Dalla riflessione francescana sul denaro e sul ruolo dell’impresa al modello del Credito Cooperativo, in cui mutualità e comunità diventano strumenti concreti per trasformare il profitto in sviluppo e bene comune. è emerso nel convegno che ha aperto la tre giorni dedicata alla figura di San Francesco e chiusa dal concerto di Angelo Branduardi
Il profitto non è il nemico. È necessario per far crescere un’impresa, creare lavoro, innovare e rendere solida una banca. La domanda viene dopo: che cosa accade al valore prodotto? Dove va? Quanto ne rimane nel territorio che ha contribuito a generarlo?
È attorno a questa domanda che si è sviluppata a Busto Garolfo la tre giorni dedicata all’Economia fraterna, promossa dalla nostra Bcc, da Ccr Insieme Ets, Economia Fraterna e dall’Unità Pastorale di Busto Garolfo e Olcella, con il patrocinio del Comune.
Il momento centrale è stato il convegno “L’economia va a scuola. Quando è in comunione, non in competizione”, con fra Felice Autieri, storico del francescanesimo e docente di Storia della Chiesa, e Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse, moderati dallo storico Gabriele Ruggeri. Le conclusioni sono state affidate al nostro presidente, Roberto Scazzosi, i saluti al sindaco Giovanni Rigiroli, all’assessore Stefano Carnevali e al parroco don Giovanni Patella.
A ribaltare uno degli stereotipi più radicati è stato fra Felice Autieri: Francesco non si è mai scagliato contro il denaro o contro l’imprenditoria. Il problema nasce quando il denaro diventa strumento di prevaricazione e le dinamiche economiche schiacciano la dignità della persona. La scuola economica francescana sviluppò anzi una riflessione moderna sul capitale, sul rischio e sul ruolo dell’imprenditore: chi investe ha diritto al guadagno, ma l’investimento deve produrre effetti positivi anche per la società.
Una visione che, ha sottolineato Autieri, non può essere ridotta all’assistenzialismo. Il pensiero francescano significò anche educazione all’uso del denaro e all’investimento. Da qui nacquero esperienze come i Monti di Pietà e i Monti Frumentari: non denaro regalato, ma credito accessibile anche a piccoli imprenditori e famiglie che non potevano sostenere i tassi allora praticati.
È proprio questo filo che Sergio Gatti ha portato fino al presente. Le radici culturali del Credito Cooperativo, ha ricordato, affondano nella mutualità e nella comunità. E sono soprattutto due numeri a trasformare quei principi in meccanismi economici concreti.
Almeno il 70% degli utili di una Bcc deve essere destinato a riserva indivisibile. L’utile, quindi, non viene immediatamente distribuito, ma contribuisce a costruire il patrimonio della banca e la sua capacità futura di finanziare l’economia. Una funzione «intergenerazionale»: il valore creato oggi rafforza una banca chiamata a operare anche per le generazioni successive.
Poi c’è il secondo numero: almeno il 95% del credito deve essere erogato a persone, famiglie e imprese che vivono o lavorano nel territorio di competenza della banca. Gatti l’ha definita «finanza geocircolare»: il risparmio raccolto in un territorio viene in larghissima parte trasformato in credito nello stesso territorio.
È qui che mutualità e comunità smettono di essere parole e diventano un modello economico. «L’utile per le banche cooperative è l’unica fonte di finanziamento, perché non siamo quotati in Borsa», ha spiegato Gatti. Il profitto onestamente conseguito è indispensabile, ma a fare la differenza è la sua destinazione: un conto è il profitto che genera lavoro, investimenti e sviluppo; un altro quello speculativo che si disinteressa della comunità e di quella che la tradizione dell’economia civile definisce «pubblica felicità».
Gatti ha ricondotto l’espressione ad Antonio Genovesi, titolare a Napoli nel 1754 della prima cattedra di economia, da lui definita Economia civile o «scienza della pubblica felicità»: una società nella quale funzionano scuola, salute, mobilità, servizi e accesso al credito crea le condizioni per il benessere individuale.
Roberto Scazzosi ha riportato il ragionamento alla domanda iniziale: che cosa resta, alla fine, dell’attività economica? «I numeri contano. Una banca deve essere solida e un’impresa deve essere sana, investire, crescere ed essere competitiva. Ma quando l’impresa ha prodotto, la banca ha finanziato, il reddito è stato generato e i conti sono stati chiusi, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo lasciato: un territorio più forte? Un’impresa che cresce e crea lavoro? Una famiglia che può realizzare un progetto? Un giovane che trova un’opportunità? Una comunità capace di prendersi cura delle persone?».
Per Scazzosi non esiste una contrapposizione tra economia e solidarietà, efficienza e persone, impresa e comunità. «La questione non è essere meno competitivi, ma chiederci per che cosa vogliamo essere competitivi. Il profitto è necessario: serve a investire, innovare, creare occupazione e rendere solide le organizzazioni. Ma è uno strumento, non il fine. Il fine è produrre valore, e il valore si misura certamente nei bilanci, ma anche negli effetti che produce».
Da qui anche il richiamo alle radici cooperative della Bcc. «Le radici non servono a rimanere fermi. Un albero ha bisogno delle radici proprio per poter crescere», ha osservato Scazzosi. Crescere senza perdere il rapporto con i territori significa fare in modo che la responsabilità sociale non sia il “reparto buono” di un’organizzazione, ma entri nelle decisioni, nel credito e nel modo di guardare alle imprese. «Senza sostenibilità economica non duriamo. Ma senza quella sociale rischiamo di non sapere più perché esistiamo».
La tre giorni si è conclusa con la musica di Angelo Branduardi e con un concerto applauditissimo che ha riportato al centro proprio la figura di Francesco. Cantautore e violinista da sempre legato alla poesia e alle sonorità medievali, Branduardi ha ripreso nel concerto “Il Cantico” i brani ispirati a San Francesco e al progetto “L’infinitamente piccolo”. Una chiusura che è stata capace di tradurre in musica lo stesso filo che ha attraversato gli incontri: parole nate otto secoli fa e ancora in grado di interrogare il presente.
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