Per quasi cinque anni James Bond è stato un personaggio senza volto. Daniel Craig lo aveva lasciato morire, letteralmente, nel finale di No Time to Die, chiudendo nel 2021 un ciclo iniziato quindici anni prima con Casino Royale, e da allora intorno alla domanda apparentemente più semplice del cinema contemporaneo – chi sarà il prossimo 007? – si è costruita una quantità di indiscrezioni che ha chiamato in causa praticamente ogni attore britannico abbastanza giovane, abbastanza elegante o semplicemente abbastanza famoso da poter indossare uno smoking. Adesso, però, qualcosa è cambiato: la ricerca è davvero cominciata e, soprattutto, per la prima volta esiste una scadenza plausibile.
Amy Pascal, che produce il nuovo capitolo insieme a David Heyman, ha spiegato a Deadline che la fine del 2026 è «a good bet» per arrivare alla scelta del nuovo James Bond, confermando implicitamente che i prossimi mesi saranno quelli decisivi dopo l’avvio ufficiale delle audizioni nella primavera scorsa. Amazon MGM aveva annunciato a maggio che il casting era in corso, mentre nelle settimane successive il processo è entrato in una nuova fase, con ulteriori test previsti durante l’estate e Denis Villeneuve direttamente coinvolto nella selezione.
È però importante distinguere le informazioni emerse realmente dal casting dalla gigantesca macchina del gossip che accompagna Bond ormai da anni. Non esiste al momento una shortlist ufficiale di tre attori, e Amazon MGM ha scelto esplicitamente di non commentare i singoli candidati. I nomi che ricorrono con maggiore insistenza nelle indiscrezioni più recenti sono Jacob Elordi, Harris Dickinson e Callum Turner, indicati come profili compatibili con ciò che Villeneuve, Pascal e Heyman starebbero cercando, ma nessuno di loro è stato confermato dallo studio. Tom Holland, spesso inserito nella stessa rosa, compariva invece tra i nomi della wishlist riferita da Variety già nell’estate del 2025, quando il progetto era ancora in una fase molto precedente.
Ed è proprio qui che il prossimo James Bond diventa qualcosa di più interessante di un semplice casting. Perché il ventiseiesimo film della saga sarà il primo Bond costruito sotto il nuovo equilibrio di potere nato dopo il passaggio del controllo creativo ad Amazon MGM Studios. Nel 2025 Barbara Broccoli e Michael G. Wilson, eredi della famiglia che aveva custodito il personaggio cinematografico praticamente dalla nascita della saga, hanno raggiunto con Amazon un accordo per una nuova joint venture nella quale le parti restano comproprietarie della proprietà intellettuale, mentre Amazon MGM ha ottenuto il controllo creativo del franchise.
Non è un dettaglio industriale. Per sessant’anni James Bond è stato una delle anomalie più straordinarie di Hollywood: un marchio globale dal valore enorme rimasto sottoposto alla supervisione quasi artigianale della stessa famiglia, capace di stabilire non soltanto chi potesse interpretare 007, ma anche quando fosse arrivato il momento di cambiare tono, regista e direzione. Con Amazon comincia inevitabilmente un’altra epoca, e la prima scelta del nuovo corso sarà anche la più delicata, perché chiunque venga scelto non dovrà semplicemente sostituire Daniel Craig, ma diventare il James Bond attraverso il quale Amazon dimostrerà che cosa vuole fare di James Bond.
Il gruppo incaricato della trasformazione, del resto, è difficilmente casuale. David Heyman ha costruito uno dei franchise cinematografici più riconoscibili del XXI secolo producendo la saga di Harry Potter, Amy Pascal conosce perfettamente il funzionamento delle grandi proprietà hollywoodiane attraverso Spider-Man, mentre la sceneggiatura è stata affidata a Steven Knight, creatore di Peaky Blinders. A dirigere ci sarà Denis Villeneuve, autore di Arrival, Blade Runner 2049 e della saga di Dune, che al momento dell’annuncio aveva definito Bond un territorio per lui «sacred» e promesso di rispettarne la tradizione aprendogli, contemporaneamente, la strada verso nuove missioni.
Questa potrebbe essere la vera indicazione sul Bond che verrà. Villeneuve non è un regista scelto per amministrare un marchio esistente: è un autore che negli ultimi anni ha dimostrato di saper prendere universi già enormi, da Blade Runner a Dune, conservandone l’identità mentre ne modifica profondamente il linguaggio visivo. Anche Knight è uno sceneggiatore abituato a protagonisti maschili nei quali fascino, violenza, vulnerabilità e moralità convivono senza necessariamente conciliarsi. Se la combinazione funzionerà, il nuovo 007 potrebbe allontanarsi sia dall’imitazione di Craig sia dalla tentazione di recuperare semplicemente il Bond più ironico ed elegante del passato.
Resta allora il problema del volto.
Jacob Elordi è forse il candidato che renderebbe più evidente la volontà di aprire una nuova generazione. Australiano, come George Lazenby prima di lui, ha costruito dopo Euphoria una carriera molto meno prevedibile di quella suggerita dal suo iniziale status di idolo generazionale, passando da Priscilla di Sofia Coppola a Saltburn e scegliendo progressivamente ruoli capaci di sfruttarne tanto la presenza fisica quanto una certa ambiguità. Il suo limite, paradossalmente, potrebbe essere proprio la riconoscibilità: Bond richiede una star, ma storicamente ha funzionato meglio quando l’attore non era ancora più famoso del personaggio.
