#Finsubito news dalla rete – Foscolo riletto: l’utopia contro l’illusione



di Pierfranco Bruni

Foscolo mi occupa il pensiero. Lo ascolto leggendolo impazientemente. Non mi ha mai convinto la lettura schematica. Non ho mai creduto al cosiddetto “materialismo storico” di Ugo Foscolo. È un’idea che ha dominato la lettura di Foscolo nelle scuole, nelle università, nei manuali. Una lettura comoda, ideologica, materialista, che ha ridotto il greco veneto a un anticipatore di pessimismo storico o di nichilismo ottocentesco. Ma con testi alla mano quella visione delle illusioni è soltanto una parvenza senza una base forte sia sul piano filosofico che letterario.

Le illusioni di cui spesso si parla, abusando di una categoria critica che non appartiene a Foscolo ma ai suoi interpreti positivisti e poi marxisti, non conducono al tragico e tanto meno alla morte per suicidio di Jacopo Ortis. Un personaggio metafora che incarna una complessità esistenziale di Foscolo stesso. Ortis non muore per una illusione perduta. Muore perché l’utopia è stata tradita.

Il rivoluzionario Foscolo non può avere illusioni. Piuttosto utopia. La differenza è sostanziale. È abissale. L’illusione è un inganno dell’intelletto. È effimera. Si dissolve. L’utopia è una costruzione dell’anima. È tragica. Resta. Anche quando viene tradita, resta come ferita e come fedeltà. L’illusione è nel confidare che l’atto di Campoformio non avvenga. Ma può essere anche uno stato dell’utopia che si incrina. Campoformio non è una delusione politica. È una lacerazione teologica. È la Patria venduta.

Come scrive Foscolo stesso nell’Ortis: “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia.”

Appunto. Questa non è illusione. È tragedia. È consapevolezza che l’utopia della Patria libera è stata svenduta da un generale corso in nome della Ragion di Stato. Jacopo non è un illuso. È un tradito. E il tradito non si rifugia nell’illusione. Si rifugia nell’utopia del ritorno impossibile.

Il Foscolo che va a morire a Londra in esilio è intriso di utopia nella convinzione che sembra tutto paradosso. Le illusioni non sono paradosso. Lo stesso inganno per la Patria tradita è una utopia che resta tale. Ma non illusione. Perché l’utopia ha radici, ha memoria, ha sepolcro. L’illusione non ha sepolcro. Si dissolve nell’aria.

La questione delle illusioni si è infiltrata in modo esagerato, spropositato, non vero tra il linguaggio e l’opera del greco veneto. I critici hanno letto Foscolo con le lenti di un materialismo storico che Foscolo non ha mai avuto. Foscolo di formazione incisa nella storia del Peloponneso, nella grecità di Zante, è intriso di mito. Il mito è rivelazione. L’illusione è negazione. Sono due opposti. Il mito fonda. L’illusione disfa.

La stessa figura di Teresa non è una illusione. È una utopia. Teresa non è la donna borghese che illude Jacopo. È l’icona dell’impossibile. È la Patria che non si può possedere, è l’amore che non si può vivere perché la Storia lo impedisce. Quando Jacopo scrive: “Tu sei troppo bella, Teresa, e l’anima tua è troppo pura, ed io… io ti amo, ti amo disperatamente”, non sta descrivendo una illusione erotica. Sta descrivendo una utopia esistenziale. L’amore come forma di resistenza al nulla. Teresa è la forma pura dell’utopia, non la forma impura dell’illusione.

La visione della antropologia settecentesca pur avendo come riferimento la Ragione in Foscolo ha l’uomo. L’uomo nella sua dimensione piuttosto onirica ma dentro l’identità esistenziale del cambiamento. La contraddizione è che se si parla di antropologia materialista si afferma come principio una contraddizione di fatto. L’antropologia è tale perché è distante dall’ideologia, perché è la custode della tradizione. Foscolo non è un ideologo. È un antropologo del dolore. Il suo uomo non è massa. È singolo.

Ancora quando si tira in ballo il pessimismo si commette un errore madornale, che ha avvelenato generazioni di studenti. Foscolo non fu pessimista altrimenti non avrebbe creduto nella rivoluzione. Il rivoluzionario e il pensiero rivoluzionario guardano il futuro affermando l’idea del cambiamento. Il pessimista non fa rivoluzioni. Le subisce. Le contempla. Foscolo le fa. Crede nella Repubblica, crede in Bonaparte fino a Campoformio, crede nella possibilità di una Italia libera.

Come può essere pessimista chi scrive: “Io morrò, ma la mia morte non sarà inutile alla patria”? Qui insisto proprio in virtù di una lettura meno scolastica. Anzi completamente non antologica.

Il pessimista non crede all’utilità della morte. Il tragico sì. Foscolo è tragico, non pessimista. Il pessimismo è borghese, ottocentesco, leopardiano nella sua fase finale. La tragicità è greca, è vichiana, è foscoliana.

Al contrario di quanto spesso si afferma in Foscolo l’anima universale ha una tale potenza che lo impegna a custode attraverso i sepolcri della memoria universale. Il sepolcro è tradizione. È l’anti-materialismo per eccellenza. Fare in modo che quando il corpo non c’è più resti il ricordo, quindi il tempo che non si perde.

