Tre sono le patologie della psiche che l’internet ci mostra ogni giorno, nell’universo creato a misura d’immagine e che tuttavia ci si ostina a fingere non sia tale: l’epoca in cui abbiamo davanti agli occhi ogni minuto più immagini di sconosciuti e sconosciute di quante vent’anni fa ne vedessimo in una vita intera dei nostri cari, quest’epoca qui è anche l’epoca in cui riusciamo a non imparare niente di come convivere con l’overdose di immagini.
Tre sono le tipologie di ciò che si muove attorno a quella che è – arrubbo la definizione a Michele Serra, che non passando le giornate in mezzo alle puttanate a scopo di like le descrive col giusto distacco – «l’antica ciancia sull’aspetto fisico degli altri, malignità o battutine bisbigliate per secoli alle spalle e oggi, grazie ai social, promosse a problema sociale con il nome di body shaming».
Ci sono quelli che commentano: essenzialmente perché sono disperati e inattrezzati, il tempo che la lavasciuga ha liberato loro non sanno come impiegarlo, persino guardare un film e leggere un romanzo, i passatempi con cui s’intrattenevano i loro nonni senz’obbligo scolastico, al dottorando con uso di wifi di questo secolo sembrano montagne intellettualmente impegnative da scalare. Se commentano sui social gli passa il tempo, se commentano sui social s’illudono di esistere.
Ci sono quelle (femminile sovresteso: più spesso si tratta di donne) che ricevono i commenti, e che quasi sempre di quei commenti campano (del traffico sui loro account, dell’appetibilità social che si trasforma in appetibilità professionale), e che quasi mai hanno la lucidità di capire che chi scrive a una sconosciuta «sei bellissima» non è meno spostato di chi le scrive «sei un cesso».
E poi ci sono i teorici del non si sa bene cosa: «Dovete smetterla di commentare i corpi altrui». E cosa devono commentare, di grazia. Se pubblico una mia foto in bikini (ma pure una in tailleur) è difficile che il pubblico sia indotto a commentare le mie opinioni sulla “Critica della ragion pura”. D’altra parte se fotografo una copia della “Critica della ragion pura” difficilmente otterrò abbastanza commenti da ricavarne contratti dagli sponsor.
I sofisticatissimi dibattiti di questi giorni vertono attorno alla magrezza, cioè il grado zero della dialettica, quello a più immediata disposizione dei conversatori scarsi, e quello presente anche quando si finge assente. Ogni discussione sull’abbigliamento della Meloni, per dire, è una discussione che riguarda l’altezza e la magrezza della presidente del Consiglio.
Quelli che commentano l’opportunità o no d’un suo tailleur non sono gente che abbia competenze in storia della moda o anche solo in linguaggio della stessa; hanno solo un’idea che è quella alla portata della loro incompetenza: quel che indossa non la slancia.
Non sforzarsi di sembrare più alta e più magra è il più imperdonabile tra i peccati per l’osservatore medio, anche (specialmente) per l’osservatore medio che si finge interessato ad altro. Nessuno mai è in grado di spiegare cosa debba farsene, una che di mestiere non fa l’indossatrice (impiego nel quale è necessario essere alte e magre per far cadere i vestiti come fossero su un attaccapanni e farli quindi meglio figurare), dell’essere più alta e più magra.
Ma anche essere troppo magra non va bene, da cui le polemiche recenti su Ariana Grande. Che effettivamente sembra un bambino biafrano (scusate il riferimento anni Ottanta), e allora chi la critica si dice preoccupato per la sua salute, e allora quegli altri dicono no, non è vero, non siete preoccupati, e quel che intendono forse è «se foste davvero preoccupati le fareste una telefonata in privato», solo che Ariana Grande non è una di cui hanno il numero di telefono: è una che credono di conoscere perché la vedono su uno schermo, e io non vorrei dire tutti i giorni che le relazioni parasociali sono il grande male di questo secolo ma, ecco, lo sono.
C’è, poi, una questione che ha a che vedere con la cafonaggine. Di recente una persona aveva scritto su Instagram d’avermi intervistata, in toni che non lasciavano dubbi circa il suo esserne lieta. Qualcuno ha commentato che proprio non mi sopportava, e io mi sono chiesta se si rendesse conto di che cafonata fosse andare sulla pagina di una che esprimeva contentezza per qualcosa a dire che a te quel qualcosa fa schifo.
