#Finsubito news dalla rete – 8 mila domande, 13 alloggi assegnati – Potere al Popolo!


Lunedì 2 marzo, ore 12.00: scatta il via libera per le domande di assegnazione degli alloggi popolari. Il portale si trasforma istantaneamente nell’arena di una disperata guerra tra poveri. Migliaia di cittadini si scontrano con la lotteria digitale della burocrazia, aggrappati alla speranza di vedere riconosciuto un diritto sacrosanto: quello a un tetto dignitoso. 

La chiusura dei termini fotografa il fallimento delle politiche abitative: 45.726 domande inviate. Parliamo di un terrificante +44% rispetto al bando 2022/2023. Un’emergenza sociale travolgente che scuote l’intera regione, con vette impressionanti a Napoli, dove il bisogno di una casa si traduce nella drammatica cifra di 9.179 domande presentate.

 

UN BILANCIO FALLIMENTARE: SOLO 13 CASE ASSEGNATE IN TRE ANNI

Definite le graduatorie, spetterà ai Comuni assegnare gli alloggi agli aventi diritto. Ma è proprio a questo punto che il meccanismo si inceppa: la gestione è in capo all’amministrazione comunale, dove si registra un blocco totale, come dimostra la gestione delle assegnazioni successiva all’ultima graduatoria regionale. 

Come ammesso dagli stessi uffici comunali, “allo stato, sulla base della graduatoria ERP 2022-2023 […], sono stati assegnati 13 alloggi” [1]. Vale la pena ribadirlo: in tre anni, il Comune è riuscito ad assegnare la miseria di 13 alloggi popolari! 

Siamo di fronte a una sproporzione grottesca: su 8.747 richieste, solo 13 famiglie hanno ottenuto un tetto: parliamo dello 0,15% degli aventi diritto. Una percentuale che non è solo una statistica, ma la condanna politica di un’amministrazione immobile che, di fatto, cancella il diritto alla casa e trasforma un bando pubblico in una tragica presa in giro.

 

PARALISI BUROCRATICA E ASSENZA DI ALLOGGI DISPONIBILI

Ci auguriamo che la situazione migliori con la nuova graduatoria, ma gli indizi non fanno ben sperare. 

Partiamo dai numeri: l’amministrazione comunale dichiara di possedere 21.581 immobili; la Regione Campania ne attesta 27.529 (escludendo quelli fuori territorio), ai quali vanno sommati i 14.428 di proprietà dell’ACER [2]. Al di là della divergenza dei dati, il problema è politico: chi guida il Comune continua a muoversi nel buio, ammettendo l’impossibilità di ottenere una stima reale degli attuali assegnatari. 

Non è una fatalità burocratica, ma una precisa responsabilità: siamo nel 2026 e, come confermato dal Servizio Politiche per La Casa, gli uffici sono privi di un archivio informatizzato. Il risultato è un buco nero amministrativo: una struttura abbandonata a sé stessa, costretta a gestire un arretrato di oltre 15mila istanze tra regolarizzazioni e subentri [1]. 

 

A fronte di questa paralisi, il Comune sostiene che “quasi tutti risultano occupati” e che sarebbero “astrattamente assegnabili” ventuno alloggi, che dovranno tuttavia essere oggetto di sopralluoghi tecnici. Pensare di rispondere a 9.179 famiglie con appena 21 alloggi — peraltro ancora da verificare — è un’offesa all’intelligenza dei cittadini. Questa sproporzione è il simbolo di un’amministrazione incapace di pianificare e di offrire risposte concrete all’emergenza abitativa della nostra città. 

 

OLTRE LA SOGLIA CRITICA: QUANDO LA CASA DIVENTA UN COSTO INSOSTENIBILE

Se il bando 2022/2023 aveva intercettato il disagio legato alla crisi pandemica e all’esplosione dell’over-tourism, lo scenario attuale è ancora più drammatico. Tuttavia, i numeri relativi alle sole domande per le case popolari offrono una visione parziale della reale portata dell’emergenza abitativa.

In meno di dieci anni, il numero di alloggi destinati agli affitti brevi è aumentato di oltre l’800%. L’offerta per i residenti è crollata nel centro storico e il fenomeno ha ormai travolto anche le periferie, generando una pressione insostenibile sui canoni di locazione, che in alcuni quartieri registrano impennate medie superiori al 35%. L’esplosione degli immobili utilizzati come “bed & breakfast” ha smesso di essere una semplice integrazione al reddito familiare per diventare una forma di speculazione imprenditoriale a tutti gli effetti: i “multihost” che gestiscono diversi annunci controllano ormai oltre il 60% dell’offerta complessiva, con singoli operatori che superano i 100 annunci.

