Era una casa in mattoni, color terracotta o forse quel rosso ruggine della sabbia del deserto. Uno scuro tetto spiovente copriva i tre piani: un tetto asimmetrico visto che un lato scendeva fino al primo piano, mentre l’altro piombava giù per circa tre metri fino al piano terra, come se stesse per colpire la terra stessa. L’asimmetria del tetto rendeva la forma della casa squilibrata malgrado la sua presenza solida, e appena l’ha vista la donna ha immaginato la scivolata inevitabile di una persona che cercasse, scioccamente, di stare su quel tetto estremo in piedi.

La struttura era composta da tre sezioni, ognuna attaccata all’altra, ognuna che spuntava dietro l’altra, come tre cofanetti di volumi cicciotti esposti di piatto. Richiamavano la sagoma semplice ma sproporzionata delle case che la donna aveva disegnato o dipinto da bambina: un rettangolo verticale che finiva in un triangolo. Il blocco in mezzo era piuttosto quadrato mentre gli altri due erano più sottili. C’erano quindi tre tetti diversi, ognuno della stessa ripidezza, e tre facciate che mostravano dettagli e superfici distinti.

L’università, che possedeva la casa, ha invitato la donna per una permanenza di tre settimane. Hanno mandato una macchina a prendere lei, suo figlio di quasi due anni e sua madre, che doveva occuparsi del bambino mentre la donna, il cui marito lavorava intensamente in città, avrebbe tenuto un seminario e incontrato studenti e professori.

Una volta scesa dalla macchina, la donna ha avuto la sensazione di star entrando dalla parte sbagliata, di lato e dal retro: l’organizzazione della casa la rendeva più profonda che larga e, dal sentiero di pietra che arrivava fino all’ingresso, non si vedeva facilmente il portone, nascosto sotto un portico sul lato destro della prima facciata, quella più prominente. Sulla stessa facciata, a sinistra, saliva la canna fumaria, come l’angolata custodia di un gigantesco violoncello.

Dentro regnava un’aria né intima né istituzionale; la casa non sembrava né grande come un albergo né raccolta come una residenza privata, anche se originariamente lo era stata. C’erano dislivelli subito da negoziare – tre gradini giù per raggiungere il salone, due gradini su per aprire il guardaroba – e, davanti, una scala ampia coperta da una moquette rosa cipria, smunta ma soffice. Tieni la ringhiera quando sali, aveva detto la donna al figlio, E scendi sempre seduto. Il bambino, svezzato qualche mese prima, ormai camminava da solo e si esprimeva con frasi brevi.

Non c’era reception, né alcuna accoglienza, a parte una signora di mezza età che ha detto che sarebbe passata ogni tanto per spolverare e cambiare la biancheria. Quando la donna ha chiesto se ci fossero altri ospiti, previsti o già presenti, la signora ha risposto: Al momento è tutta vostra.

Si sono sistemati al primo piano, dove continuava la moquette rosa e arrivava una luce gradevole grazie a una finestra lungo la scala. Hanno trovato due camere da letto che comunicavano tramite una porta interna. Sui letti, c’erano una pila di asciugamani bianchi piegati e copriletti color panna con bei ricami circolari. La donna ha appoggiato le sue cose nella stanza in fondo, quella con una culla per suo figlio e un bagno privato; la madre ha preso quella a fianco, mettendo sulla cassettiera, fuori dalla portata del bambino, un cestino con il suo lavoro a maglia e una borsa a tracolla che custodiva, insieme al portafoglio e a una crema per le mani, una serie di boccette di plastica arancione con pillole per regolare la tiroide, gli zuccheri e la pressione del sangue. Una terza camera, più distante, aveva un letto a baldacchino notevolmente alto: lì la moquette rosa non arrivava a coprire l’antico pavimento di legno.

