la favola dell’indifesa industria tedesca ed europea



Cedimenti strutturali: il prezzo dell’autocompiacimento industriale

Innovazione contro compiacimento: come la Germania ha trascurato le tecnologie del futuro

La situazione attuale, tuttavia, non è attribuibile unicamente alle azioni strategiche della Cina, ma anche a profondi fallimenti da parte nostra. Abbiamo sistematicamente ignorato i segnali d’allarme, accecati da ingenti surplus di esportazioni e da una comoda fiducia nell’inviolabilità dell’ingegneria tedesca. Questo torpore compiacente dell’industria europea, questo adagiarsi su miglioramenti incrementali anziché su innovazioni radicali, sta ora presentando il conto. Chiunque parli oggi di un sorprendente “Shock cinese 2.0” ammette essenzialmente di aver clamorosamente mancato i segnali dei tempi. Invece di concentrarci sull’innovazione radicale e sulle tecnologie dirompenti, ci siamo adagiati sui successi passati.

In settori tecnologici cruciali come l’elettromobilità, la produzione di celle per batterie e le reti digitali, le aziende tedesche hanno perso tempo prezioso. La spesa per l’innovazione è rimasta stagnante o si è concentrata sul miglioramento incrementale delle tecnologie esistenti, come l’ottimizzazione del motore a combustione, anziché investire in nuove tecnologie rivoluzionarie per il futuro. Mentre la Cina ha investito massicciamente nell’intera catena del valore delle energie rinnovabili e dell’elettromobilità, assicurandosi materie prime critiche, la Germania ha spesso privilegiato la massimizzazione del profitto a breve termine e si è affidata a catene di approvvigionamento apparentemente sicure.

Quante sciocchezze ci sono dunque nei media mainstream, dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung in poi, quando si usa così frequentemente l’espressione “Shock cinese 2.0”? Il termine evoca deliberatamente i drammatici ricordi della massiccia deindustrializzazione della “Rust Belt” americana all’inizio degli anni 2000. Sebbene questa impostazione mediatica catturi certamente l’attenzione, distoglie pericolosamente l’attenzione dalla vera causa del malessere della Germania. I media e le associazioni imprenditoriali spesso ritraggono la Cina in modo unilaterale, come un aggressore onnipotente e ingiustamente sovvenzionato, che sta travolgendo e paralizzando sistematicamente l’economia europea con una seconda ondata. I resoconti spesso danno l’impressione che questo shock abbia colpito l’industria tedesca come un’imprevista catastrofe naturale.

Da un punto di vista analitico, questa è una semplificazione eccessiva, oltre che politicamente conveniente. Istituti come il Kiel Institute for the World Economy (IfW) e il think tank Center for European Reform (CER) sottolineano giustamente come l’ossessione dei media per la Cina, dipinta come il “cattivo”, mascheri evidenti errori interni. La tanto citata “autocompiacenza” – l’autocompiacimento tedesco – è il problema ben più grave. Quando un’integrazione europea inadeguata, una digitalizzazione tardiva, un’eccessiva burocrazia, prezzi energetici elevati e la negligenza pluriennale nei confronti della ricerca innovativa a favore di consolidate attività redditizie vengono relegati a semplici note a piè di pagina nei notiziari, la realtà viene distorta.

Lo shock non risiede tanto nella politica economica cinese quanto nella tardiva consapevolezza della stagnazione industriale della Germania. La Germania ha semplicemente sottovalutato il sistema cinese di stretta integrazione tra controllo statale, promozione tecnologica e massiccia espansione nei settori orientati al futuro, dando per scontata la propria superiorità. È più facile invocare dazi protezionistici e ridurre i rischi, presentandosi come vittima di un’inarrestabile macchina esportatrice cinese, piuttosto che ammettere la propria miopia strategica. Pertanto, quando i media mainstream dipingono principalmente un quadro di un’industria tedesca indifesa, perpetuano una narrazione vittimistica che soffoca intellettualmente la necessaria e radicale trasformazione strutturale interna. La vera domanda non è quanto duramente la Cina ci stia colpendo, ma perché ci siamo lasciati rendere così vulnerabili.

Riallineamento strategico: vie d’uscita dalla crisi

Dall’isolamento difensivo a una strategia di innovazione offensiva

La questione cruciale ora è se l’industria stia semplicemente vivendo l’inizio di un graduale declino, o se questa crisi fungerà da catalizzatore per i necessari cambiamenti strutturali. Una politica puramente protezionistica, come quella in parte praticata negli Stati Uniti, non è una soluzione praticabile per una nazione fortemente dipendente dalle esportazioni come la Germania. Tariffe e barriere commerciali possono fornire un sollievo a breve termine, ma non risolvono il problema di fondo della mancanza di competitività.

Ciò che serve, invece, è un riallineamento complessivo. Questo richiede, in primo luogo, ingenti investimenti in ricerca, sviluppo e infrastrutture per riconquistare o ricostruire la sovranità tecnologica in settori chiave. In secondo luogo, è necessario smantellare gli ostacoli burocratici e accelerare drasticamente i processi di approvazione e decisionali per tenere il passo con l’agilità dei concorrenti asiatici.

In terzo luogo, è necessaria una politica industriale europea intelligente che riduca la dipendenza unilaterale da materie prime e prodotti intermedi critici e promuova lo sviluppo di catene di approvvigionamento resilienti. In definitiva, occorre promuovere una cultura che premi il rischio imprenditoriale, l’eccellenza ingegneristica nelle tecnologie del futuro e l’apertura tecnologica. Solo aumentando significativamente la produttività e l’innovazione l’industria tedesca potrà sopravvivere nell’intensificarsi della competizione globale del XXI secolo.


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 Konrad Wolfenstein

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