Nel prospetto preparato da Anthropic per il suo ingresso in Borsa è entrata anche la possibilità che l’intelligenza artificiale provochi danni catastrofici, fino a mettere in pericolo l’umanità. A riferirlo, alla fine di settembre, è stata l’agenzia stampa Reuters, descrivendo un documento nel quale l’azienda che sviluppa Claude presenta agli investitori le prospettive del proprio business insieme ai rischi della tecnologia sulla quale quel business si fonda.
Poche settimane prima, in un post sul suo blog dal titolo We Must Pace the Frontier, l’amministratore delegato Dario Amodei aveva proposto di rallentare lo sviluppo dei modelli di AI più avanzati, per dare il tempo di verificarne la sicurezza e predisporre le protezioni necessarie. La proposta prevedeva controlli affidati a valutatori indipendenti, accordi tra le aziende sui criteri di sicurezza da rispettare e una collaborazione tra governi per estendere queste tutele a livello internazionale. Anche Sam Altman, alla guida di OpenAI, aveva appoggiato l’invito e la proposta di affidare a valutatori indipendenti un accesso alle aziende simile a quello dei dipendenti.
L’accostamento tra questi messaggi contiene una domanda che riguarda insieme la tecnologia e il denaro. Quando un’azienda sostiene di poter costruire qualcosa di tanto potente da sfuggire al controllo, chi la finanzia può ascoltare un avvertimento, ma anche la promessa di un cambiamento al quale sarebbe costoso non partecipare. È da questa ambivalenza che parte la conversazione con Federico Riganti, docente di Diritto dell’economia e dei mercati finanziari all’Università di Torino, per il quale la preoccupazione per le conseguenze dell’AI e la disponibilità a investirci possono coesistere, alimentate da aspettative e interessi che non sempre coincidono.
La paura di arrivare troppo tardi
La prima spiegazione degli allarmi riguarda la conoscenza della tecnologia. “Chi la costruisce – osserva Riganti – presumibilmente ne comprende meglio degli altri le possibilità e i pericoli, e può volerne accompagnare lo sviluppo rendendo più consapevole il pubblico delle conseguenze. La difficoltà nasce quando chi segnala il rischio è anche il soggetto dal quale ci si aspetta che lo prevenga, mentre chi riceve l’avvertimento non sempre ha gli strumenti per valutarlo”.
Per chi investe, a questa preoccupazione si affianca la prospettiva di un guadagno, che Riganti riassume con l’espressione “finché rende”. La scelta di finanziare lo sviluppo può reggere finché il ritorno atteso appare sufficiente a compensare i rischi, anche quando questi sono riconosciuti e discussi apertamente. Il punto diventa allora capire quanto sia fondata quella promessa di profitto e che cosa accadrebbe se cominciasse a perdere credibilità.
La paura stessa può contribuire a sostenerla, perché sui mercati non agisce in una sola direzione. “La paura spinge a comportamenti talvolta anche poco razionali”, spiega Riganti, richiamando il timore di perdere l’occasione della vita, di restare fuori mentre altri prendono posto in un mercato al quale si attribuiscono possibilità enormi. “Per chi avverte soprattutto questa seconda paura – aggiunge – aspettare può sembrare più rischioso che investire, e la descrizione della potenza dell’AI può diventare una ragione ulteriore per voler partecipare alla sua crescita”. Una preoccupazione autentica e un interesse economico possono dunque convivere, senza che sia necessario considerare ogni allarme una manovra per attirare capitali. Il problema, nella lettura del giurista, è che la fretta di entrare nell’affare potrebbe trasformarsi altrettanto rapidamente nella fretta di uscire, se al timore di perdere un’opportunità subentrasse quello di non riuscire a mettere al riparo il proprio denaro.
Il tempo che serve ai profitti
La dimensione degli investimenti dà la misura delle aspettative in gioco. Secondo l’AI Index 2026 di Stanford, nel 2025 gli investimenti privati mondiali nell’intelligenza artificiale hanno raggiunto circa 345 miliardi di dollari, con un aumento del 127,5 per cento rispetto all’anno precedente. La sostenibilità di questa corsa dipende anche dalla distanza tra ciò che si spende oggi e ciò che si riuscirà a ricavare domani. Nei conti delle aziende quella distanza è evidente. Nel 2025 Anthropic ha registrato ricavi per quasi 4,6 miliardi di dollari, dodici volte quelli dell’anno precedente, a fronte di costi dell’attività per 12,65 miliardi; nello stesso anno OpenAI ha registrato ricavi per 13,07 miliardi e costi per circa 34 miliardi. In entrambi i casi, per ogni dollaro di ricavi i costi superavano i due dollari e mezzo.