 

A fronte di fitti in ascesa e salari fermi, emergono criticità strutturali mai affrontate. Il disagio è confermato da un indice di sovraffollamento grave del 7,1%, quasi cinque volte superiore alla media nazionale.

L’indice di accessibilità abitativa rivela un quadro drammatico: un affitto di 60 mq assorbe il 45% del reddito netto. Un valore che supera sia la soglia prudenziale del 30%, sia il limite del 40% oltre il quale si entra in “sovraccarico abitativo”: una condizione in cui i costi della casa diventano insostenibili, drenando risorse necessarie a beni essenziali come salute e alimentazione.

A ciò si somma una fragilità reddituale estrema, con un reddito medio di 22.000 euro e quasi un contribuente su due sotto i 15.000 euro annui. In questo contesto, l’offerta pubblica risulta fallimentare: a fronte di un fabbisogno di 50.000 alloggi stimato dall’amministrazione cittadina, l’attuale programmazione istituzionale è del tutto inadeguata. Questa voragine tra i bisogni reali della città e le risposte fornite condanna migliaia di cittadini a una vulnerabilità strutturale che l’amministrazione continua colpevolmente a ignorare.

 

Un equilibrio così precario alimenta inevitabilmente la morosità incolpevole: quando l’affitto assorbe metà dello stipendio, una spesa medica improvvisa o una settimana di stop dal lavoro bastano a far saltare il mese. Non è un caso se, dal 2022, gli sfratti a Napoli sono cresciuti a dismisura. Accanto alla morosità, crescono i provvedimenti “per fine locazione”: la conseguenza diretta della scelta dei proprietari di sottrarre case ai residenti per convertirle nel business dell’extra-alberghiero, lasciando intere famiglie senza alternative. 

 

CE STA CHI CE PENSA? LE POLITICHE ABITATIVE A NAPOLI

La crisi abitativa ha origini secolari, legate a nodi storici e dinamiche di sviluppo urbanistico. Tuttavia, il suo permanere è il frutto diretto dell’inerzia – colpevole o dolosa – di una classe politica che ha sempre preferito rattoppi emergenziali anziché soluzioni strutturali. La ricostruzione post-bellica segnò l’avvio di un processo di trasformazione urbana legato agli alloggi popolari, dalla stagione di Achille Lauro ai quartieri-satelliti della Legge 167, fino all’intervento straordinario post-terremoto 1980.

 

È stata una stagione caratterizzata da poche luci e molte ombre, specchio di una Prima Repubblica che ha compromesso interventi dal potenziale ben diverso. Le responsabilità delle giunte dell’epoca sono precise: uso clientelare delle assegnazioni, subalternità alla speculazione privata e totale isolamento dei rioni, nati senza servizi essenziali come scuole, trasporti o spazi di socialità. A questo si è aggiunta l’incapacità di gestire le strutture edificate. 

Questo mix di inerzia e complicità ha prodotto, nel migliore dei casi, quartieri-dormitorio scollegati dalla città; nel peggiore, una drammatica ghettizzazione dei rioni popolari, lasciati marcire tra l’abbandono istituzionale e il radicamento della criminalità.

 

A partire dagli anni Novanta, la risposta è stata radicale quanto fallimentare: si è scelto di “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Il Comune ha abdicato alla pianificazione e alla costruzione di nuovi alloggi per i ceti popolari, limitandosi alla demolizione degli edifici simbolo del degrado. Contemporaneamente, il dissesto del bilancio e l’inadeguatezza della classe dirigente hanno prodotto una paralisi gestionale assoluta, trascinando la città verso il disastro odierno: la totale assenza di strategie per l’abitare. [3]

 

IL NAUFRAGIO DEL DIRITTO ALLA CASA NELL’ERA MANFREDI

Appena insediato, il sindaco Manfredi ha inferto il colpo di grazia al diritto alla casa approvando il “Patto per Napoli” (o, meglio, “Pacco per Napoli”). L’accordo ha permesso la compressione delle politiche sociali e l’avvio di una cinica “valorizzazione economica” del patrimonio, sacrificato a logiche di mercato a scapito dei bisogni degli abitanti.

In questi anni, l’amministrazione ha abdicato al proprio ruolo di garante sociale, seguendo una direttrice ostile all’abitare: da un lato, ha assecondato un over-tourism selvaggio attraverso la deregolamentazione dei fitti brevi, dall’altro, ha sostenuto la speculazione immobiliare privata. Questo asservimento ha azzerato l’edilizia popolare e rimosso dall’agenda pubblica il dramma degli sfratti, di fronte al quale le istituzioni hanno rinunciato a cercare soluzioni.