La scala centrale, quella ampia e luminosa, terminava al primo piano; per raggiungere il secondo bisognava prendere altre scale in fondo alla casa, accanto alla stanza della donna: scale strette, senza ringhiera, che giravano a destra dopo una decina di gradini, pericolose per il bambino. La donna è salita velocemente fino al pianerottolo, ma in quel momento di ambientazione generale non se l’è sentita di andare oltre.

Al piano terra c’erano un soggiorno grazioso, una sala da pranzo formale e una cucina immensa, con due frigoriferi, fornelli imponenti e tanti pensili pieni di pacchetti di zucchero, barattoli di caffè, tovaglioli e bicchieri di carta, che però a loro non sarebbero serviti molto: per quelle tre settimane avrebbero pranzato e cenato nella mensa dell’università in modo che la donna potesse avere contatti conviviali con gli studenti e con i professori. Nonostante lo spazio a disposizione, la donna ha tenuto in un borsone, per comodità, i biscotti tondi, le uvette e le gallette di riso che dava al figlio come spuntino.

Le stanze erano piuttosto fredde, perciò la donna ha scaldato un po’ di acqua sul fuoco e lei e sua madre hanno bevuto del tè in tazze delicate mentre il bambino esplorava la zona attorno al tavolo di legno cupo. Per precauzione, hanno chiuso nei pensili della cucina gli oggetti esposti sui mobili bassi del soggiorno, che potevano rompersi facilmente. La casa aveva tante finestre, grandi e piccole, e andando di finestra in finestra hanno sbirciato le ortensie, gli abeti storti e spilungoni, gli alberi secolari i cui rami aggrovigliati creavano macchie confuse e reticolate sulla superficie della neve.

La mattina dopo hanno fatto colazione insieme nella sala da pranzo. Hanno bevuto del tè caldo, mangiato dei biscottini, la madre ha preso le sue pillole, poi la donna è uscita per iniziare la sua giornata. Aveva impegni tutta la mattina e quando è tornata, già stanca, ha trovato sua madre e suo figlio che giocavano felicemente sui primi gradini della scala rosa. Il bambino metteva in fila la sua collezione di animaletti di legno – erano in realtà tasselli di un puzzle semplice che non lo sfidava più –, appoggiando le creature come una falange bidimensionale e identificandole una per una. Il tempo è volato così, ha detto la madre.

All’ora di pranzo hanno mangiato un boccone in mensa, trascinando i vassoi sul binario curvo e scegliendo il piatto del giorno e, dopo le lezioni del pomeriggio, quando il bambino dormiva nella culla e la madre lavorava a maglia in una poltrona accanto a lui, sono tornati a cenare nello stesso spazio allegro e rumoroso dove una trentina di conversazioni si confondevano. In una stanzetta in fondo alla mensa c’era un tavolo speciale per la donna, e qualche studente si fermava a mangiare con loro e fare due chiacchiere.

Tornando a casa la sera, rallentando i passi davanti al portico, studiando le tre facciate, la donna si chiedeva se la casa fosse nata con un blocco solo, quello in mezzo, prima dell’aggiunta degli altri due segmenti, magari per accomodare figli che nascevano e crescevano. O forse la casa era stata concepita dall’architetto così, con la sua vaga incoerenza, con una spigolosità intenzionale.

Faceva una certa impressione ritrovarsi nel silenzio di quello spazio troppo grande per tre persone; l’unico rumore costante veniva dall’orologio a pendolo che, nell’angolo del soggiorno, misurava ogni secondo con il suo colpo inesorabile. La madre, che aveva l’abitudine di guardare un po’ di televisione prima di andare a letto, ha acceso le luci nel soggiorno e si è messa a lavorare a maglia davanti a qualche programma mentre la donna faceva addormentare il bambino al piano di sopra. A un certo punto, la donna ha sentito la madre risalire e rientrare in camera sua. Quando ha aperto la porta fra le loro stanze per darle la buonanotte, la madre, già a letto con un cruciverba, ha chiesto: Mi porti su per favore la mia borsa? L’ho lasciata nel soggiorno, devo prendere due pillole prima di dormire.

