Il clima, il consumo delle risorse, la perdita della biodiversità, ma anche la fragilità del territorio italiano e la necessità di ripensare il rapporto tra uomo e ambiente. Sono i temi sui quali Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico, saggista, autore e conduttore televisivo, si confronterà questa sera, venerdì 28 agosto, a Santo Stefano Magra, nell’ambito del Festival Percorsi. Tozzi sarà protagonista dello spettacolo “L’azione umana entro i limiti della Terra. Come evitare l’estinzione nell’era dell’Antropocene”, una riflessione sul presente e sulle conseguenze delle trasformazioni prodotte dall’uomo sul pianeta. “Ci sono diversi limiti che rischiamo di oltrepassare e di aver già oltrepassato”, racconta a Città della Spezia. “Il primo è climatico, grazie alle nostre attività produttive abbiamo condotto un esperimento geofisico che ci sta portando verso un futuro molto incerto dal punto di vista climatico, che è una delle ragioni per cui ci muoviamo liberi sulla Terra. Se le prossime estati saranno più fresche e umide di quella appena passata sarebbe un bene, ma c’è la grande possibilità che questa che sta terminando sia l’estate più fresca e umida delle prossime. Questo significa che andremo verso territori inesplorati, senza sapere come reagiscono gli esseri viventi a queste temperature esagerate e non mi pare sia un bene aver superato limiti che che ci eravamo dati noi”. Un quadro al quale si sommano il consumo delle risorse e la crisi della biodiversità: “Poi stiamo esaurendo le risorse ad un ritmo impressionante: fra un po’ saremo in difficoltà nel cercarne ancora. Poi c’è la biodiversità, compromessa dalle nostre azioni con un ritmo che non si registrava da decine di migliaia di anni. Qualsiasi parametro prendiamo in considerazione ci fa notare che superiamo limiti che altri esseri viventi non passano”.

Il rischio dell’estinzione, dunque, non viene affrontato da Tozzi soltanto guardando alla possibilità che sia la specie umana a scomparire. Al contrario, il punto centrale è comprendere quanto la nostra stessa sopravvivenza dipenda dalla conservazione delle altre specie. “I Sapiens sono difficile da estinguere in poco tempo, però il problema riguarda gli altri esseri viventi vicino a noi e sarebbe colpa nostra. Abbiamo bisogno di quelle speci, motivo per cui è miope pensare di fregarsene della zanzara, dell’ape, dell’orso bianco o dello scimpanzé, perché noi sopravviviamo solo se sopravvivono loro”. Un equilibrio nel quale anche gli organismi che siamo portati a considerare fastidiosi o marginali hanno una funzione fondamentale: “Le zanzare, ad esempio, in Italia non portano a morte e sono alla base della catena alimentare, oltre ad essere impollinatori notturni. Se ci sono certe piante dipende da loro. Se i Sapiens non esistessero gli altri esseri viventi ne trarrebbero giovamento. Se non esistessero gli insetti gli altri esseri viventi non ci sarebbero nemmeno”.

Dalla dimensione globale a quella locale, il ragionamento di Tozzi tocca poi un tema particolarmente vicino al territorio ligure: il dissesto idrogeologico e il modo in cui l’uomo ha modificato un ambiente naturalmente fragile. “Sottovalutiamo com’è fatta l’Italia, un paese geologicamente giovane, soggetto a rischi naturali compreso quello idrogeologico. Dovremo muoverci con grande attenzione su un territorio così fragile e invece non abbiamo pianificato niente, abbiamo costruito sui fiumi e ad un certo punto questi presentano il conto”. Un problema che non può essere attribuito esclusivamente al cambiamento climatico, perché secondo il geologo esiste una responsabilità diretta nel modo in cui il territorio viene utilizzato e trasformato. “Basti pensare a cosa è successo alle Cinque Terre, ad Aulla, o verso Ponente a Genova. Non è solo crisi climatica, ma anche violenza sul territorio, modificato sulle dinamiche naturali da cui non ricaviamo niente in campo”.

È il concetto stesso di Antropocene a racchiudere, per Tozzi, la portata delle trasformazioni prodotte dall’uomo. Anche sull’inizio di questa nuova epoca geologica, tuttavia, non esiste una posizione univoca: “Gli studiosi sono in disaccordo all’inizio di questo periodo. C’è chi dice che sia cominciato con la scoperta del fuoco, che produsse le prime mutazioni del paesaggio più significative, ma parliamo di trecentomila anni fa. L’invenzione dell’agricoltura fa nascere un mondo diverso, che modifica in maniera irreversibile il territorio. La rivoluzione industriale porta ad inquinamento di suolo e falde acquifere, fino alle bombe nucleari che hanno minacciato a livello mortifero i territori. Qualsiasi di questi periodi presi in considerazione sono sinonimi di cambiamenti difficilmente riassorbibili e sono esempi ottimi di inizio di antropocene”. E davanti alla necessità di intervenire, la ricetta indicata è tutt’altro che marginale: “Cosa si può fare? Parlando di clima dovremmo azzerare le emissioni e piantare mille miliardi di alberi, ma non mi sembra che qualcuno si sia messo su questa strada”.

A Santo Stefano Magra, però, Tozzi non porterà soltanto una riflessione scientifica. Il legame con il paese passa infatti anche dalla storia familiare e da un ricordo personale che diventa parte del messaggio rivolto al pubblico. “Mio nonno era di Santo Stefano, un militare in pensione con un pezzetto di terra che lì coltivava frutta e ortaggi. E lì ho imparato questo aspetto della campagna che mi è rimasto un po’ dentro”. Un mondo profondamente diverso da quello contemporaneo, ma che Tozzi invita a non leggere esclusivamente attraverso la lente del progresso: “Un mondo faticoso, più difficile, e in cui si moriva più giovani, ma non per questo un mondo infelice”. Da questa memoria nasce anche una riflessione più ampia sul modello di sviluppo costruito negli ultimi decenni e sull’idea che ogni progresso debba necessariamente tradursi in una maggiore felicità: “A volte pensare che avremmo potuto scegliere strade meno invasive per la nostra felicità, alternative a questa dei combustibili fossili che ci ha portato sicuramente benefici ma non credo che ci abbia reso molto più felici di un tempo”.


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 Niccolò Pasta

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