A completare questo quadro si aggiunge il fallimento nella gestione dei fondi PNRR, monopolizzati da pochi macro-interventi di “sostituzione edilizia”: l’abbattimento delle Vele di Scampia, la rigenerazione di Taverna del Ferro e il trasferimento dei residenti dei Bipiani di Ponticelli nel quartiere “25/80” a Chiaiano. Scaduti i termini definiti dal Piano, nessuno di questi cantieri è stato portato a termine, condannando numerose famiglie a vivere in condizioni estreme in palazzine fatiscenti, sospese da quasi mezzo secolo nell’eterna emergenza del post-terremoto.

 

PIANO CASA: IL GRANDE BLUFF DEL GOVERNO MELONI

Vanificata l’opportunità del PNRR, speravamo in un Piano Casa capace di invertire la rotta. La narrazione governativa prefigura un intervento massiccio per risanare il patrimonio edilizio e soddisfare le esigenze di tutti — ceti popolari, giovani, coppie, lavoratori fuori sede, genitori separati e anziani. Una favola che vorrebbe far svanire l’emergenza abitativa in pochi anni, garantendo a ognuno la casa dei sogni. La realtà dei fatti ribalta radicalmente questa premessa: il “Piano Casa” del governo Meloni [4] non solo tradisce le aspettative, ma rischia di contrarre drasticamente lo stock di alloggi pubblici, sottraendoli di fatto alle fasce più fragili della popolazione a favore di logiche di mercato.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Il Governo gioca con la semantica per archiviare il concetto di “edilizia popolare” — liquidato come termine superato ed evocativo di periferie degradate — in favore di soluzioni dal tono più “glamour”. Accantonato il sovranismo lessicale, l’esecutivo si abbandona a un’orgia di anglicismi da ufficio marketing: housing sociale, rent-to-buy, co-housing, ESG. 

Per smontare il bluff, è necessario fare chiarezza su due concetti che la propaganda confonde scientemente:

  • Edilizia Residenziale Pubblica (ERP): La risposta istituzionale al vero disagio. È welfare puro per famiglie in fragilità socioeconomica.
  • Housing Sociale: Non è edilizia popolare. È un prodotto rivolto a chi, pur escluso dalle graduatorie ERP, dispone di un reddito sufficiente a garantire margini di profitto ai privati. In cambio di agevolazioni, questi affittano o vendono a prezzi “calmierati” comunque ancorati a valori di mercato già gonfiati dalla speculazione.

POCHI SPICCI PER L’EDILIZIA POPOLARE

La propaganda sui fondi destinati al recupero degli alloggi ERP (il cosiddetto “primo pilastro”) maschera la totale inadeguatezza dello stanziamento: meno di un miliardo in cinque anni, attinto da residui di bilancio e fondi europei già vincolati. Anche l’eventuale integrazione regionale attinge a somme previste dalla legge di bilancio 2020 per la riduzione dei divari territoriali. Nella sostanza, non è previsto alcun finanziamento aggiuntivo: si tratta di una sterile partita di giro che ricicla risorse preesistenti.

HOUSING SOCIALE: LA FINANZIARIZZAZIONE DI UN DIRITTO

Il “secondo pilastro” istituisce un Fondo di Housing Sociale finanziato da privati e dagli enti pubblici che conferiscono patrimonio immobiliare da riqualificare e risorse pubbliche. Si innesca così un duplice processo di finanziarizzazione che trasforma tanto gli immobili pubblici quanto i fondi erariali in capitale speculativo. 

Gli operatori privati mettono a reddito gli immobili attraverso “canoni calmierati” destinati alla cosiddetta “fascia grigia”. 

EDILIZIA INTEGRATA: UN REGALO AL CAPITALE FINANZIARIO

Il “terzo pilastro” sancisce un cambio di paradigma: il diritto all’abitare diventa una rendita garantita. Attraverso i Fondi di Investimento Alternativi, lo Stato incentiva la gestione di patrimoni che rispondono a logiche di valorizzazione finanziaria. In cambio, il privato ottiene bonus volumetrici fino al 35%, deroghe urbanistiche, azzeramento della burocrazia e fiscalità di favore. 

Questo modello ribalta la funzione sociale dell’abitare: il nuovo sistema delega la selezione degli interventi agli interessi di mercato, in un’ennesima redistribuzione al contrario che favorisce le aree contraddistinte da un mercato immobiliare più redditizio a scapito delle zone disagiate e delle aree interne.