Ti serve dell’acqua?

Sì, grazie. Un bicchiere bello freddo.

Scendendo giù per le scale, la donna ha incrociato una figura sbucata dal nulla che le veniva incontro. Era semplicemente il suo riflesso nitido nel vetro della finestra, che di notte diventava una vasta lastra nera, ma per un secondo si è fermata sbalordita. In quel riflesso preciso ma trasparente la donna vedeva un’espressione che non pensava di trasmettere: aliena e arcigna. Al di là della finestra-specchio che proiettava la sua immagine vedeva sui sentieri gruppi di studenti che parlavano e ridevano nel buio, ignorando la sua presenza e lo spazio che occupava la casa. Aveva una posizione comoda nel campus, a due passi dalla mensa e dalla biblioteca, ma pareva, da dentro, recintata da un’energia tutta sua.

È risalita rapidamente per dare la borsa a sua madre insieme a un bicchiere d’acqua. Le ha dato la buonanotte. Perché non lasciamo socchiusa questa porta fra di noi, ha proposto la madre.

Al risveglio la donna, ancora in camicia da notte, ha deciso di salire fino al secondo piano per vedere cosa ci fosse. La madre l’ha seguita fino ai piedi della stretta scala. Il bambino voleva salire con sua madre, ma la nonna l’ha tenuto in braccio, così lui ha pianto un pochino indicando la scala con il dito.

Sopra, la donna ha trovato una serie di stanze piccole con soffitti più bassi, letti singoli, testiere di ferro attorcigliato. Tutti i letti erano preparati con un copriletto sbiadito ripiegato sotto il cuscino. Su un letto solo ha notato una leggera depressione, come se qualcuno si fosse seduto per qualche minuto lungo il bordo. Una stanza intera era diventata un armadio pieno di mensole per sistemare la biancheria di scorta della casa: asciugamani, lenzuola e federe di cotone, pulite e stirate, usate da generazioni di persone.

Cosa c’è?, ha chiesto la madre quando la donna è scesa.
Niente, ci sono delle stanze, e un bagno senza doccia in fondo.
C’è un modo per bloccare questa scala? Se mettiamo un mobile qui davanti? Così evitiamo che il bambino vada su.
Non credo si possa. In ogni caso la signora che viene a pulire deve raggiungere la biancheria per il cambio.
E come faccio se vado in bagno un attimo e lui sale su da solo?
Lo devi tenere sempre d’occhio, mamma.

Dovevano darti un altro tipo di casa, ha detto la madre con un tocco di insofferenza. Questa non va bene per un bambino piccolo.

Quando la donna è tornata dopo gli impegni del mattino, ha trovato la madre e il figlio nelle stesse posizioni sulla scala centrale della casa, solo che lui piangeva sconsolato e la madre, frustrata, cercava invano di tranquillizzarlo. La madre le ha spiegato che la morbidezza della moquette faceva traballare e ribaltare gli animaletti, il giorno prima era successo solo un paio di volte ma quel giorno quasi sempre, e questo dispiaceva molto al bambino che voleva sistemarli in piedi. Per tutta la mattina il bambino aveva cercato di salire sempre più in alto per trovare un gradino che potesse ospitare stabilmente la sua falange di creature, e più lui saliva più sua nonna si agitava. Ieri era diverso, ha aggiunto la madre, un po’ perplessa.

Nel pomeriggio, dopo pranzo, per cambiare aria, la madre ha accompagnato la donna fino al suo edificio e ha spinto il passeggino lungo corridoi senza fine finché il bambino non si è addormentato. Dopo cena hanno studiato la grande bacheca nella mensa che annunciava film, conferenze e concerti nel campus. Sono andati a un breve concerto di pianoforte, sistemandosi all’ultima fila, dove il bambino si è comportato bene, ma verso le otto, mentre gli studenti si spostavano in biblioteca per studiare oltre mezzanotte, sono tornati a casa.

