Il generale Carmine Masiello non pronuncia mai il nome di Gianni Alemanno, né cita espressamente la Brigata paracadutisti “Folgore”. Ma il riferimento è apparso chiaro. Dal palco della caserma “Emidio Clementi” di Ascoli Piceno, sede del 235° Reggimento Addestramento Volontari “Piceno”, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha risposto alle parole con cui l’ex sindaco di Roma aveva definito la Folgore “quintessenza della destra italiana”.
Una replica istituzionale, netta, pronunciata davanti ai Volontari in Ferma Iniziale del primo blocco 2026 nel giorno del giuramento. Il messaggio è stato inequivocabile: l’Esercito non appartiene a una parte politica, non può essere trascinato nel perimetro delle appartenenze ideologiche e non può diventare simbolo di schieramento.
La risposta di Masiello: “Non siamo la quintessenza di nessuno”
Nel suo intervento, il generale Masiello ha ripreso proprio la parola utilizzata da Alemanno, “quintessenza”, per ribaltarne il significato e ricondurlo all’unico orizzonte ammesso per un militare: la Patria, la Costituzione, la Repubblica.
“Ho sentito qualche giorno fa qualcuno che, parlando di un’unità dell’Esercito, la definiva quintessenza di una parte politica”, ha ricordato il capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Poi la risposta, scandita davanti ai giovani militari e alle loro famiglie: “Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno. Noi siamo la quintessenza della Patria, siamo la quintessenza dei valori della Costituzione su cui avete giurato, che sono stati scritti grazie al sangue versato da milioni di persone prima di noi”.
Parole che assumono il peso di un richiamo al principio di neutralità delle Forze armate. La storia, le tradizioni e l’identità dei reparti militari, anche quelli con un patrimonio simbolico forte come la Folgore, non possono essere utilizzati come bandiere di parte. L’Esercito serve l’Italia, non una fazione.
“La Patria non è un concetto partitico”
Il passaggio più politico, nel senso alto e istituzionale del termine, arriva quando Masiello si sofferma sul significato della parola Patria. Un termine spesso conteso nel dibattito pubblico, ma che il generale sottrae a ogni lettura ideologica.
“La Patria non è un concetto politico, non è un concetto partitico, non è un concetto ideologico”, ha sottolineato.
Per il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, difendere la Patria significa proteggere uno stile di vita, una comunità, un sistema di valori costruito attraverso il sacrificio di milioni di italiani. Non una formula retorica, ma un dovere scolpito nella Costituzione e confermato dal giuramento dei militari.
Quel dovere, ha spiegato Masiello, non nasce dalle esclusioni, dalle divisioni o dalle convenienze. Nasce dal senso di appartenenza a una comunità nazionale “che sa chi è, sa da dove viene e soprattutto sa dove vuole andare”.
Il giuramento dei volontari e il “sigillo del noi sull’io”
Il discorso del generale si è rivolto soprattutto ai giovani Volontari in Ferma Iniziale, chiamati a pronunciare il loro giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana. Un momento che, nelle parole di Masiello, non rappresenta soltanto l’ingresso formale nell’Esercito, ma l’assunzione di una responsabilità personale e collettiva.
“Servire la Patria significa donare la propria vita e offrirla consapevolmente al servizio dell’Italia. Significa mettere il destino degli altri, degli italiani e non solo, prima di noi stessi”, ha affermato.
È quello che il capo di Stato Maggiore ha definito “il sigillo del noi sull’io”: la scelta di anteporre il bene comune all’interesse individuale, la missione alla comodità, il servizio alla convenienza.
Un principio che vale per tutti, indipendentemente dal grado. Generali, ufficiali, sottufficiali, graduati e volontari sono accomunati dalle stesse stellette e dagli stessi valori. Davanti alla Costituzione e alla Repubblica, ha lasciato intendere Masiello, non esistono militari di serie diverse.
“Non serviamo l’Italia part-time”
Uno dei passaggi più forti dell’intervento riguarda la natura stessa della vita militare. Masiello ha parlato senza indulgenze, descrivendo l’Esercito come una scelta esigente, lontana dall’idea di un impiego ordinario o di una professione regolata soltanto da orari e turni.
“La nostra non è una vita 8-16.30. Noi non serviamo l’Italia part-time”, ha ammonito il generale.
L’Esercito, ha aggiunto, “c’è sempre, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno”. Indossare l’uniforme non significa limitarsi a un servizio a tempo determinato, ma accettare una disponibilità permanente, anche quando questo comporta rinunce personali e familiari.
Il messaggio ai giovani volontari è stato diretto: chi sceglie questa strada deve sapere che la comodità non è garantita, che non esistono scorciatoie e che la preparazione deve precedere ogni emergenza. “Non possiamo farci sorprendere. L’Esercito non se lo può permettere, il Paese non se lo può permettere”, ha detto Masiello.
Il richiamo ai giovani militari: scegliere davvero l’uniforme
Il capo di Stato Maggiore dell’Esercito non ha nascosto la durezza della scelta compiuta dai volontari. Al contrario, ha chiesto loro consapevolezza piena. Chi non si riconosce nei valori del servizio, della disciplina, della responsabilità e del sacrificio è ancora in tempo per prendere un’altra strada.
Chi invece decide di restare e di onorare il giuramento entra, ha spiegato Masiello, nella “grande famiglia dell’Esercito”, una comunità nella quale nessun militare deve sentirsi solo.
È un passaggio che unisce fermezza e appartenenza: l’Esercito chiede molto, ma offre identità, coesione e sostegno. Non una somma di individui, ma un corpo che si fonda sul legame tra persone, reparti e istituzioni.
“La pace non è più scontata”
Nel finale, il discorso si è allargato al quadro internazionale. Masiello ha richiamato il deterioramento dello scenario globale e il ritorno di minacce che l’Europa pensava di aver consegnato alla storia.
“La pace, miei cari ragazzi, oggi non è più scontata. Ha un prezzo”, ha avvertito.
Un prezzo che passa anche attraverso Forze armate preparate, credibili e pronte. Ma la sicurezza, nel ragionamento del generale, non può essere affidata esclusivamente allo strumento militare. Serve una cultura della sicurezza, costruita da istituzioni resilienti, cittadini consapevoli e responsabilità collettiva.
Il Paese, ha spiegato, deve interrogarsi sugli strumenti che consegna alle nuove generazioni per affrontare crisi sempre più complesse: militari, economiche, tecnologiche, energetiche, cibernetiche e spaziali.
L’Esercito come istituzione della Repubblica
La replica ad Alemanno, pur indiretta, si inserisce dunque in un discorso più ampio. Masiello non si limita a respingere l’associazione tra un reparto dell’Esercito e una parte politica. Rivendica l’identità dell’intera Forza Armata come istituzione della Repubblica, custode di valori costituzionali e al servizio di tutti gli italiani.
“La nostra è una missione, l’abbiamo giurata con il cuore, la custodiamo nell’anima e l’onoriamo per tutta la vita”, ha concluso il generale.
Poi l’ultima sottolineatura: l’Esercito continuerà a fare ciò che ha sempre fatto, “con la forza tranquilla di chi non deve dimostrare nulla”, scegliendo di consacrare la propria vita agli altri e all’Italia.
Un messaggio che, nel pieno delle polemiche, riporta il baricentro dove Masiello ritiene debba restare: non nelle appartenenze politiche, ma nel giuramento alla Repubblica.
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Marco De Santis
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