Harris Dickinson possiede invece una qualità differente, meno immediatamente hollywoodiana e forse per questo particolarmente compatibile con il progetto. Da Triangle of Sadness a Babygirl, passando per The Iron Claw, ha mostrato la capacità di passare dall’eleganza alla fragilità senza perdere quella componente fisica necessaria per rendere credibile un agente che, dietro lo smoking e il Martini, rimane innanzitutto un uomo autorizzato a uccidere.
Poi c’è Callum Turner, nome diventato progressivamente più insistente nei mesi recenti e forse quello che, almeno sulla carta, conserva maggiormente qualcosa del modello classico: britannico, presenza da leading man, una carriera abbastanza importante da renderlo riconoscibile ma non ancora così ingombrante da precedere il personaggio, con titoli come Fantastic Beasts, The Boys in the Boat e Masters of the Air alle spalle. È più grande rispetto all’idea iniziale, circolata nel 2025, di puntare necessariamente su un interprete sotto i trent’anni, e proprio questo dimostra quanto il profilo del nuovo Bond possa essere ancora fluido. Le indiscrezioni più recenti lo collocano comunque tra gli attori che rispondono al tipo di interprete preso in considerazione per i nuovi test.
E Tom Holland? Il suo nome non è affatto nato dal nulla: Variety lo aveva indicato nel 2025 insieme a Elordi e Dickinson tra gli attori presenti nella wishlist di Amazon. Ma tra essere desiderati da uno studio nella prima fase dello sviluppo e arrivare agli ultimi screen test esiste una distanza enorme, soprattutto quando si parla di un attore che è già Spider-Man e che porta inevitabilmente con sé una delle identità cinematografiche più riconoscibili della propria generazione.
In realtà potrebbe esserci ancora un’altra possibilità, forse la più affascinante: che il prossimo James Bond sia un nome che oggi compare poco o per nulla nelle scommesse. Nina Gold, la casting director scelta per guidare la ricerca e già responsabile di casting enormi tra Game of Thrones, The Crown e Star Wars, ha infatti incontrato anche interpreti meno conosciuti, mentre Variety ha riferito che tra gli attori già sottoposti a provino figura Tom Francis, britannico classe 1999 affermatosi soprattutto a teatro.
È una possibilità che avrebbe dalla sua anche la storia della saga. Debbie McWilliams, casting director di Bond per quarant’anni e tra le persone che contribuirono alle scelte di Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig, ha recentemente criticato proprio l’idea di affidarsi necessariamente ai nomi che monopolizzano le indiscrezioni, spiegando che 007 deve conservare qualcosa di enigmatico e che preferirebbe vedere emergere un attore quasi inatteso, capace di sparire dentro Bond invece di costringere Bond a convivere con una celebrità già perfettamente definita.
Del resto era già successo con Daniel Craig. Quando venne annunciato nel 2005, una parte dei fan considerò la scelta quasi un sacrilegio: troppo biondo, troppo distante dall’immagine sedimentata del personaggio, apparentemente inadatto a raccogliere l’eredità di Pierce Brosnan. Casino Royale trasformò quella contestazione nella dimostrazione opposta e inaugurò un Bond più fisico, ferito e vulnerabile, destinato a diventare per un’intera generazione semplicemente James Bond. Craig avrebbe interpretato il personaggio in cinque film, fino a No Time to Die, lasciando alla saga un problema che nessun algoritmo di casting può risolvere: il Bond successivo deve essere abbastanza familiare da essere riconosciuto e abbastanza diverso da rendere necessario ricominciare a guardarlo.
È probabilmente ciò che intende Amy Pascal quando insiste sulla necessità di procedere in maniera estremamente metodica e di trovare qualcosa di diverso rispetto alla performance lasciata da Craig. Perché scegliere un attore giovane significa potenzialmente legarlo al personaggio per dieci o quindici anni, costruendo intorno a lui non soltanto un film ma un’altra epoca cinematografica.
Le indicazioni dell’industria puntano a una possibile partenza della produzione nel 2027 e a un’uscita nel 2028, anche se Amazon MGM non ha ancora annunciato ufficialmente una data.
Prima verrà la decisione che conta davvero. Sean Connery aveva trasformato un personaggio letterario in un’icona, Roger Moore lo aveva portato verso l’ironia, Timothy Dalton ne aveva recuperato la durezza, Pierce Brosnan aveva incarnato l’eleganza degli anni Novanta e Daniel Craig aveva dimostrato che persino James Bond poteva sanguinare, innamorarsi, invecchiare e morire.
Adesso Amazon deve decidere non soltanto chi sarà il settimo attore della saga ufficiale a pronunciare «Bond, James Bond», ma quale James Bond abbia ancora senso raccontare nel 2028.
Ed è per questo che, tra tutti i nomi che circolano, quello decisivo potrebbe essere proprio quello che ancora non conosciamo.
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Antonella Trezzi
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