Ancora in sodalizio per regia e sceneggiatura, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo (orfani del compianto Mattia Torre) richiamano la crew che diede vita al cult assoluto Boris, serie tv e film, e realizzano per la piattaforma Prime Video una commedia lunare e originale, con alla base un’idea forte e una realizzazione che, purtroppo, non sempre sta al passo. Il ministero dell’amore è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2026, nella sezione Gran Public.
I problemi del Governo interiore
Aldo (Pif) è un brillante cronista parlamentare che passa le sue giornate nel caos della politica romana, ignaro del fatto che la vera crisi stia per esplodere dentro di lui. Nel suo mondo interiore, infatti, i sentimenti diventano una questione di Stato e un singolare Consiglio dei Ministri governa ogni sua decisione attraverso decreti emotivi e leggi dell’anima. Quando la storia d’amore con Claudia (Alessandra Mastronardi) inizia a vacillare, il “Governo Aldo” precipita nella sua più grande crisi. [sinossi]
Ennesima variazione sul tema già introdotto dalla Pixar con i due Inside Out e che nel cinema italiano aveva avuto una recente versione con il Follemente di Paolo Genovese, Il ministero dell’amore di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo istituzionalizza la personificazione delle emozioni, che nella mente del giornalista parlamentare Aldo (Pif) diventano un vero e proprio Governo con tanto di Parlamento, Ministeri e partiti di opposizione. Proprio il protagonista esplicita le motivazioni di questa scelta nelle prime battute, mentre assiste ad una protesta davanti a Palazzo Chigi in compagnia del suo fedele operatore (Leonardo Lidi, un bravo attore di origine teatrale che è improvvisamente dovunque nel cinema italiano, protagonista di Serpenti di Roberto De Paolis Maina, comprimario in È andata così di Gianni Zanasi e Scherzetto di Mario Martone e stiamo sicuramente dimenticando qualcos’altro): siamo sempre esigenti e inflessibili verso il governo del nostro Paese, non altrettanto verso quello del nostro Paese interiore. E quindi l’ossessione per la politica e la sua applicazione alla sfera del privato si materializza subito attraverso un mondo parallelo che “abita” nel suo cervello, con le forme austere e il design dell’Italia anni Sessanta-Settanta, percepiti come migliori e “più seri” anche da chi ai tempi non era ancora un essere senziente, in nome di quel nostalgismo in cui è imprigionata da tempo la decadente e sclerotica Italia. Il Presidente del Consiglio è un Corrado Guzzanti con accento sardo, ricalcato principalmente su Francesco Cossiga, il ministro dell’Amore, al centro della crisi di governo scatenata dalla fine del rapporto con la fidanzata Claudia (Alessandra Mastronardi), è Pietro Sermonti, il Ministro della Difesa, in divisa militare e con l’aria da generalissimo sudamericano, è Massimo De Lorenzo, e in pratica tutta la banda di Boris è richiamata alle armi per questa nuova produzione, a poca distanza dal sequel della serie originale per Disney+. Anche qui la destinazione è purtroppo la piattaforma (Prime Video da metà dicembre) e al momento non abbiamo notizia di una comparsata in sala che comunque auspichiamo. Le aggiunte “esterne” sono dunque Pif, che sostituisce l’Alessandro Cattelan del precedente lungometraggio dei due registi, Ogni maledetto Natale, sorta di anti-cinepanettone, e una gustosa Angela Finocchiaro nel ruolo della leader dell’opposizione presto cooptata in un governo “di larghe intese”.
Se tutto quanto detto finora solletica legittimamente l’interesse, c’è da dire che la realizzazione non sempre rimane al passo con l’innegabile inventiva e il fuoco di fila di idee e situazioni, e i primi venti minuti disorientano e presentano il tutto in maniera troppo frettolosa. Un cedimento al mood da piattaforma che obbliga a presentare tutto e subito, con sequenze iniziali “forti” che catalizzino subito l’attenzione ed evitino che l’utente di turno esca dal file per passare ad altro? Certo che sì secondo noi, con il paradosso che una gestione scriteriata degli elementi possa ottenere esattamente l’effetto contrario. Pian piano il ritmo si assesta e qualche gag va a segno, soprattutto per merito della verve degli attori, ma la sensazione di occasione sfruttata non al meglio permane. Ci appare soprattutto errata la scelta del protagonista, capace di trasformare in un Pif-movie, monocorde voce narrante e sguardo perennemente basito, qualsiasi cosa che tocca. Il giornalista parlamentare “di strada”, abilissimo a sfruttare ogni occasione per tampinare i politici anche quando cercano la fuga da uscite secondarie, assiste alla sostanziale resa dell’opposizione alla ragion di Stato e all’aumento delle prebende per i deputati, mentre dentro di sé accade lo stesso, con partiti di rottura come quello dei sensi di colpa e quello del suicidio che presto rivelano la loro anima fanfarona e populista (ricalcati sul Movimento 5 stelle e sul vannacciano e fascistissimo Futuro Nazionale). La sindrome di Peter Pan che porta ad abbandonare e terremotare ogni impegno amoroso serio si fa quindi specchio di un atteggiamento nazionale di completa deresponsabilizzazione dell’elettore medio, sempre pronto all’avventurismo del nuovo che puntualmente porta alla delusione e alla ricerca di qualcosa di ancora più nuovo. Questa spirale viene rotta all’interno da un nuovo assunto al Ministero dell’Amore (Federico Cesari) che si mette a lavorare e a scartabellare fino ad arrivare al rimosso contenuto in un’ala semiabbandonata del palazzo immaginario, scoraggiato nel suo impegno da giovane idealista dal vecchio impiegato (Andrea Pennacchi) malato di cinismo. La centralità della realizzazione amorosa, che posiziona il film in un approccio tradizionalista ad un primo sguardo, non è nient’altro che metafora dell’assunzione di responsabilità.
In questo connubio tra pubblico e privato (la vera forza dell’approccio di Nanni Moretti a Il caimano, mostrare la devastazione del privato come inestricabile conseguenza dello sfacelo pubblico) risiede il cuore pulsante di un’opera, come già detto, fortemente sbilanciata, con l’uso dei dialetti italiani ai limiti dello stereotipo come nei peggiori film dei fratelli Vanzina. I momenti esilaranti, comunque, non mancano, ad esempio nell’improvviso apprezzamento di Cinque giorni di Michele Zarrillo quando si soffre per amore o in scambi fulminanti (“Mi chiamo Mixa, con la x” “Perché?” “Perché mio padre è pazzo” – “Le cose in politica si dicono, mica si fanno. Il partito d’Azione è mai passato all’azione?”) che certificano e confermano la non appartenenza di Ciarrapico e Vendruscolo ai filoni consunti della nostra commedia. Ma da loro, appunto, ci si aspetta di più del tirare a campare che il Presidente Guzzanti riassume con la famosa massima “Ogni tanto si fa solo passare la giornata, ogni tanto si fa la Storia”.
Info
Il ministero dell’amore, un trailer.
Il ministero dell’amore was last modified: Ottobre 20th, 2026 by
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