#Finsubito news dalla rete – Il commento di Francesco Giorgino: «Energia, Meloni incassa il via libera dell’Europa per ridurre le bollette»


È un passo in avanti significativo quello che l’Italia ha fatto sulla riduzione dei costi dell’energia. Giorgia Meloni, con molta determinazione e pazienza, ha condotto una lunga e faticosa trattativa con l’Europa. Trattativa che ha consentito al nostro Paese di siglare un’intesa di massima con la Commissione europea al fine di diminuire l’impatto su famiglie e imprese del caro bollette.

Il calmieramento dei prezzi dell’energia elettrica si genera abbattendo a monte con il meccanismo del tetto temporaneo l’incidenza del costo del gas naturale impiegato nella generazione termoelettrica. Si tratta di una misura temporanea che mitigherà le distorsioni di questo mercato e preserverà gli incentivi agli investimenti a lungo termine. L’obiettivo è fissare il valore del tetto a 60 euro a megawattora per almeno un anno. Secondo alcuni calcoli fatti a livello tecnico, grazie all’iniziativa intrapresa dalla Meloni il costo dell’energia potrebbe scendere anche di un terzo. La trattativa tra Italia e Ue vedrà un secondo momento di confronto, nel mentre prosegue l’attività di limatura del testo definitivo da sottoporre all’Antitrust europea. Tocca ad Arera, invece, scrivere le regole interne, partendo ovviamente dalla segnalazione della copertura dei costi.

La posta in palio è di duplice natura. Da un lato è quella di aiutare i nostri connazionali più in difficoltà dal punto di vista economico per non aggravare la loro situazione. Dall’altro è quella di mettere le aziende italiane in condizione di non rinunciare aprioristicamente alla sfida della competitività. In relazione a questo specifico aspetto il numero uno di Confindustria Emanuele Orsini, incontrando a Bruxelles il Vice Presidente della Commissione europea Fitto e il Commissario europeo per il Commercio e la sicurezza economica Sefcovic, ha evidenziato la necessità, oltre che di rafforzare il bilancio europeo, di affrontare le sfide poste alle imprese dalla concorrenza cinese e dai costi troppo elevati dell’energia. Anche in questa circostanza Orsini ha chiesto all’Europa di non limitarsi a fare da arbitro della partita che stanno giocando Stati Uniti e Cina e tanto più di fare da semplice spettatore. Piuttosto è opportuno elaborare una risposta comune per fermare gli squilibri esistenti nel mercato globale e mettere le nostre aziende (molte delle quali sono piccole) in grado di concorrere a condizioni praticabili.

La battaglia sull’energia viene condotta dal governo italiano sul doppio binario della flessibilità da un lato e degli Ets dall’altro, nella consapevolezza che davvero qualcosa comincia a cambiare in Europa, ma anche nella certezza che in questa partita a scacchi con l’Unione ogni mossa deve essere compiuta conoscendo il contesto politico ed economico in cui ci si muove. Non si dimentichi, infatti, che entro il 2027 saranno 10 i Paesi europei chiamati al voto. Si tratta di elezioni che vedranno l’adozione di differenti soluzioni strategiche da parte dei singoli Stati nell’ottica di ottenere il massimo risultato possibile e, quindi, il massimo consenso degli elettori. Tutto ciò, partendo da situazioni purtroppo molto differenti tra Stato e Stato.

Sugli Ets, ovvero sullo scambio delle quote di emissioni di Co2 per contenere gli effetti ambientali, l’Italia sta agendo insieme alla Grecia e ai Paesi del gruppo di Visegrad: per ora l’Europa ha preso l’impegno a “valutare” gli Ets. Non è tanto. Ma, onestamente, non è nemmeno poco, posto che il tema fino a qualche tempo fa rientrava nell’elenco delle questioni tabù e non negoziabili. L’Italia chiede di correggere il funzionamento dell’Ets senza rinunciare, tuttavia, alla decarbonizzazione. Un avvertimento metodologico è indispensabile: un conto è ridurre le emissioni di anidride carbonica operando in modo ambientalmente sostenibile, altro è perseguire questo obiettivo solo perché le fabbriche producono meno o addirittura perché chiudono. E’ evidente che non è la stessa cosa.

Colgo l’occasione per evidenziare che la sostenibilità ambientale esiste nella misura in cui è conciliabile con la sostenibilità economica e sociale.

Entrando nel merito del tema affrontato in questo articolo, occorre annotare che l’Ets 1 esiste da vent’anni e copre le attività industriali. L’Ets 2, invece, riguarda il trasporto su strada e il settore immobiliare. Ets 1 è già oggetto di una riforma proposta della Commissione europea. Il Consiglio ha invitato i legislatori dei singoli Stati ad accelerare l’iter sulla riserva di stabilità del mercato con l’intento proprio di attenuare l’eccessiva volatilità dei prezzi. Ets 2, rinviata di un anno, entrerà in vigore nel 2028. Il nostro Paese ha chiesto che la partenza avvenga nel 2030, ma questa posizione non è condivisa da Svezia, Danimarca e Finlandia e più in generale dai Paesi del Nord Europa, i quali hanno già effettuato molti investimenti per adattarsi al cambiamento climatico e alla transizione energetica.

La “valutazione” alla quale si faceva riferimento precedentemente comporta un aggiornamento da parte della Commissione dei parametri di misurazione dell’impatto soprattutto di Ets 2, in particolare per quanto concerne la sua struttura complessiva e le relative misure di salvaguardia. Ed è un risultato conseguito grazie all’Italia.

Dal punto di vista più generale, non si può non annotare che il via libera della Commissione europea al decreto bollette varato dal governo Meloni dimostra come non si debba ridurre mai lo spazio di intervento della politica e che non si debba consentire che le trattative avvengano solo per il tramite dei tecnici. Rientra in questo contesto la battaglia che l’Italia sta conducendo in Europa per ottenere maggiore flessibilità nei conti pubblici.

La rigidità con cui l’euroburocrazia accompagna molte delle proprie decisioni in ordine all’utilizzo o meno di alcuni strumenti finisce per rendere ancor più critiche condizioni già molto complesse. Il giorno dopo il Consiglio europeo c’è più ottimismo sulla possibilità di ricorrere all’uso della leva della flessibilità, ma è del tutto evidente che resta il problema di fondo: le regole devono adattarsi ai contesti economici, sociali, culturali così come essi vengono determinati dalle molte variabili in campo. Le regole non possono essere gabbie dentro le quali imprigionare i tentativi di dare risposte efficaci ai problemi avvertiti come i più urgenti dalla popolazione. L’Europa deve interpretare la flessibilità non tanto come la possibilità di “concedere” una tantum deroghe alle regole esistenti, quanto come la sua capacità di essere al passo con i tempi, di governare l’imprevedibilità ed evitare così che si generino sui propri cittadini conseguenze più gravi di quelle che si sono determinate finora, non certo per volontà dei singoli Stati membri. Essere europeisti non vuol dire pronunciare sì incondizionati, ma contribuire alla gestione del cambiamento geopolitico e geoeconomico. Bene ha fatto allora la Meloni a mantenere il punto, a nome dell’Italia.


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