#Finsubito news dalla rete – dialogo tra una madre israeliana e un padre palestinese per la pace


“Tre anni dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza: onorare il nostro dolore e la nostra umanità condivisi”. Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, quando nell’attacco guidato da Hamas nel sud di Israele furono uccise circa 1.200 persone e 251 furono rapite, Parents Circle – Families Forum ha scelto di commemorare l’anniversario con una conferenza dedicata alla riconciliazione, mettendo uno accanto all’altra, almeno attraverso uno schermo, un padre palestinese e una madre israeliana che hanno entrambi perso una persona amata ma continuano ad auspicare la pace e la riconciliazione. L’incontro, organizzato dagli American Friends of the Parents Circle insieme al New Israel Fund, non ha voluto confrontare i loro lutti né stabilire quale dolore pesi di più, ma riconoscere il dolore dell’altro e provare a immaginare un futuro diverso attraverso le testimonianze e il dialogo di Abdelrahman Amer, palestinese di Khan Younis, e Adva Finkelstein, israeliana di Rishon LeZion. Muhammad, uno degli otto figli di Abdelrahman, aveva 17 anni quando è stato ucciso nell’agosto 2024 da un attacco israeliano. Shlomi, l’ex marito di Adva e padre dei loro due bambini, è stato ucciso da Hamas al festival Nova il 7 ottobre 2023.

L’incontro è stato moderato da Shiri Ourian, direttrice esecutiva degli American Friends of the Parents Circle, e introdotto da Idit Klein del New Israel Fund. Klein ha chiesto subito a chi stava ascoltando una cosa non semplice: non mettere un lutto contro l’altro. «Ascoltiamo come vorremmo essere ascoltati», ha suggerito perché le due persone che stavano per parlare, ha osservato, secondo ogni criterio ragionevole avrebbero dovuto essere nemiche. E invece vogliono la pace.

Adva Finkelstein ha ricordato l’ultimo messaggio inviato a Shlomi. Erano stati insieme dieci anni e si erano separati un anno prima della sua morte, ma continuavano a crescere insieme i loro bambini. «Era una delle persone più importanti della mia vita», ha detto con la voce spezzata dalla commozione. La mattina del 7 ottobre i bambini sono con lei. Cominciano gli allarmi. Scrive a Shlomi: vorrebbe che quella sera i piccoli dormissero a casa sua perché ha una stanza protetta. Lui risponde che non è a casa e non sa quando tornerà. Adva gli manda un ultimo messaggio: «Non so perché gliel’ho scritto. Gli ho scritto: spero che tu non sia al Sud». L’ex marito legge il messaggio ma non risponde. Solo nel pomeriggio Adva scopre che era andato al festival Nova. Per una settimana non sa se sia vivo, ferito, rapito o morto. I bambini hanno due anni e mezzo e quattro anni e lei deve soprattutto impedire che scoprano dagli altri quello che sta succedendo. Seguendo il consiglio di una psicologa, racconta loro che papà è andato al confine ad aiutare e per qualche giorno non potrà telefonare.

La mattina in cui i bambini si sono svegliati e ho dovuto dirgli che il padre era morto, è stato il giorno peggiore della mia vita

Adva Finkelstein, israeliana

Una settimana dopo arriva la notizia: Shlomi è morto. «La mattina in cui i bambini si sono svegliati e ho dovuto dirglielo è stata il giorno peggiore della mia vita», ha ricordato.

Qualche mese dopo Adva entra nel Parents Circle. Lo fa soprattutto per i figli. «Avevo paura che crescendo scegliessero la strada della vendetta». Non tutta la sua famiglia condivide la scelta di entrare nel Forum. Adva continua comunque a parlarne. «Il mio obiettivo è che nessun altro bambino e nessun’altra madre in Israele, a Gaza e in Cisgiordania, debbano attraversare quello che hanno attraversato loro». 

Dall’altra parte dello schermo c’era Abdelrahman Amer. Nato a Khan Younis, è stato insegnante di inglese e ha otto figli. Ha raccontato di aver avuto paura di costruire una famiglia a Gaza, dentro un conflitto che sembrava non finire mai. Poi i figli sono arrivati. «Tutto quello che ho insegnato ai miei figli è soltanto amore. Non ho insegnato loro nessuna forma di violenza», ha ricordato con gli occhi lucidi.

Nel 2019 ha lasciato Gaza per cercare altrove una possibilità per la famiglia, ma poi è tornato. L’ultima volta è nel 2023. Voleva restare, ma non ha trovato un lavoro e nel maggio 2023 è ripartito. Da allora non ha più visto la moglie e i figli. Quando arriva il 7 ottobre è fuori da Gaza e cerca di rientrare. Vuole stare con loro, provare a proteggerli. Non riesce a tornare. Raggiunge infine il Regno Unito, sperando di trovare una strada per far uscire anche la famiglia. Non ci è ancora riuscito.