Dentro, l’umore della donna e di sua madre è lievemente mutato, forse perché a entrambe tornava in mente la scena del mattino sulla scala, la tristezza del bambino, i suoi animaletti cascati e sparsi per i gradini. Sono saliti al primo piano tutti insieme. Quella sera la madre era stanca e non se la sentiva di rimanere da sola nel salotto per guardare la televisione e lavorare a maglia mentre la donna faceva addormentare il bambino al piano di sopra. Mentre metteva il piccolo in pigiama la madre è entrata nella sua stanza.

Forse ho camminato troppo oggi, ho i piedi gonfi, ha detto, e quando ha alzato l’orlo della camicia da notte la donna ha notato le dita dei piedi tonde, le caviglie solide, l’intera forma dei piedi incurvata come fosse più una zampa che un piede.

Ti fanno male? le ha chiesto.
Non molto, ho delle pillole anche per questo.

Il giorno dopo i piedi della madre erano di nuovo normali. Splendeva il sole e l’aria non tagliava il viso: quasi quasi si percepiva l’arrivo, benché ancora lontano, della primavera. La nonna ha passeggiato con il bambino senza difficoltà mentre la donna era impegnata. Quella sera a cena però una studentessa a tavola ha chiesto: Ma voi riuscite a dormire in quella casa?

Perché ci fai questa domanda? ha risposto la donna, innervosita.

Ne abbiamo sentito parlare.

Un ragazzo ha aggiunto che l’ospite precedente, quello del semestre prima, aveva raccontato alcune cose e aveva addirittura chiesto di essere spostato in un altro alloggio del campus.

Come mai? ha chiesto la madre, con gli occhi ormai sgranati.

Ci ha detto di aver sentito qualcosa.

Che cosa?
Una mano che, quando stava a letto, gli sfiorava la fronte.

Quella notte la madre ha lascito il suo abat-jour acceso e la donna ha tirato il copriletto sopra il viso per proteggere la fronte, come faceva quando vedeva un ragno sulla parete sopra il letto in campagna. Era grata che la porta che collegava la sua stanza con quella della madre fosse socchiusa e che l’altra, quella della camera più distante, fosse invece ben chiusa. A un certo punto ha osato levare delicatamente suo figlio addormentato dalla culla e metterlo accanto a sé nel letto per avvicinarsi al suo respiro pacato. Si ricordava che quando era piccola e aveva la febbre era sempre stata la mano di suo padre a misurarle la temperatura, appoggiando prima il dorso poi il palmo sulla fronte. Ha aspettato di sentire i versi di qualche uccello, che cantava malgrado il freddo, prima di abbassare il copriletto e chiudere gli occhi.

Sgocciolava ormai nell’anima della donna e di sua madre un timore sporadico; come il liquido che colava dal latte che la madre, a casa sua, cagliava di tanto in tanto con il limone e poi legava in una pallina di garza al rubinetto della cucina. Quando sono salite al primo piano dopo cena hanno subito notato entrambe che la porta della stanza in fondo era misteriosamente aperta. Poi però hanno capito che la donna delle pulizie era passata quel giorno: nelle loro stanze c’erano nuove federe sui cuscini e nuovi asciugamani piegati sui letti. In ogni caso la donna ha chiuso di nuovo la porta della stanza in fondo, ma non prima di accendere la luce e dare uno sguardo al letto a baldacchino. In quell’istante le è tornato in mente un ricordo distante di sua madre: avevano fatto un lungo viaggio per assistere a un funerale dopodiché la madre in lutto si era stesa su un altro letto alto in mezzo a una grande stanza ariosa con un pavimento di marmo. Il letto non toccava nessuna parete, era un’isola. La stanza era in penombra, fuori c’era la luce del sole ma avevano chiuso le persiane e lo zio della madre, un medico, le si era seduto accanto per darle una compressa confezionata in una striscia metallica un po’ attorcigliata, per farla dormire senza piangere.

