Seduta decisamente positiva per Eni, che ieri ha guadagnato il 2,01% chiudendo a 24,05 euro, dopo avere oscillato tra 23,825 e 24,13 euro. Il movimento prolunga il recupero seguito alla pubblicazione dei risultati del secondo trimestre: nelle sedute successive ai conti il titolo ha guadagnato circa l’8%, facendo meglio anche del petrolio.
Ed è proprio questa sovraperformance rispetto al Brent il messaggio sul quale l’amministratore delegato Claudio Descalzi insiste maggiormente: Eni vuole essere valutata sempre meno come una semplice scommessa sul prezzo del greggio e sempre più sulla capacità di generare autonomamente crescita, efficienza e cassa.
Banca Akros: conti forti e superiori alle attese
Banca Akros conferma il giudizio Buy con target price a 26 euro, sottolineando come i risultati del secondo trimestre siano stati forti e superiori sia alle proprie stime sia al consensus.
A fare la differenza sono stati diversi elementi: ottima esecuzione nell’upstream, ottimizzazione del portafoglio Global Gas & LNG, forte miglioramento di Enilive e generazione di cassa superiore alle aspettative.
I numeri citati da Descalzi rendono bene l’idea. Il cash flow operativo ha superato del 15% il consensus, l’utile netto del 12%, l’utile operativo del 5% e la produzione del 3%.
La tesi del management è semplice: poiché le previsioni degli analisti incorporano già determinate ipotesi sul petrolio, battere quelle previsioni significa produrre qualcosa in più rispetto al semplice effetto del barile.
Emblematico il confronto indicato dal CEO: a fronte di un Brent cresciuto del 54%, il margine operativo per barile di Eni è raddoppiato.
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Più produzione, ma soprattutto più valore per ogni barile
C’è poi un secondo elemento che merita attenzione. Eni non sta soltanto aumentando la produzione, ma sta cercando di aumentare la redditività strutturale di ogni barile prodotto.
Il gruppo aveva indicato come obiettivo al 2030 un incremento del 50% del free cash flow per barile; secondo Descalzi è già stato raggiunto circa il +30%.
Alla base ci sono riduzione dei costi, successi esplorativi e soprattutto una diminuzione del time to market, cioè del tempo necessario per trasformare una scoperta in produzione e quindi in flussi di cassa.
È un aspetto importante anche per la valutazione borsistica: maggiore produttività del capitale significa che, a parità di petrolio, Eni può generare più cassa rispetto al passato.
Enilive e Plenitude iniziano a cambiare il profilo del gruppo
Ancora più interessante è il contributo delle attività legate alla transizione energetica.
Plenitude ed Enilive dovrebbero produrre complessivamente circa 2,6 miliardi di euro di EBITDA, mentre la guidance di Enilive è stata ulteriormente aumentata di circa 200 milioni.
Sono numeri che iniziano ad avere dimensioni sufficienti per modificare la lettura dell’equity story.
Per anni il mercato ha valutato Eni essenzialmente attraverso petrolio e gas. Oggi il gruppo sta tentando di costruire fonti di redditività meno correlate al Brent, trasformando le attività low-carbon da centro di investimento a componente significativa della generazione di risultato.
Se questa evoluzione continuerà, potrebbe progressivamente ridurre quello sconto con cui tradizionalmente vengono valutati i grandi gruppi petroliferi europei.
Oltre 6,2 miliardi agli azionisti e possibile dividendo straordinario
È probabilmente la remunerazione degli azionisti il catalizzatore più immediato.
Eni ha già aumentato del 5% il dividendo ordinario a 1,10 euro per azione e ha portato il programma di buyback da 2,8 a 3,4 miliardi di euro. Complessivamente, secondo quanto indicato dal management, la distribuzione agli azionisti supera i 6,2 miliardi.
Ma potrebbe non essere finita.
Eni prevede di destinare il 100% dell’eventuale surplus di cassa a un dividendo straordinario qualora si verifichi almeno una delle condizioni previste dal gruppo: Brent medio superiore a 90 dollari, margini di raffinazione o prezzo del gas TTF superiori di oltre il 50% rispetto alle ipotesi di budget.
Alle condizioni attuali, Descalzi considera quindi lo scenario del dividendo straordinario concretamente possibile, anche se la decisione verrà presa in autunno.
Il dato da non trascurare è che questa politica non dovrebbe essere finanziata aumentando il debito: il gearing è sceso dal 17% al 10%. Se la generazione di cassa resterà sui livelli attuali, il remuneration yield potrebbe superare il 10%.
Il gas europeo rimane però una variabile delicata
Sul fondo rimane il problema della sicurezza energetica europea.
