La forza del dollaro non spaventa più: gli emergenti vincono con i fatti


Il Dollar Index ha toccato il suo massimo da un anno, alimentato dalle aspettative di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Fed emerse durante l’ultimo meeting. Tuttavia, ciò che i mercati si chiedono oggi non è tanto se il biglietto verde riuscirà a mantenere la posizione, ma quali saranno le conseguenze di questa forza per gli asset rischiosi, in particolare per i mercati emergenti. A farlo notare è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che in un’analisi approfondita invita a guardare oltre il semplice movimento del cambio.

I due motori del rimbalzo del dollaro

Secondo Tognoli, il recente rimbalzo del dollaro non è frutto del caso, ma si basa su due pilastri ben precisi. “In primo luogo, i mercati hanno aumentato le aspettative di un rialzo dei tassi di interesse statunitensi quest’anno, ampliando i differenziali a favore del dollaro”, spiega l’esperto. “In secondo luogo, la percezione di un rischio stabile per gli asset, unitamente alla solida performance del mercato azionario e ai flussi di portafoglio, ha sostenuto la domanda di dollari”.

Un recupero significativo, se si considera che l’indice aveva subito un forte calo dopo l’annuncio dei dazi da parte dell’ex presidente Trump nell’aprile 2025. Oggi, il Dollar Index ha recuperato più della metà di quelle perdite, smentendo di fatto chi prevedeva l’inizio di un’era di prolungata debolezza per la valuta americana.


Attenzione alle aspettative eccessive sulla Fed

Gran parte del rally si è verificato quando i mercati hanno rivalutato le prospettive della politica monetaria della Fed. Tuttavia, Tognoli mette in guardia dal prendere queste proiezioni come un dogma. “Riteniamo che alcune delle aspettative restrittive sui tassi di interesse possano essere eccessive”, avverte. “La nostra analisi suggerisce che gli attuali livelli del dollaro sono sostanzialmente in linea con i fondamentali sottostanti, rendendo meno probabile un ciclo di apprezzamento prolungato”.

Cruciale, in questo senso, è l’interpretazione della prima riunione di Warsh alla guida della Fed. I mercati l’hanno letta come una sorpresa restrittiva, ma Tognoli offre una prospettiva diversa: “Riteniamo che la riunione non fosse tanto volta a segnalare un corso più restrittivo, quanto a preservare la flessibilità in attesa che i membri del FOMC riconsiderino le prospettive. Ciò significa che le attuali proiezioni sui tassi dovrebbero essere considerate come un’istantanea piuttosto che come un impegno vincolante”. Questo approccio, secondo l’analista, contribuisce a mantenere stabile il dollaro, senza innescare turbolenze improvvise.

Emergenti: addio al “tutto o niente”, spazio alla selettività

Il messaggio principale che emerge dall’analisi di Cfo Sim è che un dollaro stabile non rappresenta più un fattore di blocco per i mercati emergenti. Anzi, lascia spazio ai fondamentali specifici di ciascun Paese. “Un dollaro stabile non preclude le opportunità nei mercati emergenti. Al contrario, lascia maggiore margine ai fondamentali specifici di ciascun paese per differenziare i rendimenti”, sottolinea Tognoli.

L’esperto osserva che gli asset dei mercati emergenti hanno registrato buone performance anche in assenza della debolezza del dollaro che storicamente ha accompagnato i periodi di sovraperformance. “Il dollaro rimane importante, soprattutto per le economie con un elevato fabbisogno di finanziamenti esterni, ma i fattori interni e le opportunità strutturali stanno acquisendo sempre maggiore rilevanza”.

Dove guardare: AI, infrastrutture e materie prime

La parola d’ordine per gli investitori, quindi, diventa “selettività”. Tognoli indica con precisione i temi su cui puntare. “I temi di investimento strutturali che abbiamo più volte messo in luce – tra cui l’intelligenza artificiale, gli investimenti infrastrutturali, la sicurezza energetica e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento – stanno creando opportunità che si estendono ben oltre gli Stati Uniti”.


A supporto di questa tesi, l’analista cita i numeri: “Il consenso degli analisti prevede ora che gli utili per azione (EPS) dell’indice MSCI Emerging Markets crescano di oltre il 50% quest’anno rispetto al 2025 (era il 18% all’inizio dell’anno)”.

Geograficamente, lo sguardo si posa sull’America Latina. “Nell’ambito della sovraponderazione azionaria sui mercati emergenti, vediamo opportunità in America Latina, dove la domanda di minerali critici come rame e litio, alimentata dall’intelligenza artificiale, dovrebbe avvantaggiare gli esportatori di materie prime ed energia della regione”.

Anche il reddito fisso offre chance, ma con criterio

Non solo azioni. Anche il reddito fisso dei Paesi emergenti offre interessanti opportunità, a patto di muoversi con cognizione di causa. “Molte banche centrali hanno completato i loro cicli di inasprimento monetario, tuttavia i tassi locali rimangono elevati in diversi mercati, creando un interessante potenziale di reddito in alcune parti del mercato obbligazionario”, spiega Tognoli.

La conclusione del responsabile macro di Cfo Sim è chiara e ribadisce il concetto di fondo: “A nostro avviso, un contesto di dollaro stabile rafforza l’argomentazione a favore di una selezione attiva di paesi e settori piuttosto che di decisioni valutarie generalizzate. In sostanza, crediamo che il ruolo di bene rifugio del dollaro rimanga intatto, ma la performance dei mercati emergenti dipende sempre più dai fondamentali locali e dalla selettività degli investimenti, piuttosto che dalla sola direzione del dollaro”.


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