La correzione è in agguato. Le valutazioni sul mercato azionario statunitense battono ogni record, l’euforia per l’intelligenza artificiale contagia l’Europa e gli analisti della Banca centrale europea lanciano un monito inequivocabile sulla traiettoria dei listini. «L’AI ha guidato un rally fulmineo nel settore tecnologico, portando le valutazioni del mercato azionario a livelli visti l’ultima volta durante la bolla delle dot-com», scrivono gli economisti.

Il dubbio serpeggia con insistenza tra gli uffici di Francoforte, dove gli esperti tracciano un parallelo con le crisi del passato in grado di delineare scenari carichi di tensione per l’intera area euro. «I prezzi odierni del mercato azionario riflettono una scommessa razionale sulla tecnologia trasformativa? O stiamo assistendo a un remake?», si chiedono. I ricercatori espongono una visione con pochi dubbi e priva di sconti sulle dinamiche in corso, smorzando i facili entusiasmi degli operatori. «Sosteniamo che la ricerca economica sulle passate rivoluzioni tecnologiche punti a una conclusione preoccupante e che una correzione delle attuali valutazioni del mercato azionario sia probabile», sottolineano. E in questo scenario l’Europa non è immune da un eventuale contagio.

L’entusiasmo odierno per l’intelligenza artificiale presenta innumerevoli precedenti di rilievo nella storia economica globale. Il boom ferroviario del diciannovesimo secolo, l’espansione dell’elettricità negli anni Venti e l’ascesa di internet negli anni Novanta costituiscono perfetti termini di paragone. In ogni singola occasione un’innovazione dirompente ha scatenato ondate di investimenti febbrili. «In ogni caso, una tecnologia di autentica trasformazione ha attratto investimenti e le valutazioni del mercato azionario delle aziende che l’hanno adottata sono salite con forza prima di cadere in modo brusco», dicono gli analisti. La spiegazione razionale giustifica le valutazioni elevate con l’incertezza sulla produttività di una nuova architettura tecnologica. Gli esperti della Bce offrono un esempio concreto. «Perché il prezzo delle azioni di Nvidia è aumentato di 20 volte dal 2022? Perché gli investitori hanno percepito con logica razionale che l’azienda sarebbe diventata la prossima Google, con un potenziale di rialzo molto incerto e in potenza ampio», mettono in luce. La prospettiva di guadagno, del resto, annulla la percezione del pericolo nelle menti degli operatori. «Nel caso peggiore in un simile scenario, gli investitori perdono il loro investimento. Ma nel caso migliore, i guadagni sono grandi e del tutto difficili da limitare». Questo valore di opzione fa decollare i multipli dei pionieri del settore. E i ricercatori sottolineano come «questo valore di opzione aumenta le valutazioni azionarie dei primi adottanti, facendo salire in modo brusco i loro rapporti prezzo-utili».

Ma c’è di più. I listini possono subire un crollo significativo anche in caso di pieno successo della tecnologia, in quanto la natura dell’incertezza muta da un singolo comparto all’intera infrastruttura del sistema economico. «In principio la nuova tecnologia è come un esperimento su piccola scala». Un fallimento colpisce l’azienda specifica lasciando illeso il resto dell’economia, mantenendo il rischio entro confini diversificabili. Con l’espansione dell’adozione su scala globale la medesima incertezza diventa un fattore sistemico. Questo perché «se qualcosa va poi storto con quella tecnologia, l’intera economia ne soffre». Tale rischio risulta impossibile da arginare tramite portafogli variegati e gli operatori pretendono un premio superiore per mantenere le loro posizioni. Secondo l’analisi, «l’adozione stessa è una buona notizia per i flussi di cassa, ma il crescente premio per il rischio ha l’effetto opposto e tende a prevalere nella storia». Questa tendenza si inverte solo con una crescita degli utili in grado di compensare la dinamica repressiva, sebbene la tempistica esatta di questi sommovimenti sfugga a ogni modello predittivo. «L’esatta tempistica è inconoscibile in anticipo. Questi modelli di boom-bust sono identificabili solo col senno di poi». La spiegazione comportamentale aggiunge un carico di rischio ulteriore a questo delicato quadro di instabilità, sostenendo che «investitori troppo sicuri di sé e colmi di ottimismo spingano i prezzi oltre i fondamentali».