Si arriva dunque al cuore della menzogna materialista. Il “nulla eterno” dei Sepolcri? Dunque ancora mi pongo: che senso avrebbero i sepolcri se c’è il nulla che diventa eterno? Perché Foscolo scriverebbe un carme di 295 endecasillabi sciolti sulla funzione civile e religiosa dei sepolcri se credesse davvero che tutto finisce nel nulla?

Leggiamo il testo: “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella / e santa fanno al peregrin la terra”. Bella e santa. Ma dov’è il materialismo?

Se c’è il nulla eterno, le urne dei forti non accendono nulla. Sono pietre. Invece accendono. Accendono l’animo. Accendono la storia. Accendono la tradizione. Il sepolcro in Foscolo non è un monumento funebre. È un atto di religione civile. È Vico, non è Hobbes. È memoria, non è materia.

La morte è un finire materiale. Certo. Ma viene riscattata dalla memoria che attraverso i ricordi si tramanda. Nella memoria ci sono le vite che fisicamente non ci sono più ma resteranno sempre nella nostra memoria. Il corpo si dissolve. Certo. Ma ciò che il corpo è stato nella sua completezza non si disperde. Infatti c’è il sepolcro che invita a non dimenticare. Ed è qui che Foscolo supera ogni materialismo storico: “Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”. Un altro atto di vero contromaterialismo.

L’eredità d’affetti è utopia, non è materia. È tradizione, non è illusione. È ciò che resta quando il corpo non c’è più. Se Foscolo fosse materialista storico, l’eredità d’affetti sarebbe una sovrastruttura. Invece è struttura. È fondamento.

Hobbes? Ma se Foscolo non crede alla forza del più forte? Il suo eroe muore perché non accetta la forza del più forte. Jacopo muore. Sì. Ma Foscolo va in esilio ma lotta per ritornare. Spera. Spera che il suo corpo ritorni nella sua Patria. Sperare di ritornare non è materialismo storico. È religione della nostalgia. Mi sembra filosofico ovvio. È religione della memoria.

Foscolo non è mai stato massa. Sempre singolo e tragico. Perché sapeva che la tragedia alberga nel dolore del singolo. Appunto l’esilio è singolo. Non di tutti. Non è deportazione. È esilio. L’esilio è aristocratico. È greco. È dantesco. D’altronde egli ha come riferimento Vico. La ciclicità del tempo. Cioè il tempo è immortale. Il mito convive in esso. Nei Sepolcri lo dice con chiarezza solare: “e tu prima, Firenze, udivi il carme / che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco”. Il Dante con il quale si respira la fuga ma anche il metafisico senso dell’uomo. Dante è esule. Foscolo è esule. Non è massa. È singolo che porta su di sé il peso della città.

Dunque le illusioni? No, l’utopia. La poesia non è mai illusione. Le sue Muse sono una espressione di raccordo tra le voci che sono echi e il tempo che nella sua icona li trasporta. Nelle Grazie, il suo ultimo grande lascito incompiuto, Foscolo affida alle Grazie, alle Muse, alle divinità velate, il compito di rendere umano il tempo attraverso la bellezza. Scrive: “Le Grazie, che dell’animo gentile / fan bello il core”. Il cuore. Il cuore custodisce il ricordare. Mai allontana ciò che è stato. Rende umano, non materiale. Le Grazie non sono illusione. Sono utopia che si fa forma. Sono bellezza che vince il nulla.

Foscolo cerca dopo la ribellione la sera e l’attesa verso il tramontare si fa consapevolezza del tempo che non c’è più. Il suo romanticismo è una chiave di lettura del primo Novecento, non dell’Ottocento materialista. È un romanticismo tragico, mediterraneo, non nordico. Non è nebbia. È luce che tramonta.

L’Invocazione nelle Grazie è un canto di rimembranze. È memoria che si fa preghiera: “O Ninfe, o Muse, o Grazie, voi che il canto / inspirate ai poeti”. La poesia si fa confessione vera. Senza appunto illusioni.

Non si invocano le illusioni. Si invocano le Muse. Perché le Muse sono eterne, le illusioni no. L’utopia è tutto in Foscolo. È Patria, è Teresa, è sepolcro, è esilio, è ritorno. L’illusione è nulla. È categoria di chi non ha capito Foscolo. Di chi lo ha letto con gli occhiali del materialismo storico per farlo entrare a forza in una ideologia che Foscolo avrebbe rifiutato con sdegno, lui che di ideologie ha visto il fallimento a Campoformio, a Marengo, a Londra.

Foscolo non è un illuso deluso. È un utopista tradito che resta fedele alla sua utopia fino alla morte in una stanza povera di Londra, con in tasca l’illusione di tornare a Zante. Ma quella non era illusione. Era nostalgia. Era religione. Era mito. Il mito è l’archetipo della memoria come appunto le “egregie cose”. Il mito, a differenza dell’illusione, non muore mai. Ha la durata che non conosce il finire. Il mito resta come sigillo inciso dappertutto.

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