, dura poco.
Tre mesi dopo questa decisione, l’Università fa dietrofront, restando partner, tra gli altri, del nuovo progetto NeAixt, finanziato da Horizon Europe (il programma di ricerca dell’Ue da 95 miliardi di euro), per lo sviluppo di una tecnologia avanzata di IA, utilizzabile nel settore della difesa. Il progetto include l’azienda israeliana Weebit Nano, una società di produzione di semiconduttori, membro del consorzio Nemo guidato da Elbit, uno dei principali produttori di armi israeliani. La società ha risposto a Investigate Europe e Reporters United che “il suo ruolo nel consorzio Nemo si è concluso all’inizio del 2026 e che “in nessun momento Weebit ha trasferito, concesso in licenza o divulgato la propria proprietà intellettuale, tecnologia proprietaria o know-how a Elbit Systems” o ad altri membri”.
Sulle contraddizioni tra la partecipazione a NeAixt e gli impegni presi dal Senato accademico, l’ateneo di Bologna ha invece risposto che “un ente pubblico italiano non può porsi in contrasto con gli obblighi vigenti assunti dalla Repubblica italiana sul piano internazionale e sovranazionale”, per evitare “profili di illegittimità”. Nei documenti ricevuti dopo una richiesta di accesso agli atti si legge che nel dicembre 2025 il Consiglio di amministrazione di UniBo ha deciso di limitare l’applicabilità della risoluzione approvata tre mesi prima dal Senato accademico “ai casi che non comportano per l’ateneo un rischio finanziario o di contenzioso, o una perdita di opportunità scientifica”, perché “il ritiro della partecipazione da progetti in corso, può avere importanti conseguenze, sia in termini finanziari, sia di potenziale contenzioso con le istituzioni sovranazionali e israeliane”. Eppure l’università olandese di Delft è riuscita a ritirarsi dallo stesso progetto europeo, NeAIxt, iniziato a settembre 2025, senza conseguenze.
“Quando scriviamo le mozioni sul boicottaggio, ci rifacciamo a una normativa europea e nazionale e allo statuto di ateneo. Ma poi gli organi si esprimono in modo contrario: come se ripudiassero le norme che loro stessi hanno creato”, dice Elena Subert, rappresentante studenti nel Senato accademico UniBo. Ma non finisce qui. A marzo 2026 l’università di Bologna ha avviato come ente coordinatore – dunque con la facoltà di scegliere i partner – un progetto con un’altra controversa università israeliana, la Reichmann, che durante gli attacchi a Gaza, ha dichiarato di essersi “mobilitata per unirsi allo sforzo bellico”.
La Reichmann ospita anche un istituto specializzato in antiterrorismo, che fornisce servizi pratici in materia di sicurezza, valutazione delle minacce, simulazione e addestramento a clienti provenienti dal settore governativo, dei servizi di intelligence, delle forze dell’ordine e militare. Con Bologna, l’Università Reichman lavorerà allo sviluppo di “tecnologie protesiche”, mentre lo “sforzo bellico” cui si vanta di aver contribuito, ha provocato “oltre 6,000 amputati a Gaza”, soprattutto bambini (dati Oms settembre 2025).
L’analisi di Investigate Europe e Reporters United rivela che a maggio 2026, gli enti israeliani partecipavano a 793 dei 19.203 progetti firmati di Horizon Europe – ovvero circa uno su 24 – l’80% dei quali coinvolge enti israeliani legati al settore della difesa o a organismi statali come il ministero della Difesa. I progetti finanziati dall’Ue vanno dall’intelligenza artificiale per l’identificazione del nemico, al controllo delle frontiere, ai microchip, tecnologie fondamentali nel settore della difesa.
Dopo la decisione della Corte internazionale di Giustizia del gennaio 2024 sul rischio di genocidio a Gaza, alcune università – su pressione degli studenti – hanno annunciato di voler interrompere le collaborazioni con le università israeliane. Ma 386 università europee sono attualmente ancora coinvolte in 205 progetti di ricerca con entità israeliane. Di queste 34 in Spagna, Paesi Bassi, Italia e Belgio hanno sottoscritto 38 nuovi progetti Horizon Europe con enti israeliani legati al settore della difesa per un finanziamento di almeno 15 milioni di euro.
In Olanda, l’Università di Groningen è coordinatore del progetto React, con possibili finalità dual use, insieme al controverso Istituto Technion di Haifa che impiega per questo progetto il gruppo di lavoro del professore di Ingegneria Shahar Kvatinsky, un colonnello dell’esercito israeliano che ha prestato servizio a Gaza e in Libano dopo il 7 ottobre 2023. Un anno fa, dopo la pubblicazione, nel giornale olandese De Trouw, delle foto del colonnello-professore Kvatinsky – ancora disponibili sul suo profilo Facebook – in uniforme militare, davanti alle macerie di Gaza o seduto in una sala operativa insieme ad altri militari e al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, gli atenei di Groningen e Eindhoven (altro membro del progetto) hanno annunciato il loro stop a React. Tuttavia, due settimane dopo l’annuncio, i due atenei olandesi sono tornati indietro sulle loro decisioni, promettendo di creare un Comitato di valutazione dei “partenariati sensibili”. Che non è ancora operativo. Nel frattempo però Groningen riceve 915 mila euro per questo progetto e Eindhoven 593 mila.
