Diciassette Paesi dell’Unione europea chiedono che le nuove priorità di Bruxelles non vengano finanziate riducendo ulteriormente le risorse destinate ad agricoltura e coesione. È la posizione messa nero su bianco dagli “Amici della coesione” in una lettera inviata alla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea mentre entra nella fase decisiva il negoziato sul bilancio comunitario 2028-2034.
L’iniziativa è stata promossa dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dal presidente romeno Nicușor Dan. I firmatari sono Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Il documento è indirizzato al primo ministro irlandese Micheál Martin, che guida la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.
Il messaggio è preciso: sicurezza, difesa, competitività, connettività, sicurezza energetica e resilienza richiedono maggiori risorse, ma secondo i 17 governi questo non dovrebbe avvenire comprimendo ulteriormente Politica agricola comune e fondi di coesione. Non viene quindi contestata la necessità delle nuove priorità europee; viene contestato il modo in cui potrebbero essere finanziate.
È questo il punto centrale anche per le imprese agricole. Il negoziato non riguarda soltanto quanti miliardi avrà complessivamente l’Unione nei prossimi sette anni, ma quanta parte di quelle risorse resterà chiaramente destinata all’agricoltura e con quali regole potrà essere utilizzata.
Un bilancio da quasi 2.000 miliardi
La proposta presentata dalla Commissione europea prevede per il periodo 2028-2034 un bilancio vicino ai 2.000 miliardi di euro a prezzi correnti, pari mediamente all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Unione. L’impianto è stato presentato nel luglio 2025 e successivamente completato con le proposte settoriali.
Quella cifra non rappresenta però un bilancio già approvato. Il Quadro finanziario pluriennale deve essere concordato dagli Stati membri e ottenere il consenso del Parlamento europeo. Il negoziato riguarda contemporaneamente dimensione complessiva, distribuzione delle risorse e nuove modalità di finanziamento.
La Commissione ha proposto una profonda riorganizzazione della struttura. Gli attuali programmi verrebbero concentrati in quattro grandi capitoli e buona parte delle risorse gestite dagli Stati confluirebbe nei nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali.
Agricoltura, coesione, pesca, politiche sociali, migrazione e sicurezza verrebbero così inserite in una programmazione più integrata. La Commissione sostiene che l’obiettivo sia semplificare l’accesso ai fondi e adattare gli interventi alle esigenze dei singoli territori.
Per gli agricoltori, tuttavia, la questione non è soltanto quanto semplice sarà la nuova struttura. Conta soprattutto quante risorse saranno effettivamente protette e quante dovranno invece competere con altre priorità all’interno dei nuovi piani.
Per la PAC almeno 300 miliardi protetti
Nella proposta della Commissione esiste una soglia minima riservata all’agricoltura. Almeno 300 miliardi di euro sarebbero destinati al sostegno degli agricoltori nel periodo 2028-2034.
La cifra comprende almeno 293,7 miliardi per il sostegno al reddito e 6,3 miliardi per una nuova rete di sicurezza destinata alle crisi di mercato. Quest’ultima dovrebbe sostituire e rafforzare l’attuale riserva agricola.
All’interno del sostegno protetto rientrerebbero non soltanto i tradizionali pagamenti basati sulla superficie, ma anche misure agroambientali, interventi per piccoli e giovani agricoltori e alcuni investimenti aziendali.
La Commissione sottolinea inoltre che l’agricoltura potrebbe beneficiare di ulteriori risorse attraverso i Piani di partenariato nazionali e regionali. Nel fondo complessivo da 865 miliardi, altri strumenti potrebbero infatti finanziare sviluppo rurale, innovazione e interventi territoriali.
È proprio qui, però, che nasce una delle questioni sollevate nel negoziato. Una risorsa formalmente riservata all’agricoltura offre una prevedibilità diversa rispetto a una somma alla quale il settore può accedere insieme ad altre politiche. Per valutare il futuro della PAC non sarà quindi sufficiente fermarsi alla cifra dei 300 miliardi: bisognerà capire l’intero perimetro delle risorse e le condizioni attraverso le quali potranno essere utilizzate.
Perché 17 Paesi chiedono di intervenire adesso
Il momento scelto per la lettera non è casuale. Nel giugno 2026 la presidenza cipriota del Consiglio ha presentato uno schema di negoziato corredato di cifre, il cosiddetto Negotiating Box, destinato a restringere progressivamente le opzioni sulle quali i governi dovranno raggiungere un compromesso.
Con la presidenza irlandese il negoziato entra ora in una nuova fase. I 17 Paesi chiedono che il prossimo aggiornamento del documento mantenga agricoltura e coesione tra le priorità centrali e che il finanziamento delle nuove esigenze europee non produca ulteriori riduzioni su questi capitoli.
La Commissione ha infatti proposto uno spostamento delle priorità verso competitività, sicurezza e difesa. Lo stesso Parlamento europeo, nella propria posizione negoziale approvata ad aprile, ha riconosciuto queste nuove esigenze ma ha chiesto contemporaneamente di salvaguardare i finanziamenti per agricoltura e coesione.