La realtà, questo è noto in tutta la storia economica, è che quando l’euforia svanisce la caduta assume proporzioni nefaste. «Entrambe le visioni implicano un boom seguito da una correzione, o un ripiegamento da ovunque le valutazioni siano salite, a un certo punto nel futuro», spiega l’analisi. E in tal contesto, un tonfo del mercato azionario statunitense avrebbe ripercussioni sistemiche per l’area euro attraverso due specifici canali di trasmissione ben delineati. «Uno è l’esposizione diretta degli investitori dell’area euro ai titoli dei Magnifici Sette (d’ora in poi Mag7) e l’altro è il grado di esuberanza di troppo negli stessi mercati azionari dell’area euro».

I cosiddetti Magnifici Sette, ovvero Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Meta Platforms, Microsoft e Nvidia, dominano incontrastati le borse mondiali concentrando flussi di capitale enormi. Ed è un motivo di preoccupazione, secondo gli economisti di Francoforte: «La dominanza delle Mag7 sugli indici globali detenuti su larga scala (ad esempio MSCI World) comporta rischi significativi per gli investitori dell’area euro». La gran parte di questa esposizione avviene tramite fondi comuni e fondi negoziati in borsa (ETF) in luogo di partecipazioni azionarie dirette da parte dei risparmiatori. Le famiglie europee riversano capitali ingenti verso panieri a basso costo. Come sottolineato nel rapporto, «le famiglie dell’area euro, le quali incanalano fondi in ETF a basso costo in continuo aumento, hanno circa 440 miliardi di euro di esposizioni in azioni tecnologiche statunitensi senza esserne per forza consapevoli del rischio di concentrazione associato». Anche le compagnie di assicurazione e i fondi pensione dell’area euro detengono posizioni di marcata importanza e questa struttura basata sui fondi agisce da moltiplicatore del panico. Il motivo è presto evidenziato. Una correzione repentina dei listini costringe gli intermediari a vendere asset per far fronte ai rimborsi richiesti dalla clientela. L’effetto domino innesca una spirale ribassista spesso descrivibile come inarrestabile. «Questo è il motivo per cui una correzione delle Mag7 è una questione di stabilità finanziaria per l’area euro, piuttosto che solo una questione privata», dicono gli esperti della Bce.

Tuttavia, il pericolo assume contorni ancora più foschi in caso di instabilità di mercato generalizzata, poiché «a differenza dell’episodio delle dot-com, il punto di partenza odierno lascia uno spazio di gran lunga minore per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le ricadute». Il rischio di una correzione endogena esiste ma le dinamiche europee appaiono salde e lontane dagli eccessi di Wall Street. I prezzi delle azioni dell’area euro mostrano un aumento sostanziale ma le metriche di valutazione rimangono a livelli contenuti. «L’ambiente macroeconomico dell’area euro nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione appare al momento resiliente rispetto ai tempi della bolla delle dot-com», concedono gli economisti. La produttività e i ricarichi nel comparto sono in chiara espansione ma i piedi restano ancorati a terra. «Il clima aziendale nei servizi digitali dell’area euro non sembra esuberante e l’adozione dell’AI da parte delle aziende dell’area euro registra aumenti di grande rilievo, a pochi anni dal lancio di ChatGPT nel 2022», dicono. Ma il fervore per queste innovazioni innesca mutamenti strutturali di impatto duraturo. Quello che è certo è che «il boom globale dell’AI ha innescato una profonda e continua trasformazione digitale in tutta l’area euro». I dati dimostrano come «l’aumento complessivo degli investimenti digitali nell’area euro nell’ultimo decennio supera di tre volte la crescita cumulativa del Pil nello stesso periodo». I mercati azionari europei restano dominati dai titoli della “old economy” e la mancanza di euforia per l’intelligenza artificiale riduce le probabilità di un crac interno. Tutto bene? Non proprio. Le due sponde dell’Atlantico mantengono però legami di natura indissolubile nel circuito finanziario globale. «I mercati azionari dell’area euro e degli Stati Uniti vantano da sempre una correlazione di grande entità, il che significa che una correzione negli Stati Uniti non lascerà l’area euro inalterata», viene scritto.

I contraccolpi di un tonfo americano sul fronte dell’intelligenza artificiale, si nota, si estenderebbero ben oltre i listini borsistici. In particolare, «gli effetti di una correzione statunitense potrebbero estendersi oltre i mercati finanziari al sentiment dell’area euro, alle condizioni di finanziamento e alle assunzioni». Il messaggio dei ricercatori di Francoforte risuona e impone una profonda riflessione sulla vulnerabilità del sistema: «Una ricaduta dell’AI negli Stati Uniti non rimarrebbe un problema statunitense». Sarebbe anche un danno, ancora difficile da quantificare con certezza, per l’Europa.


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 Fabrizio Goria

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