Descalzi richiama l’attenzione sui livelli relativamente bassi degli stoccaggi europei e sul possibile impatto della progressiva eliminazione del GNL russo. Il problema non riguarderebbe direttamente l’approvvigionamento italiano nello stesso modo di altri Paesi, ma un mercato europeo più corto finirebbe inevitabilmente per trasmettere tensioni anche ai prezzi italiani.
Per Eni questa situazione presenta un’ambivalenza: prezzi del gas più elevati possono sostenere i risultati e aumentare la probabilità di distribuzioni straordinarie, ma un nuovo shock energetico europeo avrebbe conseguenze negative sulla crescita economica e sulla domanda.
Eni cerca quindi un nuovo multiplo
È questo, alla fine, il punto più interessante.
Il rialzo del titolo superiore a quello del Brent suggerisce che il mercato stia almeno iniziando a riconoscere qualcosa che va oltre il semplice aumento delle commodity: maggiore efficienza upstream, più produzione, crescita del cash flow, contributo crescente di Enilive e Plenitude e una politica di remunerazione particolarmente aggressiva.
Banca Akros vede 26 euro, circa l’8% sopra la chiusura di 24,05 euro. Ma la vera partita per Eni è probabilmente un’altra: convincere il mercato che non deve più essere valutata soltanto moltiplicando il prezzo del petrolio per la produzione attesa.
Se il gruppo riuscirà a dimostrare che l’attuale capacità di generazione di cassa è strutturale, la sovraperformance rispetto al Brent vista dopo la trimestrale potrebbe non essere soltanto un episodio.
Eni, il test di 24,10 può sciogliere il nodo: nuova gamba rialzista o semplice onda B?
Il quadro tecnico di Eni è particolarmente interessante perché il recupero partito dal minimo di luglio può essere interpretato secondo due scenari differenti, entrambi ancora compatibili con la struttura del grafico.
Il primo, più favorevole, considera il minimo di luglio a 19,87 euro come la conclusione dell’intera correzione ABC iniziata dai massimi di aprile. In questa lettura, il movimento correttivo si è sviluppato all’interno del canale discendente evidenziato nel grafico, assumendo di fatto le caratteristiche di una flag di continuazione inserita nel trend rialzista di fondo. La successiva rottura della parte superiore del canale avrebbe quindi segnato la fine della correzione e la ripartenza del trend rialzista di medio-lungo periodo.
Esiste però una seconda interpretazione, più prudente. L’ABC terminato a luglio potrebbe rappresentare soltanto l’onda A di una correzione di grado superiore. In questo caso, il forte recupero da 19,87 euro sarebbe l’onda B, destinata eventualmente a essere seguita da una nuova onda C ribassista.
24,10 euro è lo spartiacque di breve
Indipendentemente dalla lettura di Elliott, nel breve periodo il grafico fornisce un riferimento piuttosto netto. Eni sta attaccando area 24,00-24,10 euro, zona che ha già frenato ripetutamente i prezzi e che coincide anche con una precedente area di resistenza.
Una rottura confermata di 24,10 euro, preferibilmente in chiusura di seduta, fornirebbe un nuovo segnale di forza e dovrebbe aprire spazio inizialmente verso 24,56 euro, corrispondente al lato superiore del gap dell’8 aprile.
Il livello successivo è ancora più importante: 25,015 euro, massimo del 7 aprile e origine dell’intera fase correttiva.
È soprattutto il comportamento in prossimità di 25 euro che potrebbe aiutare a discriminare tra i due scenari. Un superamento convincente di quest’area indebolirebbe sensibilmente l’ipotesi che il recupero sia soltanto un’onda B e rafforzerebbe invece quella della ripresa del trend primario rialzista. In questo caso si aprirebbero prospettive decisamente più ambiziose, con spazio potenziale verso 29-30 euro.
Sotto 23 euro tornerebbero i dubbi
Il primo vero campanello d’allarme arriverebbe invece con una discesa sotto area 23 euro. La perdita di questo livello deteriorerebbe la struttura del recupero partito a luglio e renderebbe possibile una flessione inizialmente verso 22 euro.
Una debolezza più profonda riporterebbe invece in primo piano lo scenario correttivo di grado superiore, con il rischio di un ritorno verso la base del vecchio canale discendente, attualmente transitante in area 19,50 euro.
Il quadro rimane quindi costruttivo finché Eni conserva quota 23 euro, ma il passaggio decisivo è ormai molto vicino: sopra 24,10 il mercato avrebbe spazio per attaccare 24,56 e soprattutto 25 euro. È il superamento di quest’ultima soglia che renderebbe molto più credibile l’ipotesi che la correzione sia realmente terminata a luglio e che Eni abbia già iniziato una nuova gamba del trend rialzista di lungo periodo.
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