Il ruolo dell’Africa nella sicurezza globale: tra energia, rotte e peacekeeping
Dalla risposta alla crisi petrolifera alla tutela dei commerci marittimi, al contrasto al terrorismo: gli attori africani non sono più osservatori passivi delle crisi mondiali
Polizia kenyana di pattuglia ad Haiti nell’ambito della missione internazionale contro le gang
Diventa sempre più evidente il ruolo svolto dall’Africa nel campo della sicurezza internazionale. Perché lungi dall’essere osservatori passivi, gli attori africani hanno sempre più peso su decisioni ed esiti di eventi.
Il Centro africano per gli studi strategici riflette su questa analisi partendo da esempi su come alcune criticità siano state – e soprattutto possano continuare ad essere – anche lo stimolo per azioni concrete di contrasto o per migliorare capacità produttive. Partiamo proprio da questo.
Mitigare la crisi petrolifera
In risposta alle ripetute chiusure dello Stretto di Hormuz, in conseguenza alla guerra in Iran voluta da Stati Uniti e Israele, i produttori di petrolio africani – circa il 10% della produzione mondiale – hanno incrementato le esportazioni e i volumi di fornitura destinati agli acquirenti internazionali.
Nigeria e Angola sono state le protagoniste di questo sforzo. La raffineria di petrolio Dangote, inaugurata nel 2023 a Lagos, ha contribuito ad alleviare le tensioni globali nell’approvvigionamento.
L’impianto è diventato uno dei principali esportatori mondiali di cherosene per aerei, effettuando forniture anche verso l’Europa e gli Stati Uniti. Nell’impianto industriale viene inoltre prodotto e poi esportato l’urea, un fertilizzante ampiamente utilizzato in agricoltura.
Una nuova raffineria da 16 miliardi di dollari sarà costruita dallo stesso gruppo – posa della prima pietra prevista il 30 settembre 2026 – a Lamu (Kenya), con l’obiettivo di rifornire di carburante raffinato l’intera Comunità dell’Africa orientale.
Anche le grandi istituzioni finanziarie vengono incontro all’imprenditoria e al commercio. La Banca africana di import-export (AfreximBank), specializzata nel finanziamento del commercio, ha istituito un fondo di emergenza da 10 miliardi di dollari destinato ai paesi africani, per consentire loro di acquistare carburante, fertilizzanti e medicinali.
Sicurezza marittima e commerciale
Veniamo al campo della sicurezza marittima. Qui il contrasto alla pirateria (Golfo di Aden), alla pesca illegale (Golfo di Guinea), al traffico di droga e armi, continuano a impegnare i singoli Stati. Ma tali sfide trascendono rotte, confini e regioni e le minacce sono ormai transnazionali (vedi il ruolo strategico dello stretto di Bab el-Mandeb separato dallo Yemen da soli 26 km).
In un tale contesto è cruciale la condivisione delle informazioni, il coordinamento e la sorveglianza congiunta. A questo scopo agiscono, in particolare, due organismi regionali.
Uno è il Protocollo di Yaoundé. Nato nel 2013 ha riunito 25 paesi dell’Africa occidentale e centrale per formare un fronte unito contro le minacce alla sicurezza marittima nel Golfo di Guinea. Ciò ha contribuito a un drastico calo della pirateria lungo la costa dell’Africa occidentale.
L’altro è il Codice di condotta di Gibuti, che comprende 14 paesi africani e gli Stati del Golfo. Anche in questo caso lo scopo è contrastare la pirateria e le rapine a mano armata in mare, in questo caso lungo la costa orientale dell’Africa.
Oggi quei tratti di mare sono sempre più rilevanti. Un volume crescente di merci via mare transita lungo le coste orientali e occidentali dell’Africa per evitare le minacce nel Golfo Persico e nel Mar Rosso.
Un dato per tutti. Il Capo di Buona Speranza (Sudafrica) è diventato la terza rotta petrolifera più trafficata al mondo. Il numero giornaliero di navi che vi transitano è salito a 78, rispetto alle circa 40 del 2023. Questi transiti rappresentano 9,1 milioni di barili di petrolio e l’11% del commercio globale di petrolio via mare.