Il primo fine settimana è venuto il marito per passare due notti con loro. Ha preso un treno dalla città e poi un taxi. Appena arrivato ha sollevato il bambino facendolo volare in alto. Per tranquillizzare sua suocera e sua moglie, che gli aveva già raccontato al telefono dell’ospite precedente e della mano sulla fronte, è entrato gagliardo in ogni stanza, aprendo tutti gli armadi e poi salendo la scala in fondo per esplorare l’ultimo piano, quello fuori mano. Guarda, ha detto la donna, che lo ha seguito su, mostrandogli la depressione ancora visibile lungo il lato di un letto.

Sono materassi vecchi, sprofondano, ha detto suo marito.

Contento di passare qualche giorno fuori città, il marito ha preso della legna ammucchiata dietro la casa, ha acceso il camino nel soggiorno e ha letto il giornale davanti al fuoco. Ha acceso la televisione per seguire una partita e ha giocato con il figlio a nascondino, mettendosi sotto i letti e dentro gli armadi in modo da farsi sempre quasi vedere dal piccolo che si divertiva molto. La sera ha voluto passeggiare sulla neve per guardare le stelle e poi ha fatto l’amore con sua moglie mentre il bambino dormiva. Per due giorni con il marito lì accanto la donna è riuscita a spazzare via i pensieri sconfortanti e superare, tranquilla, la finestra-specchio. Aveva ragione lui, probabilmente era tutta una presa in giro degli studenti. Ma la domenica pomeriggio, quando lui è ripartito in taxi per la stazione, lei sotto sotto avrebbe solo voluto interrompere il seminario e tornare in città con lui.

La seconda settimana, la donna ha dovuto visitare la classe di un professore. Mentre la donna era occupata, la madre intratteneva il bambino in qualche salotto nello stesso edificio; non si sentiva a suo agio nella casa senza sua figlia, neanche durante il giorno. Dopo la lezione, un paio di volte sono andati a pranzo insieme al professore: era un tipo simpatico, più grande della donna ma più giovane della madre, con i capelli bianchi e ricci, gli occhi azzurri. Faceva ridere molto il bambino perché sapeva imitare bene i versi di tanti animali. Per i tre mesi dell’estate, ha detto, lui e sua moglie si spostavano in una tenuta in montagna dove si allevavano mucche e maiali. Quel fine settimana il professore ha invitato la donna, sua madre e suo figlio a fare un giro nei dintorni dell’università in macchina. Hanno messo il seggiolino nella macchina del professore e hanno visitato case enormi lungo il fiume dove abitavano un secolo fa industriali importanti, e hanno posato per farsi delle fotografie sotto un cielo grigiastro davanti a colline viola e ghiacciate. Quando il professore ha proposto loro di cenare a casa sua, che distava circa quaranta minuti in macchina, la donna e la madre hanno accettato con piacere.

La casa era piccola, piena di libri, su un piano solo. La moglie del professore aveva preparato una buona minestra e del pane fatto in casa. Hanno messo su musica classica, hanno acceso due candele, hanno tirato fuori qualche pupazzo dei loro nipotini. Mentre cenavano la donna si è accorta che, quando aveva accettato l’invito dell’università, aveva in mente una casa raccolta proprio come quella. Dopo la minestra c’era una torta di mele ancora calda. È cominciato a nevicare e quando hanno finito di mangiare la torta, la macchina del professore era già coperta da qualche centimetro di neve. A quel punto, anche per il fatto il bambino si era già addormentato sul divano, la coppia ha offerto la camera degli ospiti, e con un certo sollievo la donna e la madre hanno accettato anche questa proposta, mettendo il bambino sul letto fra di loro. La donna era una madre previdente e nel borsone portava sempre l’occorrente per suo figlio, almeno per una notte. La moglie del professore era una donna previdente anche lei, e aveva camicie da notte pulite da prestare e qualche spazzolino da denti di scorta.