Il Technion ha svolto, dalla sua creazione nel 1948, un ruolo centrale nel settore militare israeliano, sviluppando tecnologie per i produttori di armi Elbit e Israel Aerospace Industries, tra cui i bulldozer telecomandati D9 utilizzati dall’esercito israeliano di occupazione (Iof) e gestisce l’Advanced defense research institute (Adri), creato per collegare la ricerca accademica con l’Iof. Il suo direttore, Jacob Nagel, a capo del comitato per la strategia di sicurezza di Netanyahu nel 2024, ha affermato che i suoi ricercatori “hanno rapidamente trasformato concetti accademici in soluzioni operative per il campo di battaglia”, tra cui sciami di droni, difesa informatica e robotica da campo di battaglia. Groningen, coordinatore di React, ha scritto a Investigate Europe: “Se riceveremo una nuova domanda per un progetto Horizon Europe da soggetti legati al complesso militare-industriale israeliano, sarà valutata da un ente creato per l’analisi dei “partenariati sensibili”. Stessa procedura seguita da Eindhoven. Né l’istituto Technion né il professore Kvatinsky hanno risposto alle domande di Investigate Europe e Reporters United.
Nonostante “le attività di ricerca e innovazione finanziate in Horizon Europe, fino al 2027, debbano essere orientate ad applicazioni esclusivamente civili”, la stessa commissaria alla Ricerca della Commissione europea, Ekaterina Zaharieva, a ottobre 2025 ha ammesso che i risultati dei progetti del programma europeo “potrebbero essere trasformati in tecnologie con un potenziale di doppio uso (civile e militare)”.
Le ragioni per cui le università continuano a mantenere legami con entità israeliane, nonostante le proteste diffuse e la condanna pubblica, sono molteplici, ma evidenziano la realtà economica che molte università devono ora conciliare con le considerazioni etiche. Con la crescente scarsità di fondi e il forte calo, in tutta Europa, dei finanziamenti pubblici il ritiro – o la non adesione – a un progetto comporta conseguenze anche sul lungo periodo.
“Entrare in un consorzio è estremamente difficile a meno che non si venga presentati da qualcuno che ne fa già parte”, spiega Gaetano Salina, fisico presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare italiano, affiliato all’Università di Roma Tor Vergata. “Intorno ai progetti europei si sono formate comunità chiuse: gli stessi enti, le stesse università, gli stessi flussi di finanziamento che rimangono costanti nel tempo. In molti casi, i progetti sono essenzialmente delle torte da spartirsi”, aggiunge Salina Il timore di essere esclusi dai progetti futuri grava pesantemente sulla ricerca europea, secondo Maria José Lera, membro della Rete universitaria per la Palestina e docente associata presso l’Università di Siviglia. “Alla fine Israele avrà i soldi, il progetto va avanti e siamo noi a rimetterci. Inoltre, potrebbero considerarci partner inaffidabili e non rivolgersi più a noi in futuro”.
L’Università di Gand, in Belgio, ha stimato che il ritiro unilaterale da tutti i progetti Horizon costerebbe all’ateneo alcune decine di milioni di euro, troppo per un piccolo ateneo. Nel marzo 2026, è diventata una delle pochissime università a riuscire a uscire da un progetto per il coinvolgimento di un partner israeliano. Ciò è stato possibile solo dopo aver trovato un partner sostitutivo e aver ottenuto l’approvazione della maggioranza dei membri del consorzio, secondo fonti vicine al procedimento. Gli studenti attivisti dell’università esprimono frustrazione: «I testi legislativi forniscono una base giuridica per sospendere o recedere se i principi etici non vengono rispettati. Perché stiamo ancora aspettando?”, ha dichiarato Jarkko, uno studente coinvolto nelle proteste a Investigate Europe e Reporters United.
Mentre infuriavano gli attacchi su Gaza, l’università di Granada ha deciso di difendersi in una lunga battaglia legale per sospendere la collaborazione con enti israeliani coinvolti in progetti di ricerca dell’Unione europea del valore di svariati milioni. Il caso, di grande risonanza, è giunto alla Corte Suprema di Madrid, dopo una lunga battaglia con l’Acom (Azione e Comunicazione in Medio Oriente), un gruppo di pressione filo-israeliano che ha tentato di bloccare la decisione. La sentenza non è prevista prima del prossimo anno. L’esito potrebbe costituire un precedente sulla possibilità per le università spagnole di invocare la difesa del diritto internazionale in casi
*Investigate Europe e Reporters United
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