Lotta al terrorismo
Passiamo al ruolo del continente africano nella lotta al terrorismo. Sebbene l’Africa sia al centro della minaccia terroristica globale, con presenze notevoli e insurrezioni islamiste militanti concentrate nel Sahel, in Somalia e nel bacino del lago Ciad, con quasi 24.000 decessi annui legati a tali gruppi, è anche determinante nella lotta contro tali reti terroristiche.
Diciotto sono i paesi africani membri della Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Nel 2025, le autorità del Puntland hanno mobilitato 3.000 membri delle proprie forze di sicurezza nell’ambito di un’operazione internazionale per stanare lo Stato Islamico da una base nel nord della Somalia.
L’Uganda è intervenuto per la prima volta in Somalia nel 2007, in un periodo in cui pochi paesi erano disposti a correre tale rischio, dato che gran parte della Somalia e vaste aree della capitale, Mogadiscio, erano controllate o contese dai terroristi di al-Shabaab.
Poi sono arrivate le forze del Burundi, Gibuti, Kenya, Sierra Leone, Etiopia e, infine, quest’anno, Egitto. Anche se fragile, la relativa stabilizzazione della Somalia, è dovuta in gran parte agli sforzi compiuti dalle truppe africane.
Spostandoci a nord, le azioni militari condotte da Egitto, Algeria, Tunisia e Libia hanno svolto un ruolo fondamentale nell’impedire allo Stato Islamico di radicarsi in Nordafrica.
Peacekeeping
Altro importante compito svolto dagli attori africani afferisce alle operazioni di mantenimento della pace e di mediazione. Forse non è molto noto, ma i paesi africani sono quelli che forniscono il maggior numero di truppe alle operazioni di mantenimento della pace regionali e internazionali, con una media di circa 70.000 soldati schierati ogni anno nell’ultimo decennio.
Vuol dire anche che subiscono perdite in combattimento significativamente superiori a quelle di qualsiasi altra regione del mondo. Tra le missioni più importanti e impegnative vanno citate la Missione multinazionale di supporto alla sicurezza (MSMS) ad Haiti, a cui hanno partecipato prima il Kenya e ora il Ciad. A livello interno sono 27 le operazioni di mantenimento della pace dal 2004, anno di creazione della Forza di pronto intervento africana (AFRB).
Mediazione dei conflitti
Ancora più difficile la funzione di mediatore, sebbene non sempre ottenga i risultati sperati. Eppure, è chiaro che nel tentare di risolvere conflitti e dispute la mediazione interna è fondamentale. Secondo uno studio gli accordi raggiunti tramite mediazione africana hanno molte più probabilità di essere sostenibili.
Va detto anche che i paesi africani hanno svolto un ruolo chiave nell’aiutare quelli colpiti da conflitti ad affrontare la transizione, spesso complessa e prolungata, verso la stabilità, con supporto alla governance e alla ricostruzione delle istituzioni.
Sicurezza sanitaria
Anche sul fronte della sanità – evidentemente collegato alla sicurezza – il continente sta facendo la sua parte. Sia collaborando con le autorità internazionali (nel caso dell’Ebola nella Rd Congo, per esempio), sia lavorando alla produzione di vaccini, sia attraverso l’impegno di quattordici paesi di contribuire con 45 milioni di dollari al ciclo di investimenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Per una volta, insomma, si guarda al bicchiere mezzo pieno pur sapendo che i passi da compiere sono ancora enormi. I conflitti interni e esterni creano una grande tensione e incertezza sul futuro, le organizzazioni terroristiche si espandono e trovano canali sempre più sofisticati per alimentarsi, i commerci illeciti rimangono una piaga ma è in queste situazioni che si innestano le azioni concrete di istituzioni e iniziative africane che contribuiscono a tenere a bada, in qualche modo, le insicurezze globali.
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