Piano Mattei: dall’Etiopia la richiesta di un salto europeo


Napoli, 5 Settembre – Il Piano Mattei è giunto a un passaggio decisivo. Ad Addis Abeba, in occasione del Vertice Italia-Africa del febbraio 2026, l’iniziativa promossa dall’Italia ha incontrato quello che può essere considerato il suo primo autentico banco di prova politico e strategico. Non una bocciatura, né un rifiuto pregiudiziale, ma una richiesta chiara di cambio di passo: per costruire un nuovo rapporto tra Europa e Africa non bastano investimenti, infrastrutture e dichiarazioni di principio. Occorrono metodo, reciprocità e, soprattutto, il riconoscimento della storia. Dall’Etiopia è arrivato un messaggio che merita di essere ascoltato con attenzione. I rappresentanti del Paese hanno posto sul tavolo tre questioni fondamentali: il riconoscimento della stagione coloniale italiana, segnata dall’occupazione del 1936-1941; la necessità di una reale co-programmazione delle strategie di sviluppo con l’Unione Africana; e l’esigenza di costruire un modello economico capace di mantenere sul continente africano una parte significativa delle filiere produttive e del valore generato dalle risorse. È questo, probabilmente, il punto politico più rilevante.

L’Africa contemporanea non intende più essere considerata soltanto come un immenso serbatoio di materie prime, energia e opportunità economiche per altri. Chiede di partecipare alla definizione delle strategie, di trasformare le proprie risorse sul proprio territorio, di creare occupazione qualificata e sviluppo duraturo. Non rivendica assistenzialismo, ma protagonismo. In questa prospettiva emergono anche i limiti di un Piano Mattei concepito prevalentemente in una dimensione nazionale. Per quanto ambiziosa possa essere l’iniziativa italiana, il rischio è che venga percepita come una risposta europea solo parzialmente mascherata da cooperazione, finalizzata soprattutto alla sicurezza energetica e al controllo dei flussi migratori. Una visione difensiva, dunque, che difficilmente può produrre quella relazione paritaria evocata dalla stessa filosofia originaria del progetto. Eppure, proprio il richiamo a Enrico Mattei potrebbe indicare una strada diversa.

La celebre formula del fifty-fifty, elaborata negli anni Cinquanta nei rapporti energetici con i Paesi produttori, rappresentò allora un tentativo di superare le logiche estrattive e profondamente asimmetriche che avevano caratterizzato il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Naturalmente non si tratta di riproporre meccanicamente un modello appartenente a un’altra stagione storica, ma di recuperare il principio politico che lo ispirava: la condivisione degli interessi come condizione per costruire relazioni stabili. Oggi quella intuizione dovrebbe essere tradotta in una prospettiva più ampia. Il Piano Mattei ha bisogno di diventare pienamente europeo. Non soltanto perché le dimensioni economiche e geopolitiche della sfida superano le possibilità di un singolo Stato, ma perché il futuro del Mediterraneo e dell’Africa riguarda l’intero continente europeo. La crescente presenza della Cina e della Russia nel continente africano rende ancora più evidente questa necessità. Pechino e Mosca hanno compreso da tempo che l’Africa rappresenta uno dei principali spazi geopolitici del XXI secolo. L’Europa non può limitarsi a inseguire strategie altrui o a considerare il continente africano esclusivamente attraverso la lente dell’emergenza migratoria. Deve elaborare una propria visione strategica, fondata sulla cooperazione e non sulla competizione predatoria. Servono, dunque, scelte politiche concrete.

Una cabina di regia permanente tra Unione Europea e Unione Africana; una responsabilità politica europea più forte sul Mediterraneo; strumenti finanziari comuni capaci di sostenere progetti pluriennali; ma soprattutto una nuova idea di partenariato. Un nuovo fifty-fifty, nel XXI secolo, non può riguardare soltanto la divisione degli utili. Deve significare condivisione delle conoscenze, trasferimento tecnologico, formazione comune. Scuole, università, centri di ricerca, percorsi di formazione professionale e sistemi sanitari dovrebbero diventare il cuore di una cooperazione nuova, costruita non per l’Africa ma insieme all’Africa. È su questo terreno che si misura la credibilità di una politica internazionale realmente innovativa. Perché lo sviluppo non si esporta: si costruisce attraverso istituzioni, competenze, lavoro e partecipazione. E nessun progetto potrà essere efficace se continuerà a considerare l’Africa come destinataria passiva di decisioni assunte altrove. Da Addis Abeba arriva, dunque, una lezione che va oltre il Piano Mattei. L’Africa non chiede semplicemente più capitali: chiede di essere riconosciuta come soggetto politico ed economico, protagonista del proprio destino.

È una domanda di dignità, ma anche una precisa richiesta di corresponsabilità. Il vero salto di qualità, allora, consiste nel passare da un Piano italiano per l’Africa a un grande progetto euro-africano costruito insieme. Senza questa dimensione, il Piano Mattei rischia di restare un’iniziativa ambiziosa ma incompiuta, inevitabilmente zoppicante rispetto alla complessità delle sfide contemporanee. Con un’Europa capace di assumersi fino in fondo la propria responsabilità storica e politica, e con un’Africa finalmente riconosciuta come partner alla pari, potrebbe invece nascere una piattaforma di cooperazione autentica: non un ponte costruito per attraversare una distanza, ma uno spazio comune nel quale costruire sviluppo, stabilità e futuro. Forse è proprio questa la sfida che l’Etiopia ha consegnato all’Europa: comprendere che il futuro delle due sponde non può più essere pensato separatamente.Ho dato al testo un respiro più editoriale e geopolitico, mantenendo intatta la vostra tesi centrale ma trasformandola in un articolo più adatto a una rivista di analisi e cultura politica.

Fioravante Ascolese e Rosa Bianco




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