L’ambulanza parte a sirene spiegate. Durante il tragitto arrivano poche informazioni: si tratta di un codice rosso, un uomo privo di coscienza trovato in un parco, forse un malore, forse un trauma. È una caldissima giornata di fine luglio, a Palermo, stiamo seguendo fin dalle prime ore del mattino un turno del 118. Quando arriviamo sul luogo della chiamata, si scopre che la realtà è diversa: il paziente è ubriaco, probabilmente anche drogato, non collabora e i passanti ci avvisano che fin dalle prime ore del mattino aveva dato in escandescenze e infastidito chiunque passasse dai giardini pubblici.

Occorre chiamare i carabinieri e tenerlo calmo sperando che la situazione non degeneri. «Casi come questo capitano quasi ogni giorno», ci spiegano a denti stretti gli operatori della “numero 4”, ambulanza medicalizzata (cioè con a bordo un autista, un infermiere e un medico) della centrale operativa Palermo-Trapani che, con i suoi 30 rianimatori e un parco di 90 mezzi tra elicotteri, ambulanze e automediche, garantisce i soccorsi su tutta la Sicilia occidentale, comprese Ustica, le isole Egadi, Pantelleria e Lampedusa.

La solitudine del medico di strada tra diagnosi lampo e processi sommari

«Il nostro lavoro è prendere decisioni che possono cambiare una vita in pochi minuti, senza la sicurezza di una diagnosi, senza una tac, senza analisi e spesso senza nemmeno un ambiente sicuro in cui operare», racconta il medico in turno. «Eppure basta un caso finito sulle prime pagine dei giornali perché il nostro impegno venga ridotto a un verdetto sommario: hanno sbagliato tutto». Il riferimento è al caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna dopo l’intervento di una pattuglia della Polizia e di un’ambulanza del 118: il clima di disprezzo, se non addirittura di “odio social”, scatenatosi dopo quell’evento grava pesantemente sul morale di donne e uomini che si occupano di emergenza di tutta Italia.

Servizio che funziona e salva vite: ogni anno nel nostro Paese sono sei milioni le missioni di soccorso del 118. Un milione nella sola Lombardia, più di 600 mila nel Lazio, 430 mila in Sicilia, 500 mila in Emilia-Romagna, solo a titolo di esempio da Nord a Sud. I dati Ocse -ente che raccoglie e confronta le performance sanitarie di 38 Paesi in tutto il mondo- certificano che lungo lo Stivale il soccorso sulle patologie tempo-dipendenti (come infarti o ictus, in cui pochi minuti di ritardo possono voler dire vita o morte) è un’eccellenza, con dati di mortalità ben sotto la media.

Dagli applausi della pandemia all’accusa di essere il nemico

E allora, perché questa caccia alle streghe che ha trasformato i medici del 118 in capri espiatori di un evento sul quale certamente indagheranno le autorità competenti ma che è solo una parte infinitesimale del loro lavoro? «La gente purtroppo ha la memoria corta», dice a Panorama il rianimatore Fabio Genco, che dirige la centrale operativa Palermo-Trapani, di cui siamo ospiti. «Siamo passati dall’essere gli eroi del Covid, quando eravamo gli unici a portare soccorso nella totale assenza della medicina del territorio, a essere una sorta di “nemico”. Con accuse pesantissime, che gravano su di noi ogni volta che un intervento va male. Ma la prima regola dell’emergenza è la sicurezza della scena: se la Polizia è in azione per garantirla, il personale sanitario deve attendere prima di compiere ogni intervento». Può sembrare una scelta difficile da comprendere, ma un medico ferito non può più aiutare nessuno. «Nessuno nega che possano esserci stati errori, nel caso di Bologna come magari in altri», continua Genco. «Ma trasformare ogni intervento problematico in un attacco ai soccorritori rischia di oscurare il lavoro quotidiano di migliaia di professionisti che operano in condizioni estremamente complesse».

E queste condizioni complesse riusciamo a toccarle davvero con mano, in questa giornata trascorsa al loro fianco. Mentre il caso del paziente psicotico si è risolto senza danni, in centrale operativa le criticità aumentano. Le ambulanze sono finite: molte sono ferme in fila fuori dai Pronto soccorso che, già alle 11 del mattino, risultano sovraffollati fino al 270% della loro capacità ricettiva, e quindi non in grado di ricevere altri pazienti. «Questo è un problema che riguarda tutta Italia», dice Mario Balzanelli, presidente nazionale Sis 118 (Società italiana sistema 118). «Una parte importante della flotta di ambulanze è di fatto sempre bloccata davanti ai Ps. È un vero e proprio sequestro operativo, io lo definisco “barellopoli”. Questo allunga i tempi di risposta e riduce la capacità di soccorso proprio quando c’è più bisogno».