VERSO L’ESAURIMENTO DEGLI ALLOGGI POPOLARI

L’edilizia sociale, per natura temporanea, prevede che, al termine del vincolo sociale, l’immobile rientri nel libero mercato: ciò sottrae definitivamente riserve abitative al patrimonio pubblico. Parallelamente, la spinta verso il riscatto degli immobili ERP da parte degli inquilini storici, sebbene vantaggiosa per i singoli, riduce lo stock di alloggi disponibili, calpestando il diritto delle migliaia di famiglie che attendono da anni nelle graduatorie comunali.

 

VERSO UN NUOVO ABITARE: LE NOSTRE PROPOSTE PER NAPOLI

La crisi abitativa non è un’emergenza fatale, ma il risultato di decenni di disinvestimento pubblico. A Napoli, il social housing non è la soluzione: migliaia di famiglie in estrema fragilità non possono permettersi nemmeno i canoni calmierati. Per anni, l’edilizia popolare è stata confinata in quartieri-ghetto, stigmatizzati e privi di servizi. Va rovesciata questa logica: l’edilizia pubblica deve essere una risorsa di qualità, diffusa e integrata nel tessuto urbano, guardando a modelli di successo come quello di Vienna.

DARE RISPOSTA ALLA RICHIESTA DI ALLOGGI

Non esiste rigenerazione seria senza una mappatura totale del patrimonio pubblico, che deve passare attraverso la risoluzione della tragica situazione amministrativa degli uffici comunali. È indispensabile una ricognizione ragionata degli alloggi disponibili per avviare un piano concreto: recupero delle strutture inagibili, assegnazioni rapide e regolarizzazione del pregresso. 

Il “consumo zero” imposto dal Piano Casa è una trappola: è un vincolo per la riqualificazione pubblica, mentre agli investitori privati sono garantite notevoli deroghe volumetriche; il riuso dell’esistente deve rappresentare la priorità assoluta, ricorrendo comunque alla costruzione di nuovi alloggi laddove necessario.

FERMARE LA SPECULAZIONE PRIVATA

Napoli è stretta nella morsa della rendita. L’iper-turistificazione e il mercato selvaggio degli affitti brevi hanno decimato l’offerta abitativa, mentre le grandi speculazioni edilizie mascherate da “riqualificazione” accelerano la gentrificazione. Entrambi i fenomeni spingono i canoni verso l’alto, espellendo chi a Napoli vive e lavora.

Su questo punto, la Giunta Manfredi ha dimostrato ancora una volta il proprio immobilismo: non solo ha evitato di regolamentare il mercato dei ‘fitti brevi’, ma ha rinunciato a usare la leva fiscale per colpire l’evasione sui grandi patrimoni e il fenomeno delle case sfitte.

LA CASA È UN DIRITTO, NON UNA CONCESSIONE

Il mito del “popolo di proprietari” è crollato sotto il peso della precarietà e dei bassi salari. In questo scenario, gli sconti fiscali e le agevolazioni pubbliche ai privati che offrono affitti a prezzi calmierati finiscono spesso per essere solo regali alla rendita. Nelle zone ad alta densità abitativa, a partire dalle nuove convenzioni urbanistiche, queste tariffe devono diventare la regola, superando la logica del favore in cambio di incentivi pubblici.

Occorre un piano strategico su scala metropolitana per garantire un alloggio dignitoso a tutte le famiglie, secondo tempistiche certe. La casa non è una merce, ma un pilastro di libertà: non ci fermeremo finché questo diritto non sarà garantito a chiunque viva, lavori e abiti a Napoli.

 

[1] Comune di Napoli, Direzione Area Amministrativa Patrimonio – Servizio Politiche per la Casa, Riscontro alla richiesta di accesso agli atti PG 511426 del 05/05/2026, nota inoltrata in risposta all’istanza presentata dalla consigliera della II Municipalità, Chiara Capretti (Potere al Popolo!)

[2] Regione Campania, Direzione Generale per il Governo del Territorio, Settore 212.02.00 (Pianificazione – Programmazione – Attuazione interventi – Rigenerazione urbana e territoriale – Politiche abitative), Riscontro all’istanza di accesso civico generalizzato (prot. gen. n. 0409642/2026 del 04/05/2026), nota prot. n. 0491746/2026 del 28/05/2026, presentata dalla consigliera Chiara Capretti (II Municipalità del Comune di Napoli, Potere al Popolo!)

[3] A. Ghirelli, Napoli dalla guerra a Bassolino (1943-1998), Edizioni Giuridiche Simone, Napoli, 1998

[4] D.L. 7 maggio 2026, n. 66, Disposizioni urgenti per l’attuazione del nuovo Piano Casa, convertito, con modificazioni, dalla L. 2 luglio 2026, n. 116


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