Insieme per Tropea solleva dubbi sulla delibera con cui la Giunta ha autorizzato il sindaco a conferire un incarico legale contro contenuti ritenuti falsi o denigratori. Pur riconoscendo il diritto dell’Ente a difendere la propria reputazione, il gruppo teme che il provvedimento possa scoraggiare la libertà di espressione e il controllo democratico. L’opposizione chiede maggiore trasparenza, confronto pubblico e chiarimenti anche sull’impiego di risorse comunali per eventuali azioni giudiziarie.
La riflessione di Insieme per Tropea
“La deliberazione n. 23 del 16 luglio scorso, con cui la Giunta comunale di Tropea autorizza il sindaco a conferire un incarico legale per la tutela dell’immagine dell’Ente, rappresenta un atto che merita un’attenta riflessione sul piano istituzionale, politico e democratico. “Nessuno mette in discussione il diritto di un’amministrazione pubblica di difendere la propria reputazione qualora ricorrano effettive condotte diffamatorie”, si legge in una nota del gruppo consiliare Insieme per Tropea.
“Diverso è il piano sul quale si colloca una deliberazione che, prendendo espressamente di mira video, articoli e prese di posizione riguardanti l’attività amministrativa, rischia di trasmettere un messaggio che potrebbe essere percepito come dissuasivo nei confronti di chi esercita il diritto di critica.”
L’immagine di un Comune non si costruisce attraverso il ricorso agli avvocati, ma nel rispetto dei principi di imparzialità, buon andamento e trasparenza sanciti dall’articolo 97 della Costituzione: essa si rafforza pubblicando gli atti, motivando le decisioni, garantendo l’accesso alle informazioni e accettando il controllo democratico anche quando risulta politicamente scomodo.
L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e la giurisprudenza ha costantemente riconosciuto al diritto di critica politica una protezione particolarmente ampia, soprattutto quando riguarda amministratori pubblici chiamati a rispondere delle proprie decisioni davanti alla collettività.
Analogamente, l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ribadisce che la libertà di espressione costituisce uno dei pilastri fondamentali di ogni società democratica e che gli amministratori pubblici devono accettare un livello di scrutinio più intenso rispetto ai privati cittadini.
Nella delibera si afferma che alcuni contenuti diffusi attraverso social network e organi di informazione sarebbero “non corrispondenti al vero”, “denigratori”, “parziali e mistificatori”, disponendo l’avvio delle iniziative giudiziarie ritenute opportune.
Saranno naturalmente le autorità competenti, qualora venga promossa un’azione, a stabilire se ricorrano o meno gli estremi della diffamazione. Fino ad allora resta però indispensabile distinguere con chiarezza tra eventuali affermazioni false e il legittimo esercizio del diritto di critica politica e amministrativa.
Proprio questa distinzione assume oggi un rilievo ancora maggiore alla luce del recente orientamento dell’Unione europea, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 ha introdotto strumenti di contrasto alle cosiddette SLAPP, le azioni giudiziarie strategiche promosse con l’effetto di scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico.
Non si sostiene che la deliberazione del Comune di Tropea possa essere automaticamente ricondotta a tale fattispecie, valutazione che spetterebbe esclusivamente all’autorità giudiziaria: è tuttavia legittimo evidenziare come un provvedimento di questo tipo rischi di produrre un effetto intimidatorio nei confronti di cittadini, giornalisti, consiglieri comunali, associazioni e forze politiche impegnate nell’esercizio del controllo democratico.
In una democrazia matura il confronto non si affronta nelle aule giudiziarie, ma attraverso la trasparenza amministrativa, il contraddittorio pubblico, la pubblicazione degli atti e la piena rendicontazione delle decisioni assunte.
Chi esercita funzioni pubbliche deve mettere in conto che il proprio operato possa essere oggetto di valutazione, contestazioni e critiche, anche severe, purché non trascendano nell’insulto gratuito o nella consapevole diffusione di notizie false.
Appare quindi discutibile che una Giunta comunale scelga di reagire alle critiche attraverso un atto che, nei fatti, rischia di essere percepito come una vera e propria “delibera-bavaglio”, soprattutto in una fase nella quale numerose scelte amministrative risultano già oggetto di richieste di accesso agli atti, istanze di autotutela e interrogativi pubblici.
La risposta più efficace sarebbe quella di dimostrare, documenti alla mano, la correttezza delle proprie decisioni, favorendo il massimo livello di trasparenza.
Non meno rilevante è il tema dell’impiego di risorse pubbliche per sostenere iniziative giudiziarie che potrebbero riguardare prevalentemente il confronto politico e amministrativo. Anche sotto questo profilo resta legittimo domandarsi se tale scelta rappresenti davvero la priorità per un’Amministrazione chiamata quotidianamente a rispondere ai bisogni della comunità, che sono tanti e impellenti.
La credibilità delle istituzioni non si misura nella capacità di reagire alle critiche con strumenti giudiziari, ma nella disponibilità al confronto, nella forza delle argomentazioni e nella trasparenza dell’azione amministrativa.
Un Comune autorevole non teme le domande o le critiche dei cittadini, ma le considera parte integrante del processo democratico.
Per questo motivo riteniamo che la strada da percorrere debba essere quella della massima apertura istituzionale: pubblicare gli atti, motivare le scelte, rispondere puntualmente alle osservazioni e garantire il pieno esercizio del diritto di critica.
Perché la libertà di espressione non appartiene alle opposizioni né alla maggioranza: appartiene alla democrazia. Ed è proprio nei momenti in cui essa appare più scomoda che le istituzioni sono chiamate a dimostrare la loro piena fedeltà ai principi della Costituzione e dello Stato di diritto“.
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Mirko Spadaro
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