Non esiste quindi una contrapposizione semplice tra chi vuole finanziare le nuove sfide e chi vuole ignorarle. Il vero confronto riguarda la dimensione complessiva del bilancio e il modo con cui finanziare contemporaneamente politiche nuove e tradizionali.
Il problema non è soltanto quanti miliardi ci sono
Un altro elemento rende complesso il confronto: le cifre possono cambiare molto a seconda che vengano espresse a prezzi correnti o a prezzi costanti.
La proposta della Commissione viene generalmente presentata come un bilancio vicino ai 2.000 miliardi di euro a prezzi correnti. Il servizio studi del Parlamento europeo la quantifica invece in circa 1.760 miliardi a prezzi 2025, includendo 149,3 miliardi destinati al rimborso del debito contratto con NextGenerationEU.
Non si tratta di due bilanci differenti, ma di due modi di esprimere lo stesso ordine di grandezza. La distinzione è importante perché permette di valutare il potere d’acquisto reale delle risorse e di confrontare correttamente la futura programmazione con quella attuale.
Per agricoltura e coesione questo aspetto è particolarmente rilevante. Una cifra nominalmente elevata può garantire una capacità di intervento inferiore se, nel frattempo, aumentano prezzi e costi. Per questo la trattativa riguarda anche il valore reale delle dotazioni e non soltanto il numero scritto nel bilancio.
Piani nazionali: più flessibilità, ma resta il nodo delle garanzie
Uno dei cambiamenti più importanti della proposta riguarda i Piani di partenariato nazionali e regionali. Ogni Stato dovrebbe predisporre un piano complessivo che riunisca interventi oggi gestiti attraverso programmi separati.
Il Consiglio ha già raggiunto nel giugno 2026 una posizione negoziale parziale su questa nuova architettura e successivamente sui fondi di coesione. Gli accordi sono però definiti “parziali” proprio perché non comprendono ancora le questioni finanziarie e orizzontali, che restano legate al negoziato generale sul bilancio.
In altre parole, una parte delle regole può essere definita mentre rimane ancora aperto quanto denaro sarà effettivamente disponibile.
Per gli agricoltori la nuova struttura potrebbe significare maggiore adattabilità alle esigenze nazionali e regionali, ma rende ancora più importante conoscere quali interventi saranno finanziati con risorse agricole protette e quali dipenderanno dalle scelte effettuate all’interno dei piani.
È precisamente questa prevedibilità che interessa a un’impresa chiamata a programmare investimenti pluriennali.
Anche il Parlamento chiede di proteggere PAC e coesione
La posizione dei 17 governi non è l’unica richiesta di salvaguardia delle politiche tradizionali. Nell’aprile 2026 il Parlamento europeo ha approvato il proprio mandato negoziale sul bilancio 2028-2034, chiedendo che difesa e competitività vengano finanziate senza indebolire agricoltura e coesione.
Il Parlamento propone inoltre un bilancio pari all’1,27% del reddito nazionale lordo dell’Unione, escludendo dal limite il rimborso del debito NextGenerationEU, e chiede nuove fonti di entrate europee per circa 60 miliardi di euro l’anno.
È una posizione negoziale, non un risultato acquisito. Ma evidenzia il problema che accompagna l’intera trattativa: se l’Europa vuole sostenere contemporaneamente difesa, competitività, transizione tecnologica, agricoltura e coesione, il confronto non può riguardare soltanto dove tagliare. Deve riguardare anche le entrate.
Per le aziende agricole il risultato si misurerà alla fine del negoziato
La lettera dei 17 Paesi rappresenta quindi una presa di posizione politica rilevante, ma non modifica ancora il bilancio europeo né aumenta automaticamente i fondi destinati alla PAC.
Per arrivare al nuovo Quadro finanziario pluriennale servirà l’unanimità degli Stati membri e il consenso del Parlamento europeo. L’obiettivo indicato dalle istituzioni è raggiungere un accordo entro la fine del 2026, in modo da approvare nel 2027 gli atti necessari e consentire l’avvio della nuova programmazione il 1° gennaio 2028.
Per il settore agricolo, dunque, il dato da seguire non sarà soltanto la cifra complessiva del bilancio. Bisognerà verificare quanto resterà realmente protetto per la PAC, quali interventi finiranno nei Piani di partenariato, quanto spazio avranno gli Stati nella distribuzione delle risorse e quali strumenti continueranno a essere riconoscibili come specificamente agricoli.
I 17 Paesi hanno fissato il proprio punto di partenza: le nuove priorità europee devono essere finanziate, ma non attraverso ulteriori riduzioni delle politiche agricole e di coesione. Il risultato, per le aziende, si misurerà soltanto quando quelle richieste diventeranno cifre, regole e strumenti effettivamente utilizzabili.
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