Grande è la confusione sotto il cielo dell’intelligenza artificiale, si potrebbe dire parafrasando Mao Zedong. Anche perché questa confusione ha molto a che fare con i cinesi. 

L’amministrazione di Donald Trump, per provare a mettere un po’ d’ordine, ma soprattutto per mantenere il vantaggio commerciale e geopolitico degli Stati Uniti nello sviluppo di una tecnologia che progredisce a ritmi serrati, prepara un quadro di riferimento per la valutazione dei nuovi modelli di intelligenza artificiale avanzata, al quale i produttori dovrebbero conformarsi volontariamente prima di rilasciarli.

La formulazione delle linee guida, però, si sta rivelando più complicata di quanto Trump e i suoi esperti avevano immaginato. La Casa Bianca dichiara di averle completate ma non ha ancora specificato cosa contengano, chi le abbia visionate, quando i produttori inizieranno a conformarsi.

Nel frattempo ai confini opposti dell’Impero IA sono successe un po’ di cose. I cosiddetti modelli di frontiera di Anthropic e OpenAI, quelli cioè che spingono sempre più in là il limite delle capacità tecnologiche (e che potrebbero portare alla temuta superintelligenza), hanno cominciato ad adottare strategie di inganno autonome ai danni di persone, organizzazioni e servizi online nel tentativo di completare le valutazioni di sicurezza che gli erano state assegnate. Un test condotto dall’AI Security Institute britannico in un solo mese ha documentato dieci casi in cui Mythos 5 di Anthropic e GPT-5.6 Sol di OpenAI hanno compiuto diciannove azioni non autorizzate, e sempre la start-up di Sam Altman ha appena annunciato una pausa temporanea nello sviluppo di Astra, il suo modello chiuso più potente. 

Ma mentre i produttori americani provavano a “domare” la propria intelligenza artificiale, quelli cinesi hanno iniziato a rilasciare uno dietro l’altro modelli open source, o meglio open weight, sempre più competitivi, a prezzi più bassi, scaricabili senza troppe limitazioni e senza dover dipendere dai server dell’azienda che li ha creati. Ha cominciato Z.ai, ha proseguito Moonshot con Kimi K3 e subito dopo Alibaba con Qwen 3.8-Max: sistemi in grado di posizionarsi solo un po’ al di sotto dei modelli americani più avanzati. 

Due visioni, due strategie opposte che hanno riscontro nel tentativo di regolamentazione di Donald Trump. Il quadro di riferimento normativo, che andrà a completare il decreto esecutivo emesso dalla Casa Bianca agli inizi di giugno, dovrebbe definire i requisiti in materia di riservatezza, di cybersecurity, di protezione della proprietà intellettuale e di rischio per la nazione dei nuovi modelli che le aziende presenteranno al governo prima di poterli rilasciare. Anche se, al momento, non è pubblico (e potrebbe rimanere classificato) che cosa dalla Casa Bianca verrà considerato rischioso per la sicurezza nazionale. 

Dalle linee guida, soprattutto, rimarrebbero fuori i modelli aperti, e questa potrebbe essere una conferma del fatto che l’amministrazione Trump pensa a un sistema che possa mantenere la supremazia americana affidando lo sviluppo di un’IA sempre più avanzata a un ristretto gruppo di aziende che commercializzino modelli chiusi, costosi, ottenibili solo da partner selezionati e tutelati dai concorrenti cinesi con un divieto alla loro distribuzione negli Stati Uniti, limitazioni nell’accesso alla potenza di calcolo e alle forniture di microchip avanzati, con una protezione serrata dai tentativi di distillazione (la tecnica che permette di addestrare un modello più piccolo usando i dati generati da uno più potente).   

Questa impostazione non trova tutti concordi nella Silicon Valley. In principio gli Stati Uniti erano leader nei modelli di IA open-weight, dove aveva investito ingenti risorse anche Meta, poi le cose sono cambiate, ma non è scemato il desiderio di sviluppare alternative made in Usa ai modelli aperti cinesi. «La nuova generazione di aziende che sviluppano modelli open-weight, tra cui Arcee, Reflection AI e Poolside – ha scritto il Wall Street Journal – punta su un aumento della domanda di modelli open-weight performanti che offrano l’efficienza dei modelli cinesi senza le complicazioni geopolitiche».

Si tratta, in buona parte, di piccole start-up con mezzi limitati che si trovano davanti alle resistenze di investitori che hanno riversato le proprie aspettative sui round di finanziamento dei colossi del settore e ora vedono come un pericolo e non come un’opportunità l’IA open source. Nel primo trimestre 2026, l’IA ha convogliato ben 255,5 miliardi di dollari, ma secondo i dati di PitchBook, due terzi di essi sono finiti su sole tre aziende e sulla loro quotazione a Wall Street: Anthropic, OpenAI, xAI. «Praticamente ci hanno detto no tutti i principali fondi di venture capital» ha raccontato Mark McQuade di Arcee AI, un’azienda di San Francisco che ha investito tutte le proprie risorse nella realizzazione di un modello open source che sfidi quelli cinesi. 

I sostenitori dell’IA aperta americana hanno comunque dalla loro parte almeno un paio di potenti alleati. Il primo è Jensen Huang, il ceo di Nvidia. A luglio ha firmato una lettera aperta chiedendo ai responsabili politici (Trump e il Congresso) di evitare «restrizioni premature». Nvidia ha sviluppato una propria famiglia di modelli aperti che si chiama Nemotron e ha riversato ingenti investimenti in start-up come Thinking Machines Lab, che da poco ha rilasciato il primo modello open-weight o come Reflection AI, che dovrebbe ultimare il suo entro fine anno.

L’altro alleato è sceso in campo, anzi è risceso, lunedì. È Mark Zuckerberg e ha presentato Muse Glimmer, un nuovo modello di intelligenza artificiale con pesi aperti che si annuncia piccolo a sufficienza da poter essere integrato in un normale pc o mac. Si dovrebbe trattare solo della prima mossa di Meta, pronta a licenziare anche una versione open source di Muse Spark 1.2, che è invece la sua IA più avanzata, e chiusa. 

Il padrone di Facebook, Whatsapp e Instagram ha accompagnato la novità con un saggio tra il programmatico e il filosofico, un po’ in stile Dario Amodei. Il titolo è The Future is for Everyone (il futuro è per tutti) e Zuckerberg si fa paladino di una “democratizzazione“ dell’IA che definisce personal superintelligence”. «Il percorso migliore e più realistico – scrive – per costruire un futuro positivo per l’intelligenza artificiale è quello di rendere la superintelligenza accessibile a tutti». Concentrare il sapere nelle mani di pochi (aziende o governi) sarebbe pericoloso, e «non si tratta di un principio tecnologico, bensì di equilibrio di potere. Non esiste una superintelligenza unica e benevola».

I maligni hanno subito fatto presente che Meta è terribilmente indietro nell’IA, non ha i servizi di cloud di cui dispongono Amazon, Microsoft o Google, ma ha miliardi di utenti di cui conosce vita, morte e miracoli. Ovvio che Zuckerberg preferisca un sistema in cui l’intelligenza artificiale diventi un servizio come un altro e non la costosa infrastruttura principale. 

Ecco perché, date le scelte che imporrà ai governi, i rischi per la sicurezza, le contese geopolitiche, il futuro dell’IA sarà soprattutto, e come sempre, una questione di soldi.


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 Massimo Arcidiacono

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