In un contesto economico attraversato da trasformazioni profonde – dalla transizione digitale all’evoluzione dei modelli organizzativi, fino alle tensioni sul fronte salariale – il mercato del lavoro italiano si trova di fronte a sfide decisive per la crescita e la competitività del Paese.
Il sistema produttivo, ancora fortemente caratterizzato da una frammentazione dimensionale, è chiamato a rafforzarsi attraverso innovazione, managerializzazione e investimenti sulle competenze.
Allo stesso tempo, il tema delle retribuzioni, ferme da anni, impone una riflessione strutturale sulle leve in grado di sostenere produttività e valore del lavoro.
In questo scenario, il ruolo delle politiche pubbliche diventa cruciale per accompagnare imprese e lavoratori in una transizione che deve essere al tempo stesso equa ed efficiente.
Ne parliamo con il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone, per approfondire le strategie del Governo e le prospettive del mercato del lavoro italiano.
Ministro, quali sono oggi le priorità del Governo per rafforzare la crescita economica del Paese e migliorare la competitività del sistema produttivo italiano nel contesto europeo?
«La crescita economica del Paese passa attraverso il lavoro e su questo fronte abbiamo dei dati molto incoraggianti. Abbiamo raggiunto il record di occupazione: al Sud, per la prima volta, abbiamo superato il 50% di occupati e registriamo un tasso di disoccupazione inferiore alla media Ue. Se guardiamo ai governi precedenti, sono dati inediti e quindi molto importanti. Ovviamente, c’è ancora tanto da fare, in particolare sulla competitività, sulla produttività e sui salari e proprio su questi temi abbiamo fatto un grande sforzo con l’ultimo Decreto Primo Maggio, recentemente convertito in legge».
Il tessuto imprenditoriale italiano è storicamente caratterizzato da pmi a conduzione familiare: meno del 30% ha manager esterni alla famiglia e, qualora presenti, questi sono meno di uno ogni dieci dipendenti. Quali politiche ritiene più efficaci per favorire processi di aggregazione, crescita dimensionale e managerializzazione?
«Le piccole e medie imprese rappresentano da sempre uno dei principali punti di forza del nostro sistema produttivo. È fondamentale la loro crescita dimensionale, data anche la competizione internazionale che impone economie di scala sempre più grandi.
Al contempo, è fondamentale la capacità delle imprese di rafforzare la propria organizzazione, investire nelle nuove competenze e affrontare con strumenti adeguati le grandi transizioni che stiamo vivendo, da quella tecnologica a quella ambientale. Investire sulle competenze organizzative e sulla capacità di guidare il cambiamento significa investire sulla solidità delle imprese, sul benessere delle persone che vi lavorano e, più in generale, sulla competitività del Paese.
Oggi la crescita della produttività deve procedere insieme al miglioramento della qualità del lavoro: sono due obiettivi che camminano insieme».
I salari restano un nodo centrale del dibattito economico. In che modo il principio del salario giusto può contribuire a sostenere le retribuzioni senza compromettere la competitività delle imprese?
«Con il Decreto Primo Maggio, poi convertito in legge dal Parlamento, abbiamo scelto di introdurre il principio del salario giusto. Non è uno slogan, ma una scelta di sistema che parte da un presupposto molto chiaro: il lavoro non può diventare la variabile residuale di una competizione al ribasso e le risorse pubbliche non possono finire per sostenere modelli fondati sul lavoro povero o sul dumping contrattuale.
Il salario giusto prende come riferimento il trattamento economico complessivo individuato dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Significa guardare non soltanto alla paga oraria, ma all’insieme degli elementi che qualificano una retribuzione: le mensilità aggiuntive, il trattamento di fine rapporto, il welfare contrattuale e tutti gli altri istituti previsti dalla contrattazione collettiva.
È una scelta che valorizza il ruolo delle parti sociali e rafforza la qualità delle relazioni industriali. Inoltre, viene introdotta una regola precisa: chi beneficia di incentivi o agevolazioni pubbliche deve garantire ai propri lavoratori un trattamento economico complessivo almeno pari a quello previsto dai contratti collettivi di riferimento».
Qual è il ruolo dei corpi intermedi per trasformare e rendere più moderno il mondo del lavoro e quale sinergia può esserci con il suo ministero?
«Essenziale, perché rappresentano il punto di incontro tra istituzioni, imprese, lavoratori e territori. Penso alle organizzazioni datoriali e sindacali, ma anche ai professionisti e a tutti coloro che svolgono una funzione di raccordo e accompagnamento per cittadini e imprese.
Come ministero abbiamo scelto, fin dall’inizio della legislatura, un metodo fondato sul confronto e sull’ascolto. Crediamo che le riforme migliori siano quelle costruite insieme, nel rispetto dell’autonomia e delle competenze di ciascuno.
È in questa sinergia che vedo la strada per rendere il nostro mondo del lavoro sempre più moderno, competitivo e capace di creare opportunità di qualità».
Quale ruolo possono giocare le nuove tecnologie – dall’intelligenza artificiale alla digitalizzazione dei processi – nel migliorare la qualità del lavoro e sostenere la crescita dei salari?
«Siamo di fronte a una trasformazione profonda che cambierà il mondo del lavoro e la nostra responsabilità è fare in modo che metta sempre la persona al centro.
L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento al servizio delle donne e degli uomini, non il contrario. Le evidenze internazionali ci dicono che molte professioni saranno trasformate nei prossimi anni.
È la ragione per cui stiamo rafforzando i processi di formazione continua, sostenendo l’aggiornamento professionale e promuovendo strumenti che consentano alle persone di acquisire le competenze richieste dall’evoluzione tecnologica.