La risposta che ho ricevuto è che non era stata usata la parola «schifo», il che mi è parso illuminante: abbiamo avuto genitori che ci hanno insegnato che «schifo» non si dice, è una parola scortese, fidandosi – illusi – che da grandi saremmo stati in grado di astrarre e riconoscere un concetto scortese anche se non contiene brutte parole. E invece.
Si chiedeva Michele Serra giovedì perché non tacere, di fronte ai commenti cafoni. «Tra i milioni di persone che vedono le fotografie della prosperosa Rodriguez e della minuta Grande, volete che non ce ne siano due o trecento che si sentono in obbligo di commentare? Perché dare loro la soddisfazione di un cenno di “ricevuto”? Perché non lasciare che la polvere rimanga polvere?».
Mentre si faceva questa domanda, Chiara Ferragni decideva anche lei di giocarsi la carta «guardate, mi dicono che sono grassa», che funziona sempre per compattare in tua difesa le deboli ideologhe del «non dovete parlare dei corpi altrui». Dice che lei è finalmente felice, che da magra non lo era, che è sicura di sé. Non ho mai visto una persona sicura di sé dichiararsi tale (ma neanche una felice o altro; le persone cui urge dichiararsi non sono mai ciò che dichiarano, ma va bene così: raccontarsela è il più inalienabile dei diritti umani).
Poi passa alla parte che mi interessa, ed è quella in cui risponde non a chi le dice che è grassa ma a chi le dice che è invecchiata. Per favolosa coincidenza, il giorno prima di quello in cui la Ferragni ha inciso questo video io avevo avuto una conversazione con una commessa di profumeria turbata dal mio dichiarare di non aver mai usato il contorno occhi. «Vediamo l’età delle persone proprio dal loro sguardo», diceva lei. «Ma io voglio che si veda l’età che ho», rispondevo io, rendendomi conto di sembrare quell’apocrifo di Anna Magnani divenuto gag di Emanuela Fanelli. Ma quel che intendevo non è che ci tengo alle mie rughe: è che secondo me se ti danno trent’anni invece di cinquanta non è perché hai usato un contorno occhi efficace, è perché dici cose così sprovvedute che pare impossibile tu non sia una fresca trentenne.
Dice la Ferragni: «Invecchiare è… non tutti hanno la fortuna di farlo, tante persone si ammalano, addirittura muoiono. Quel che intendo è che invecchiare è un privilegio». E quindi sono lì che rifletto sulle tre patologie del dibattito, e all’improvviso mi ricordo del 2006. È il mio primo incontro con Nora Ephron, alla quale credo sia stato già diagnosticato il cancro di cui morirà cinque anni e mezzo dopo, ma non lo sa nessuno e certo non io.
Lei ha scritto un libro sul dramma delle rughe del collo, è il libro d’un’epoca ormai finita in cui le donne non iniziavano con le punture per ringiovanire a venticinque anni: le facce non erano ancora state abolite. Lei ha sessantacinque anni, ed è la donna più spiritosa di New York. Io ho trentaquattro anni, e non capisco un cazzo di niente.
A un certo punto le dico che non capisco questo problema del collo, cosa le importa delle rughe del collo. E lei mi guarda come si guarda una poverina non in grado di capire un’iperbole comica e mi dice che certo che non gliene importa niente, certo che potendo sceglierebbe che i suoi figli stessero bene e non di avere il collo liscio.
Anche perché – mi dice senza che io capisca comunque niente: né che morirà dopo pochi anni né quanto ha ragione da un punto di vista pratico – l’alternativa a invecchiare è morire. E quindi ora sono qui che mi chiedo, se la giovane me non lo capì neanche quando glielo spiegò una delle sue intellettuali di riferimento, c’è qualche possibilità che le ragazze che oggi fanno più punturine in faccia che esami all’università capiscano, sentendoselo dire da Chiara Ferragni, che invecchiare è il modo in cui la tua faccia ti dice che sei ancora viva?
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