Gli uomini della squadra mobile di Campobasso sono entrati all’interno degli studi del marito di Antonella Di Ielsi e del papà di Sara, le due donne avvelenate con la ricina lo scorso Natale
Gli uomini della Squadra mobile di Campobasso hanno perquisito i due studi di Gianni Di Vita, il papà e marito delle due donne morte avvelenate dalla ricina lo scorso dicembre. Prima quello che si trova di fronte alla casa dove Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi sono state avvelenate, a Pietracatella. Poi quello in via D’Amato a Campobasso. L’uomo è stato portato in Questura dalla polizia: è rimasto negli uffici circa un’ora e poi è uscito. Probabilmente doveva prendere solo atto di una notifica. Non è indagato. Nel pomeriggio, però, lo stesso Di Vita si è presentato spontaneamente negli uffici della polizia per la seconda volta, consegnando almeno un computer, a quanto pare un portatile. Dopo le 18, invece l’ennesimo colpo di scena: l’ex sindaco è stato portato di nuovo in questura per essere ascoltato.
La prima perquisizione all’interno dello studio del commercialista (che non era sotto sequestro) ed ex sindaco di Pietracatella è durata mezz’ora (dalle 8.30 alle 9 circa), condotta dagli agenti della Squadra Mobile di Campobasso e dagli uomini del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato su mandato della Procura di Larino. L’edificio si trova in via Risorgimento 18, proprio di fronte alla casa dove, nei giorni a ridosso del Natale scorso, la figlia e la moglie dell’uomo – Sara, 15 anni, e Antonella Di Ielsi, 50 – sono state avvelenate con la ricina.
Nella seconda perquisizione, effettuata all’interno dell’altro studio dell’uomo, gli agenti sono invece rimasti a lungo. Sono usciti alle 10.45 e con loro è andato anche in macchina Gianni Di Vita, che poi è stato portato alla Questura del capoluogo per la sottoscrizione del verbale di sequestro. Al momento, non risulta iscritto nel registro degli indagati nell’ambito del fascicolo della Procura di Larino per duplice omicidio. In nessuna delle operazioni, perquisizioni e firma del verbale di acquisizione, era presente il suo avvocato, Vittorio Facciolla.
Nel corso delle perquisizioni, sarebbe stata sequestrata una borsa di Antonella Di Ielsi. La borsa, rimasta nello studio professionale dopo la morte della donna, avvenuta il 28 dicembre scorso, era tra gli oggetti che gli investigatori stavano cercando nell’ambito dei nuovi approfondimenti finalizzati a ricostruire la vita della donna, la sua attività professionale, i rapporti e le relazioni precedenti alla morte.
In questa vicenda, dopo che la procuratrice Elvira Antonelli ha aperto a carico di ignoti, nello scorso marzo, il fascicolo per duplice omicidio volontario, non risulta nessun indagato ma l’accelerazione dell’indagine è evidente, anche dopo l’ingresso in campo degli specialisti tedeschi del Koch-Institut, massima istituzione europea in fatto di bioterrorismo, che, oltre che negli alimenti, stanno cercando tracce della letale ricina anche su vestiti e persino mobili nell’abitazione dei Di Vita a Pietracatella, il borgo di cui Gianni, commercialista, è stato sindaco dal 2006 al 2014. L’uomo è risultato «negativo» alla sostanza. Aveva sempre detto di essersi sentito male assieme a moglie e figlia. Intanto dall’Istituto Koch, è atteso il rapporto sulla presenza della ricina nei 70 alimenti sequestrati a casa dei Di Vita. Si parla di anomalie riscontrate. Fosse davvero già stato individuato il «vettore» del veleno, la svolta sarebbe a un passo. Nei giorni scorsi erano emerse indiscrezioni, non confermate, per le quali dal Koch sarebbero state individuate «anomalie» sospette negli alimenti sequestrati. gli specialisti tedeschi sono in grado di individuare tracce della ricina anche nei mobili e accertamenti sono in corso su questo.
Ma il duplice omicidio presenta «elementi certi», «da mesi». Per questo in Questura a Campobasso si sono moltiplicate le verbalizzazioni davanti alla Mobile che indaga sulla morte delle due donne. Si scava, intanto, su testimonianze discordanti, contraddizioni, omissioni, reticenze.
Gli inquirenti stanno inquadrando un movente intrecciato, soprattutto, attorno alla pista passionale e stanno lavorando per ricostruire il clima familiare (anche con le domande fatte all’infermiere e alla moglie) in quei giorni a cavallo di Natale in cui si concretizzò l’avvelenamento.
È stata ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni. Loredana, altra cugina che vive a Pietracatella. Monia, professoressa all’Agrario di Riccia (sempre a Campobasso), amica del cuore di Gianni e che proprio con lui era stata convocata a metà agosto per un confronto all’americana di due ore. Infine, il 17 settembre, Maria Antonietta, vicepreside del classico in cui studia Alice (sorella maggiore di Sara) e moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere che somministrò le flebo a madre e figlia in quel drammatico Santo Stefano in cui le condizioni delle due donne peggiorarono d’improvviso. «Bisogna portarle in ospedale», fu la sollecitazione del sanitario, chiamato proprio da Gianni, davanti a quelle due donne visibilmente provate. Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni: amici i mariti, amiche le mogli e amiche anche le figlie, tutte all’incirca della stessa età.
Per l’omicidio delle due donne — oltre ai cinque medici del Cardarelli sotto inchiesta per omicidio colposo, avendo sottovalutato i sintomi che portarono alla morte madre e figlia — c’è una sola indagata: una cara amica di Antonella, e il reato per cui sono in corso gli accertamenti è quello di favoreggiamento. Agli inquirenti la donna non avrebbe raccontato che la moglie di Gianni già dal 2019 le aveva accennato al divorzio. Questa mattina, inoltre, è stata sequestrata la borsa di Antonella.
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