Per continuare a finanziare lo sviluppo occorre dunque convincere gli investitori che i risultati futuri giustificheranno le spese presenti. È qui che gli avvertimenti sulla potenza dell’AI possono assumere un valore promozionale, suggerendo che le aziende siano vicine a realizzare qualcosa di molto più grande di quanto raccontino i loro bilanci. Riganti considera plausibile questo meccanismo, al quale si aggiunge una seconda promessa. Chi descrive il pericolo può presentarsi anche come il soggetto più capace di governarlo, offrendo a chi investe la prospettiva di partecipare alla crescita della tecnologia e la rassicurazione di affidarsi a chi saprà mantenerla sotto controllo, con evidente vantaggio rispetto agli altri operatori.
Per Riganti, però, una fase iniziale di investimenti molto consistenti può anche non garantire ritorni economici apprezzabili e va valutata anche alla luce del tempo necessario a sviluppare un’attività nuova. Del resto, la crescita successiva mostra quanto rapidamente possa cambiare il quadro. Nel secondo trimestre del 2026 i ricavi di Anthropic hanno raggiunto 11,5 miliardi di dollari, mentre quelli di OpenAI sono saliti a 6,7 miliardi, il 18 per cento in più rispetto ai tre mesi precedenti. L’aumento delle vendite offre una ragione concreta per continuare a investire, ma lascia aperta la questione di quanto quei servizi potranno rendere rispetto ai capitali impiegati. È su questo punto che il giurista invita alla cautela, perché “quanto più crescono le somme raccolte e le aspettative, tanto più diventa impegnativo mantenere le promesse. Riconoscere il potenziale di una tecnologia non permette di dare per scontato il successo economico di ogni investimento che la riguarda”. Riganti precisa di non avere gli elementi per quantificare la probabilità di una bolla, ma aggiunge che “il rischio che poi si tratti di una bolla, tutto sommato, non è da escludere”. Considerare questa eventualità dovrebbe già indurre a ragionare sulle protezioni necessarie, senza aspettare di sapere se e quando la fiducia dei mercati verrà meno.
Una cautela simile emerge da un bollettino pubblicato nel gennaio 2026 dalla Banca dei regolamenti internazionali, i cui autori valutavano allora come moderati i rischi per la stabilità finanziaria, legavano però la sostenibilità del boom alla capacità delle imprese di soddisfare aspettative elevate sui guadagni e segnalavano inoltre che il fabbisogno di investimenti avrebbe richiesto un maggiore ricorso al debito. Il futuro promesso deve quindi sostenere e giustificare anche gli impegni assunti per costruirlo e il tempo necessario a ottenere risultati economici entra così nella stessa discussione del tempo necessario a rendere sicura la tecnologia. Riganti considera plausibile che una richiesta di rallentamento dello sviluppo dell’AI risponda anche alla preoccupazione per i costi di tale sviluppo e per la capacità di restare competitivi. La prudenza può avere più di una ragione. Capire quali interessi protegga richiede di guardare anche alle condizioni alle quali viene proposta.
Chi decide le regole della corsa
Una pausa concordata tra i principali concorrenti può modificare le possibilità di tutti gli altri, soprattutto se sono le imprese più forti a stabilire tempi, limiti e requisiti dello sviluppo. Lo stesso Amodei riconosce che alcune forme di coordinamento pongono problemi di concorrenza e richiederebbero un intervento del governo. Rallentare insieme significherebbe quindi anche decidere chi potrà continuare a partecipare alla corsa e a quali condizioni. Per Riganti, il punto decisivo è l’autonomia di chi deve prendere queste decisioni. Le conoscenze delle aziende sono necessarie per comprendere la tecnologia, ma il loro peso economico non dovrebbe consentire di scegliere gli obblighi ai quali sottoporsi o di ottenere una disciplina su misura. Una protezione deve poter valere anche quando diventa scomoda per l’impresa che è tenuta a rispettarla. “Il diritto funziona fintanto che lo si vuole far funzionare”, osserva, richiamando il rapporto tra la forza degli operatori e quella delle istituzioni. “Il rischio – continua – è che le norme, se non ben calibrate, finiscano per seguire il mero peso economico degli operatori, lasciando a chi dispone dei maggiori capitali un’influenza crescente sia sullo sviluppo della tecnologia sia sui limiti da porre a quello sviluppo”.
