“Se non interveniamo subito sulle emissioni la situazione climatica andrà sempre peggio. Perderemo benessere. Cinquant’anni fa le ondate di calore sarebbero state di tre gradi e mezzo più fresche: sono figlie della crisi climatica”. All’indomani del tragico bilancio del caldo in Europa – con oltre 1.300 morti – è Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico esperto di clima, a lanciare l’allarme su La Stampa.
Il nemico numero uno sono le ondate di calore, fiammate di caldo anomale che non danno tregua. Sul piano meteorologico, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio una perturbazione interromperà l’ondata di calore, portando un calo delle temperature e temporali anche di forte intensità, con rischio di grandinate soprattutto al Nord, in successiva estensione al Centro-Sud. Nella prima decade di luglio si tornerà su valori termici più vicini a quelli delle estati di qualche anno fa.
Mario Tozzi
La tregua, però, durerà poco. Secondo i meteorologi, il prosieguo della stagione sarà caratterizzato dall’alternanza di nuove ondate di calore e passaggi perturbati, con temporali localmente violenti. È uno schema atmosferico che negli ultimi anni ha progressivamente sostituito la tradizionale estate dominata dall’anticiclone delle Azzorre, rendendo più frequenti sia gli episodi di afa intensa sia i fenomeni estremi.
Ma se sul piano meteorologico è difficile spingersi oltre con le previsioni, sul piano climatico, quindi nel lungo periodo, il trend è ormai evidente ed è legato al riscaldamento globale, come spiega Tozzi. Un fenomeno che sta già mietendo vittime e che va fermato se vogliamo evitare un ulteriore peggioramento.
Le ondate di calore che stanno travolgendo Italia ed Europa rappresentano un trend?
«Dal lavoro degli scienziati del World Weather Attribution, che studiano il legame tra cambiamento climatico ed eventi estremi, emerge che le ondate di calore che stiamo vivendo sono anomale rispetto a quelle del passato proprio perché c’è stato il riscaldamento globale. Se nel 1976, quindi cinquant’anni fa, si fosse verificata la stessa ondata di calore, sarebbe stata circa tre gradi e mezzo più fresca, proprio perché allora non c’era il riscaldamento globale che abbiamo oggi. Le ondate di calore sono figlie della crisi climatica e allo stesso tempo la alimentano, in una sorta di circolo vizioso. Quello che ci aspettiamo, e che la comunità scientifica dice da tempo, è che ci stiamo avvicinando ai limiti biologici degli ecosistemi e anche alla nostra capacità di sopportare temperature così elevate. Per le persone più fragili il caldo estremo peggiora le condizioni di salute e le patologie già presenti, aumentando anche il rischio di mortalità. Il punto è che le ondate di calore sono un fenomeno meteorologico, ma si inseriscono in una tendenza climatica che va nella direzione di un progressivo riscaldamento».
Quindi dobbiamo aspettarci che il riscaldamento continui e che le conseguenze siano sempre più pesanti, anche per il pianeta?
«Se continuiamo a non intraprendere alcuna azione difficilmente le condizioni potranno migliorare. Potrà esserci qualche anno particolare, ma nel complesso il trend è quello di un ulteriore aumento delle temperature e di un aggravamento degli effetti sugli ecosistemi e sulle specie viventi. Perderemo benessere e ci troveremo sempre più spesso in territori inesplorati».
Anche il fatto che l’estate sembri allungarsi, con il caldo intenso già a giugno, rientra in questo trend?
«Certamente, e questa estate lo stiamo toccando con mano. A questi effetti si sommerà anche El Niño, perché sembra che questa oscillazione climatica vada nella stessa direzione del riscaldamento globale, amplificandone gli effetti. L’estate molto calda colpisce l’attenzione, ma bisogna guardare anche agli altri mesi dell’anno: novembre, gennaio e febbraio sono sempre più caldi e questo modifica la media climatica. È una conseguenza del cambiamento climatico. Il clima è una tendenza di lungo periodo».
L’INTERVENTO
In strada all’alba, il buio e il tè bollente: la lezione indiana per l’Europa che brucia
Ha detto che bisogna intraprendere delle azioni. Cosa significa concretamente?
«Significa intervenire sulle cause del cambiamento climatico. Questa è l’azione più importante. O si agisce sulle cause oppure ci si adatta. Ma se ci si limita ad adattarsi si rischia di farlo a uno scenario che nel frattempo continuerà a peggiorare. Per difendermi dalle perturbazioni più violente posso costruire grandi opere per contenere mareggiate di sei metri, ma se non intervengo sulle cause quelle mareggiate potrebbero diventare di otto metri. L’unico modo per agire è arrivare ad azzerare le emissioni derivanti dalla combustione dei combustibili fossili, quindi smettere di bruciare carbone, petrolio e gas. Non abbiamo più molto tempo. È vero che in Europa abbiamo messo in campo alcune azioni, ma complessivamente non riusciamo ancora a raggiungere un accordo internazionale in cui tutti si impegnino davvero. Anche noi dobbiamo continuare a fare la nostra parte e aiutare i Paesi che ci ricordano di essersi sviluppati seguendo un modello che oggi chiediamo a loro di non replicare. Senza una collaborazione globale si fallisce».
Lunedì di fuoco, il monitoraggio in tempo reale: così il caldo record investe l’Italia e l’Europa
Cosa si può fare sull’adattamento?
«Si dice: piantiamo alberi. Ma si parla di numeri impressionanti, centinaia di milioni di alberi. Prima che riescano ad assorbire quantità significative di anidride carbonica servono circa trent’anni. Può essere una misura utile di adattamento, ma non basta. Se non affrontiamo le cause del problema rischiamo di arrivare sempre in ritardo».
In Piemonte alcuni viticoltori sostengono che la vendemmia del Nebbiolo potrebbe iniziare già ad agosto, quando tradizionalmente si svolge tra settembre e ottobre. È un altro segnale del cambiamento climatico?
«E non è niente rispetto al fatto che, tra qualche anno, il Nebbiolo potrebbe essere coltivato anche a Stoccolma. Tutte le fasce di vegetazione si stanno spostando verso Nord. Da noi arrivano colture che fino a poco tempo fa consideravamo tropicali, come mango e l’avocado, mentre più a Nord avanzano l’ulivo e la vite. L’anticipo della vendemmia è un chiaro segnale del cambiamento climatico, così come l’anticipo della fioritura dei ciliegi in Giappone. Sono due esempi molto noti di come il riscaldamento globale stia modificando i cicli naturali delle piante. Ogni anno assistiamo a un anticipo della fioritura e della vendemmia».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Lara Loreti
Source link