Hanno dato la buonanotte alla coppia e hanno chiuso la porta. Si sono preparate l’una dopo l’altra per andare a letto. Hanno dato uno sguardo alle fotografie dei figli e dei nipoti della coppia sulle pareti. Dopo aver preso le sue pillole e prima di spegnere l’abat-jour, la madre ha detto a sua figlia, sottovoce ma lucida: La mano sulla fronte mi sembra il gesto di una madre preoccupata. Immagino per un figlio con la febbre. Forse in quella casa, all’ultimo piano, qualcuno ha perso un bambino, ha aggiunto con una certa empatia.

La mattina dopo la moglie del professore ha preparato le uova strapazzate insieme al pane tostato con la marmellata, poi il professore ha spalato la neve e ha accompagnato la donna, la madre e il bambino all’università. Donna e madre hanno salutato il professore, entrambe piene di gratitudine. Appena rientrate a casa, hanno avvertito un disagio acuto. La combinazione del sole abbondante che arrivava attraverso la finestra-specchio, il ticchettare dell’orologio a pendolo e la moquette rosa sotto i piedi che faceva cadere gli animaletti del bambino è sembrata, sia alla madre che alla figlia, infausta. Tutta quella domenica sono andate a spasso per il campus con il bambino, attanagliate da una paura indescrivibile. Entravano nella biblioteca e nella galleria d’arte, nei palazzi vari, nel teatro e nel planetario, unite dalla stessa esigenza, dallo stesso obiettivo. A pranzo e a cena erano le prime a entrare in mensa e le ultime ad andare via. A un certo punto la donna ha chiamato il marito al cellulare.

Ieri abbiamo dormito fuori.
Dove?
Da un professore e sua moglie.
Come mai?
Eravamo a cena a casa loro, ha nevicato, era tardi.
Hai la voce strana.
Abbiamo paura di questa casa.
Ancora?
Sempre di più.
È successo qualcosa di particolare?
Nulla.
Tu e tua madre vi impressionate a vicenda.
E dal tono della voce la donna sapeva che lui non era minimamente preoccupato per loro.

La terza settimana è scesa la temperatura, è nevicato di nuovo e, mentre gli studenti saltavano le lezioni e giocavano come bambini nella neve, la donna e sua madre hanno faticato a spingere il passeggino del bambino lungo i sentieri del campus. Uscivano comunque ogni mattina, tutti e tre, per stare insieme e per stare fuori casa il più possibile. Erano sempre più decise a stare in giro e sempre più riluttanti a tornare la sera. Evitavano il piano terra della casa, saltavano il tè mattutino, usavano lo stesso bagno e quasi quasi si lavavano i denti insieme. Ormai contavano alla rovescia i pochi giorni che mancavano.

La penultima notte, mentre leggeva e commentava i testi degli studenti da consegnare durante l’ultima lezione alla luce sottile dell’abat-jour per non svegliare il figlio, la donna ha sentito la madre alzarsi per andare in bagno. Ha sentito lo scorrere dell’acqua e dopo qualche minuto la madre è comparsa nella sua stanza.

Non sto bene, ho vomitato, ha detto. Sudava, era molto fiacca.

La donna le ha pulito il viso e l’ha sistemata di nuovo a letto. È scesa in cucina per cercare, fra tante, una pentola da metterle accanto al letto, così come faceva con lei sua madre quando era piccola e aveva lo stomaco sottosopra. Le ha messo la mano sulla fronte, prima il dorso e poi il palmo; non sembrava avere nessuna febbre.

La madre ha vomitato per tutta la notte, violentemente: prima una sostanza bianca e opaca, poi verso l’alba una più acre e chiara. La donna ha dovuto svuotare e sciacquare la pentola e rimetterla accanto al letto più volte. Ha anche fatto varie volte su e giù per la scala evitando il più possibile il proprio riflesso nella finestra-specchio. La mattina ha visto il volto provato della madre. Non aveva i piedi gonfi ma gli zigomi erano sporgenti, gli occhi non si aprivano completamente e non riusciva ad alzare la testa dal cuscino.

