Da settimane nel campo di centrosinistra si discute di un problema che si considerava di metodo, ma che sempre più si sta rivelando di sostanza: se affidare alle primarie di coalizione anche la linea di politica estera, a partire dal sostegno militare a Kyjiv, oppure blindarla a priori in un programma condiviso. Giuseppe Conte ha rotto gli indugi a inizio agosto, annunciando che il Movimento 5 Stelle non voterà il prossimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina e proponendo che sia la consultazione pubblica a stabilire il posizionamento internazionale dell’intera alleanza. Elly Schlein ha risposto ribaltando l’ordine dei fattori, anteponendo prima il programma alle primarie, perché chi vince deve poi guidare l’intero campo largo o quel che sarà.
Lia Quartapelle, voce riformista, ha sottolineato che le primarie scelgono un leader, non la collocazione nel mondo del Paese, e ci sono principi – sostegno all’Ucraina, ancoraggio europeista – che non possono essere rimessi al voto dei gazebo. Pina Picierno, pur con sguardo ormai esterno, ha scritto che esiste un contenuto oltre il quale nessuna alleanza è possibile. Voci molteplici, frattura reale e sentitissima: nel campo progressista convivono un’anima movimentista sempre più critica verso l’invio di armi a Kyjiv e una componente che fortunatamente ancora resiste, considerandolo elemento non negoziabile.
La questione per il centrosinistra è però che le primarie, come strumento per la selezione del leader, sono anche l’unico meccanismo che costringe la coalizione a rendere pubblica questa distanza prima del voto. Ma se il criterio è questo – una coalizione che tiene insieme sensibilità internazionali incompatibili, in attesa che qualcosa la obblighi a scegliere –, allora si può affermare che il centrodestra ha al suo interno una criticità paragonabile, sebbene non pienamente simmetrica, con la differenza che nessun processo lo sta ancora costringendo a mostrarlo.
Il 27 maggio la Lega ha diffuso una nota durissima contro l’ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, definendola un danno economico e sociale di enormi proporzioni e sostenendo che Kyjiv non abbia i requisiti che altri Paesi candidati hanno faticosamente maturato. Forza Italia ha preso le distanze lo stesso giorno, ribadendo però che l’ingresso nell’Ue risponde a regole precise, ma che il partito non è ideologicamente contrario. Giorgia Meloni, su questo specifico dossier, non ha preso posizione pubblica prima di riferire alle Camere l’11 giugno: la maggioranza si è trovata, nei fatti, senza un indirizzo interamente condiviso alla vigilia di un Consiglio europeo. E non si tratta nemmeno di un episodio isolato.
A metà luglio Matteo Salvini è intervenuto in collegamento a un’assemblea di imprenditori italiani ancora attivi in Russia, sostenendo che le sanzioni non abbiano avuto impatto nella guerra, con l’augurio che l’Unione non ne vari altre. A maggio aveva chiesto la sospensione del bando sul gas russo, dicendosi allineato con l’amministratore delegato di Eni sulla necessità di tornare a dipendere dal metano di Mosca. Ancora, nello stesso mese, la Lega aveva invitato l’Europa a non lasciar cadere l’apertura di Vladimir Putin, che indicava l’ex cancelliere Gerhard Schröder come possibile mediatore con Bruxelles – una proposta accolta con ovvia freddezza in Europa e con molta prudenza dallo stesso Antonio Tajani.
Concentrandosi infine su Fratelli d’Italia, sappiamo che il partito nasce da una tradizione che la politologa Sofia Ventura ha ricostruito come sicuramente non europeista, con una leader che, prima di arrivare a Palazzo Chigi, non aveva addirittura nascosto simpatie per il modello di potere incarnato dallo stesso Putin. La scelta di campo a favore dell’Ucraina, una volta al governo, si è tradotta in un sostegno che Ventura definisce limitato, ma sufficiente a garantire a Meloni l’accesso al tavolo comunitario. Da lì in avanti, la traiettoria di FdI è stata di progressivo consolidamento europeista, al punto che oggi si può leggere, sotto la mutazione, che il quadro di partenza – euroscetticismo temperato da un atlantismo granitico – si è sostanzialmente rovesciato: più vicinanza a Bruxelles, postura più prudente verso Washington, complici i rapporti mai scontati e di difficile decifrazione con Donald Trump.
Sommando questi elementi, la distanza tra Lega e Fratelli d’Italia in merito all’invasione dell’Ucraina non è, davanti ai fatti, meno ampia di quella tra M5S e componente riformista del Pd – o meglio, non solo: tecnicamente, tra M5S e linea ufficiale dei dem. Semmai è più consequenziale, perché non riguarda un ipotetico programma di governo futuro, ma voti reali già espressi o da esprimere in Parlamento e in Europa: adesione dell’Ucraina, sanzioni, forniture militari. Quando i dem Giorgio Gori o Filippo Sensi segnalano ai colleghi che ci sono persone, dentro quella che dovrebbe essere la loro coalizione, che parlano come Roberto Vannacci, non fanno altro che sottolineare la trasversalità del bipopulismo a tinte filorusse, che sia sovranista o rossobruno con radici a sinistra.
La differenza tra le due coalizioni, dunque, non è nella profondità della spaccatura, quanto piuttosto nella procedura che la gestisce. Il centrosinistra, scegliendo le primarie, dà forma a un detonatore, costringendo la coalizione a dire, prima delle elezioni, da che parte sta. Il centrodestra non ha nessun meccanismo equivalente. Non ci sono primarie, non c’è un dopo-Meloni all’orizzonte e la leadership incontrastata della premier funziona da valvola di sfogo permanente: assorbe lo strappo di Salvini sull’Ucraina, derubricandolo e sciogliendolo nel silenzio tattico di chi preferisce non scegliere pubblicamente tra il proprio alleato di governo e il personale, rinnovato posizionamento europeo.
Non è però detto che debba per forza durare: ogni voto parlamentare sull’adesione di Kyjiv, ogni pacchetto di sanzioni, ogni Consiglio europeo è un’occasione in cui quella distanza può tornare a farsi vedere, come d’altronde è già accaduto. Quel che vale e resta per entrambi gli schieramenti, a questo punto, non è chi tra Lega e M5S sia il problema più grande per la propria coalizione, quanto la presa di coscienza che entrambi rimangono estremi che spingono al ribasso la competizione politica – e tutto ciò senza menzionare Vannacci –, almeno per chi vuole battersi per la costituzione di un bipolarismo sano, che non debba per forza seppellire fratture così fondamentali sotto un identificato consenso di un leader momentaneo e che possa superare la cornice di latente instabilità oggi pressoché inscalfibile.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Bompani
Source link