Gli interessi delle imprese, quelli dei paesi
Questa influenza può diventare ancora più difficile da distinguere quando il successo delle aziende viene presentato come una questione di interesse nazionale. Il 29 settembre Donald Trump ha annunciato un accordo volontario con i vertici delle principali imprese tecnologiche, basato su controlli interni, verifiche esterne e supervisione dei consigli di amministrazione, ribadendo nello stesso contesto il sostegno allo sviluppo dell’AI e la centralità della competizione con la Cina. La combinazione tra impegni sulla sicurezza e volontà di mantenere il vantaggio americano mostra come politica e imprese possano trovare un punto d’incontro, anche quando sembrano chiedere cose diverse. Per Riganti, tuttavia, una convergenza su singole misure non basta a rendere coincidenti gli obiettivi di chi le sostiene.
“È molto pericoloso sovrapporre gli interessi di uno Stato a quelli di alcune società”, avverte, perché i grandi gruppi tecnologici rappresentano soltanto una parte dell’economia e della società americana. Accanto ai loro azionisti ci sono infatti altre imprese e cittadini con esigenze che possono essere differenti, a cominciare dalla tutela dei dati personali e dalle conseguenze della diffusione dell’AI sul lavoro. Da qui l’invito a distinguere la retorica della competizione internazionale dalle decisioni concrete, chiedendosi quali interessi vengano protetti di volta in volta. Se la crescita di pochi operatori diventa la misura del successo di un intero paese, discutere i costi delle loro strategie può apparire come un ostacolo alla vittoria comune, anche quando serve a tutelare chi da quelle strategie non trae lo stesso beneficio.
Le regole che esistono già
La disponibilità ad accettare limiti indipendenti dalla propria convenienza è anche il criterio con cui Riganti guarda alle richieste di nuove tutele. “Dei presidi di tutela già ci sono”, osserva a proposito dell’Europa, richiamando l’AI Act senza nasconderne i limiti. La normativa europea prevede obblighi e cautele che è necessario esaminare con attenzione. In questo quadro, “occorre spostare la discussione dalla necessità astratta di avere regole – continua – alla disponibilità concreta a rispettare quelle stabilite da un’autorità pubblica, anche interrogandosi seriamente sul livello di efficienza che le norme sono chiamate ad assicurare”. Per il giurista, chiedere maggiore sicurezza assume un significato diverso a seconda che si accettino, a tal fine, anche vincoli decisi autonomamente dal legislatore o si cerchino, invece, soltanto condizioni compatibili con la propria strategia e di semplice “facciata”. È una distinzione che riguarda la credibilità delle protezioni e, insieme, quella della promessa rivolta a chi investe.
Presentarsi come capaci di mantenere sotto controllo una tecnologia della quale si descrivono i pericoli può infatti diventare, secondo Riganti, un argomento a favore della ricerca di finanziamenti. Alla prospettiva del guadagno si aggiunge la fiducia nella capacità di governare il rischio, ma proprio questa doppia promessa rende necessarie garanzie verificabili anche al di fuori del rapporto tra l’azienda e i suoi investitori.
Quanto valgono le regole
Se anche la paura può contribuire ad attirare capitali, promettere di saper governare il rischio diventa allora parte del valore che un’azienda vende. La credibilità di quella promessa si misurerà però nella disponibilità ad accettare controlli e limiti stabiliti da un’autorità pubblica, anche quando rispettarli dovesse frenare la crescita o ridurre i guadagni. Chiedere regole significa infatti riconoscere a qualcuno il potere di stabilirle e di prendere decisioni che potrebbero essere diverse da quelle desiderate da chi le invoca.
È questo il passaggio più delicato del ragionamento di Riganti. Se le imprese possono determinare tanto lo sviluppo della tecnologia quanto le condizioni alle quali contenerlo, la tutela collettiva rimane subordinata alla loro convenienza. Per evitare questo scenario, occorrono dunque istituzioni capaci di far valere quelle condizioni anche di fronte al peso economico delle aziende. È quando le esigenze di sicurezza e trasparenza entrano in conflitto con il profitto di pochi che si vede quanto valgono le regole e chi ha davvero il potere di dettarle e farle rispettare.
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