Mamma, cos’hai?
Le parole della madre erano lente, ingarbugliate.

Allarmata, ha svegliato il bambino, ha preparato il borsone e ha chiamato un taxi per andare al pronto soccorso. Il bambino ha sceso le scale seduto mentre la mano della madre, secca, scivolava di tanto in tanto lungo la ringhiera. Dal pronto soccorso, dopo le analisi del sangue, la figlia ha chiamato il professore per dire che la madre era molto disidratata e aveva qualche valore sballato. Il medico sospettava che avesse saltato qualche pillola, niente di grave, ma vista la sbadataggine dovevano farle una flebo e tenerla sotto osservazione, per cui purtroppo la donna doveva annullare l’ultima lezione. Il professore era dispiaciuto ma aveva una giornata piena e non poteva passare per farle compagnia o darle una mano con il bambino.

Al pronto soccorso hanno messo la madre in una stanzetta con un paziente dall’altra parte della tenda. Poteva guardare la televisione e, nel pomeriggio, mangiare qualche ghiacciolo. Solo che il bambino, troppo piccolo, non poteva entrare. Quel giorno all’ospedale la donna si è sentita lontana da tutto e da tutti: dalla madre con la flebo, dal marito impegnato in città, dagli studenti che giocavano nella neve come bambini, dal professore e sua moglie che li avevano ospitati per una notte, dalla madre in lutto anni fa su quel letto-isola, dal suo volto che la aspettava nella finestra-specchio, dalla mano che il padre metteva sulla fronte. Perfino il bambino era assorbito dai nuovi giocattoli disponibili nella sala d’attesa e aveva fatto amicizia con un altro bambino della stessa età.

Quando alla fine della giornata hanno dimesso la madre, faceva già buio. Stava di nuovo in piedi.

Mi dispiace molto, ha detto nel taxi a sua figlia, so che oggi avevi tante cose da fare.

A casa hanno trovato le stanze pulite, nessun segno dell’episodio della notte precedente, solo qualche traccia dell’aspirapolvere sulla moquette rosa. Il letto della madre era fresco e non c’erano più né la puzza del malessere né la pentola per terra. La madre, ancora indebolita, un po’ imbarazzata, si è messa in camicia da notte ed è andata subito a letto, senza cenare. Nella sala da pranzo, sul tavolo, c’era un cesto allegramente imballato che conteneva frutta, formaggi, biscotti, cioccolatini e una bottiglia di vino. Lì dentro c’era anche un bigliettino con uno schizzo di un altro edificio del campus e una nota scritta a mano da qualche impiegato: erano dispiaciuti per la giornata complicata che la donna aveva trascorso e mandavano auguri di buona guarigione a sua madre. Grazie della sua permanenza e del suo lavoro con i nostri studenti, cordialmente.

La mattina dopo sarebbe arrivata la macchina per riportarli in città.

La donna e suo figlio hanno mangiucchiato un po’ di frutta e formaggio, qualche biscotto, e poi si sono sistemati sui primi gradini della scala centrale dove lui ha cominciato con la solita determinazione a sistemare i suoi animaletti di legno, identificandoli uno per uno. Quella sera gli animali non cadevano sulla moquette, nemmeno uno, per cui il bambino era felice e la donna, che sentiva i passi veloci e le risate degli studenti sui sentieri fuori, si è stupita pensando che un giorno lo stesso bambino assorto nel suo mondo, contento con così poco, sarebbe diventato grande come loro, con altre aspirazioni e privo di ricordi di quella casa. Alla fine della serata hanno lasciato gli animali nella loro configurazione sui gradini, come sentinelle, e madre e figlio sono saliti soddisfatti, attenti, in modo da non disturbarli.

Questo racconto di Jhumpa Lahiri è tratto dal settimo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla casa. È stato pubblicato per la prima volta nella autunno 2023. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.


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 Jhumpa Lahiri

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