Nell’agosto 2024, dopo essere stata sfollata ad al-Mawasi, la famiglia torna a casa. Abdelrahman racconta che l’esercito israeliano aveva nuovamente indicato la loro zona come accessibile. Il figlio Muhammad sale sul tetto danneggiato per pulirlo e riparare i serbatoi dell’acqua. Un drone colpisce il tetto. Muhammad muore insieme a un prozio di 85 anni. Aveva 17 anni. «Mio figlio era molto gentile, non faceva parte di nessun gruppo. Aveva un grande sogno. È stato ucciso per niente», ha detto davanti a una platea virtuale rimasta in silenzio.

Quando riceve la notizia, Abdelrahman pensa che la sua vita sia finita. Poi si impone di reagire: «Mi sono detto: sii forte. Non è il momento di arrendersi. Ci sono ancora gli altri che dipendono da te e hanno bisogno di te». Abdelrahman tace per un istante e poi osserva: «Niente di quello che possiamo fare può riportare indietro le persone che abbiamo perso. Ma almeno possiamo provare a salvare quelle che abbiamo ancora e fare in modo che in futuro una cosa del genere non accada più a nessun altro».

Adva Finkelstein vive un lutto che si rinnova ogni giorno, mentre per Abdelrahman Amer la tragedia familiare è ancora in corso. La moglie e i figli sono ancora a Khan Younis. Vivono in un edificio di cui, ha raccontato, è rimasto il tetto, mentre muri, porte e finestre sono distrutti. Dalle sei del mattino i figli più grandi aspettano i camion dell’acqua, a volte per ore. Poi cercano cibo e legna, carta o cartone da bruciare per cucinare. «Questa è la loro routine quotidiana: lottare semplicemente per sopravvivere, per trovare acqua e cibo».

Tre figli sono rimasti feriti. Ahmad, gemello di Muhammad, ha riportato ustioni alla schiena in un’esplosione. Il maggiore ha problemi respiratori. Un altro, dodicenne, è precipitato dal secondo piano durante un bombardamento contro una casa vicina. E la domanda più difficile arriva dai figli rimasti a Gaza: «Baba, salvaci. Che cosa stai facendo per salvarci?». Gli chiedono perché ci metta tanto, perché non sia ancora riuscito a portarli via. Dal Regno Unito manda quello che può per permettere loro di comprare i beni essenziali. «L’unica cosa che posso fare è aiutarli a restare vivi finché non troveremo una possibilità di riunirci», ha raccontato.

Niente di quello che possiamo fare può riportare indietro le persone che abbiamo perso. Ma almeno possiamo provare a salvare quelle che abbiamo ancora e fare in modo che in futuro una cosa del genere non accada più a nessun altro

Abdelrahman Amer, palestinese

Ieri sera c’erano più di mille persone registrate alla conferenza. La moderatrice ha invitato Adva Finkelstein e Abdelrahman Amer a parlarsi direttamente, a dirsi quello che sentivano. «Abed, voglio che tu sappia che non avresti dovuto attraversare tutto quello che hai attraversato. Sentire la tua storia mi rende profondamente triste», ha cominciato Adva, dicendogli che lui e la sua famiglia dovrebbero avere un luogo sicuro dove vivere e poter stare insieme e che vorrebbe poter fare qualcosa perché quella realtà cambi. Poi ha aggiunto: «Sono molto dispiaciuta per la tua perdita e sono felice di averti incontrato. Mi dispiace che sia stato questo il motivo per cui ci siamo conosciuti. Ma ascoltarti, incontrarti e conoscere la tua storia mi dà speranza».

Abdelrahman le ha risposto: «Tu non avresti dovuto perdere un membro della tua famiglia e nessuno di noi avrebbe dovuto attraversare tutto questo. Abbiamo tutti il diritto di vivere liberi e con dignità. L’unico modo per farlo è unire le nostre mani e andare avanti, e far sapere agli altri che è arrivato il momento di dire basta alla violenza, basta all’occupazione, basta a ucciderci l’un l’altro». Perché le persone che hanno perso non torneranno, ma si può provare a costruire un futuro migliore per gli altri. 

Un dialogo che non significa cancellare ciò che li divide. Abdelrahman pronuncia la parola occupazione. Adva racconta l’uccisione di Shlomi per mano di Hamas. E neppure significa fingere che le loro condizioni oggi siano uguali. Il lutto di Adva e quello di Abdelrahman possono incontrarsi; le loro realtà presenti no. Lei cerca di impedire che i suoi bambini crescano nella vendetta; lui cerca ancora una strada per portare in salvo i propri figli. Il Parents Circle aveva riunito il proprio team israeliano e palestinese già l’8 ottobre 2023, appena ventiquattr’ore dopo l’attacco. Oggi riunisce quasi 950 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso una persona cara nel conflitto e hanno scelto la strada della riconciliazione invece della vendetta.

Alla fine dell’incontro Shiri Ourian si è rivolta ad entrambi, dicendo: «Se poteste essere insieme nella stessa stanza, lo sareste. Scegliereste di stare insieme. Scegliereste di lavorare insieme. Scegliereste di parlare con la stessa voce per mettere fine a questo ciclo di violenza». Alla vigilia del terzo anniversario del 7 ottobre, dai due lati della stessa tragedia, è arrivata ancora una volta una promessa: provare almeno a non consegnare ai loro figli la stessa guerra nel nome di una difficile ma non impossibile riconciliazione.

American Friends of the Parents Circle

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