L’assedio dei Pronto soccorso e la corsa contro il tempo

E infatti a Palermo, nel frattempo, si fanno i salti mortali per riuscire ad aiutare tutti. «Una signora anziana è caduta in bagno, non riesce a rialzarsi», ci dicono gli operatori della centrale. «Ma i mezzi sono tutti impegnati. E prima di lei ci sono sei casi più urgenti: durante l’estate facciamo più di 800 interventi al giorno, con gli elicotteri sempre in volo». Ma le criticità non finiscono qui, perché fare oggi emergenza territoriale significa operare in un contesto sempre più difficile: mancano i rianimatori, gli equipaggi devono coprire aree sempre più estese, le postazioni diminuiscono e i tempi di percorrenza si allungano. A questo si aggiungono incidenti stradali, aggressioni, turni massacranti e ambulanze spesso impegnate per chiamate inappropriate.

Per Balzanelli, una delle priorità sarebbe ripristinare l’accesso telefonico diretto al 118, senza il passaggio dal 112. «Il numero unico di emergenza fa una prima scrematura tra chi ha bisogno di soccorso sanitario e chi no», dice il direttore di Sis. «Ma così si perdono più di 90 secondi. E in emergenza il tempo è vita: nell’arresto cardiaco ogni minuto riduce di circa il 10 per cento la probabilità di sopravvivenza, mentre nell’ictus significa perdere milioni di neuroni». Ma non è tutto: un intervento per casi di individui sotto effetto di droga o alcool come quello al quale abbiamo assistito a Palermo può arrivare a bloccare ambulanza, rianimatore e forze dell’ordine anche per molte ore, mentre altre persone aspettano per problemi che mettono a rischio la loro vita. Le criticità sono dunque innumerevoli: sorprende quindi che ci si fermi a indicare il dito anziché la luna, e si pensi solo al caso Fakir.

Il peso dei giudizi a posteriori e il bisogno di risorse reali

«Dopo episodi che suscitano attenzione mediatica è inevitabile che il lavoro del 118 venga sottoposto a un giudizio collettivo dettato dalle emozioni. Ma il rischio è che decisioni prese in pochi minuti, in condizioni di incertezza e con informazioni limitate, vengano giudicate a posteriori, conoscendo già l’esito finale», aggiunge Narciso Mostarda, direttore generale di Ares 118 Lazio. Ed è inspiegabile anche la corsa da parte di alcune società medico-scientifiche a chiedere tavoli tecnici interministeriali per capire come agire in questi casi specifici di agitazione psicomotoria e delirio psicotico, che davanti ai 6 milioni di interventi di soccorso ogni anno, sono poco più che residuali.

Non ci sono problemi ben più gravi, nel campo del 118? Ovviamente sì. «Peraltro noi sappiamo bene come procedere davanti a pazienti in delirio psicotico: non abbiamo bisogno di tavoli tecnici», conclude Genco. Io una volta sono intervenuto per sedare una persona di quasi 150 chili, aiutato da 5 volanti della Polizia. Siamo rimasti bloccati per ore per cercare di portarlo in ospedale senza danni, ho dovuto praticargli un’anestesia generale e intubarlo sul posto. Qualunque medico rianimatore ha storie simili da raccontare». Più che tavoli e demagogia servono quindi risorse, mezzi, e più comprensione, non solo da parte della politica ma anche dell’opinione pubblica. Intanto è pomeriggio inoltrato, a Palermo il turno è finito. La “numero 4” cambia equipaggio e riparte a sirene spiegate. Non sappiamo chi troverà questa volta: un infarto, un incidente, un’altra persona che delira e minaccia.

Sappiamo però che, qualunque problema ci sia dall’altra parte della chiamata, qualcuno dovrà decidere cosa fare in pochi secondi, per strada, con il timore di essere aggredito e con risorse che non bastano mai.

E chi aspetta quell’ambulanza non saprà mai quante ore di turno abbiano già alle spalle quei soccorritori, né quante emergenze abbiano affrontato prima di arrivare da lui. Saprà soltanto una cosa: che nel momento peggiore della sua vita, spererà di vedere arrivare proprio loro, al più presto possibile, a sirene spiegate.


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 Maddalena Bonaccorso

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