Accanto a questo, abbiamo scelto di dotarci di strumenti permanenti di analisi e monitoraggio. L’Osservatorio sull’adozione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro nasce proprio con questo obiettivo: comprendere i suoi effetti concreti, individuare i settori maggiormente interessati dal cambiamento e orientare le politiche pubbliche, coinvolgendo istituzioni e parti sociali in un confronto continuo».
In questo scenario, il ministero come intende promuovere una formazione continua realmente efficace per manager, quadri e alte professionalità?
«Investire sulla professionalità, sulla visione e sulle competenze del management significa investire sul futuro dell’Italia. I manager rappresentano la spina dorsale dell’innovazione, della competitività e della capacità del nostro sistema produttivo di affrontare le grandi transizioni digitale, ambientale e geopolitica: per questo la crescita della produttività deve procedere insieme all’investimento sul capitale umano.
La possibilità di certificare anche le microcompetenze e l’investimento di oltre un miliardo di euro per la formazione in azienda attraverso il Fondo nuove competenze 3 vanno proprio nella direzione di creare percorsi efficaci anche per il management perché personalizzati.
Il nostro obiettivo è accompagnare persone e imprese durante tutto il percorso di trasformazione, riducendo il disallineamento tra competenze richieste e competenze disponibili e rendendo il sistema produttivo sempre più competitivo».
Il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro resta un nodo critico: quali strumenti concreti state mettendo in campo per ridurre questo divario, soprattutto nei settori ad alta specializzazione?
«Dobbiamo aumentare la capacità di far incontrare domanda e offerta di lavoro. Le politiche attive servono esattamente a colmare questo divario.
L’ultimo passo è l’aver destinato 50 milioni di euro al Fondo per il potenziamento delle competenze per la riqualificazione professionale, rivolto ai percettori di Naspi e ai lavoratori coinvolti in processi di riduzione dell’attività produttiva, trasformando i periodi di transizione in occasioni di crescita professionale.
Un ruolo decisivo lo svolge anche il Siisl, che stiamo sempre più trasformando in un vero e proprio ufficio virtuale del lavoro, capace di mettere in connessione cittadini, imprese, centri per l’impiego e operatori pubblici e privati.
Grazie anche agli strumenti di intelligenza artificiale, come Appli, possiamo poi offrire percorsi di orientamento sempre più personalizzati, aiutare le persone a comprendere quali competenze acquisire e favorire un incontro più efficace tra le esigenze delle imprese e i profili professionali disponibili.
Qualche risultato si inizia a vedere: la percentuale di posizioni di difficile reperimento è scesa al 42,6%, mentre appena un anno e mezzo fa interessava un’assunzione su due».
In che modo le politiche attive del lavoro possono essere rese più incisive e vicine alle esigenze delle imprese e dei professionisti del terziario?
«Il sistema italiano è complesso e multilivello: le riforme hanno bisogno di tempo per andare a regime. Quello che abbiamo già costruito è un ecosistema integrato, in cui tecnologia, formazione e collaborazione pubblico privato dialogano.
Il Siisl è il cuore funzionale di questo modello, mentre il metodo collaborativo tra Stato e regioni, tra servizi pubblici e privati, che ha consentito al Programma Gol di ottenere performance superiori alle aspettative, è l’innovazione che permetterà di migliorare nel tempo l’efficacia della nostra azione».
Il lavoro agile e i nuovi modelli organizzativi stanno ridefinendo il rapporto tra impresa e lavoratori: quali evoluzioni normative ritiene necessarie per accompagnare questi cambiamenti?
«Il lavoro agile e, più in generale, i nuovi modelli organizzativi non sono più un fenomeno emergenziale: rappresentano una trasformazione strutturale che la normativa deve saper accompagnare. La rivoluzione digitale ha modificato profondamente il modo di lavorare, rendendo sempre più frequenti modelli organizzativi flessibili, una maggiore integrazione tra presenza e lavoro da remoto e un utilizzo sempre più diffuso delle nuove tecnologie.
È evidente che alcune regole costruite in un contesto diverso oggi necessitano di essere aggiornate per accompagnare questi cambiamenti senza rinunciare alle tutele. Allo stesso tempo, è anche vero che il nostro sistema di contrattazione collettiva già oggi permette di creare modelli organizzativi su misura del contesto, aziendale o territoriale che sia.
Penso che il dialogo tra imprese e parti sociali debba essere lo strumento per individuare gli equilibri migliori tra flessibilità, produttività, qualità del lavoro e benessere delle persone».
Guardando ai prossimi anni, quale visione ha per il mercato del lavoro italiano e quale ruolo attribuisce alla classe manageriale nel guidare questa transizione?
«In questi anni di governo siamo riusciti a cambiare la discussione pubblica: oggi non ci chiediamo soltanto quanti posti di lavoro vengono creati, ma quale lavoro stiamo costruendo, con quali tutele, quali competenze e quali prospettive di crescita.
È un cambio di paradigma che abbiamo perseguito fin dall’inizio del mandato e che abbiamo ulteriormente rafforzato con il Decreto Primo Maggio, mettendo al centro il salario giusto, la buona contrattazione collettiva, la formazione continua e incentivi che premiano il lavoro stabile e di qualità. I risultati ci incoraggiano.
L’obiettivo è rendere l’occupazione sempre più qualificata e capace di accompagnare le trasformazioni economiche e tecnologiche. In questo percorso, il ruolo della classe manageriale è decisivo. Se l’Italia continua a essere la seconda realtà produttiva d’Europa e una delle grandi nazioni esportatrici del mondo è anche grazie alla capacità dei suoi gruppi dirigenti, che hanno saputo trasformare il cambiamento in opportunità di sviluppo. La sfida dei prossimi anni sarà consolidare questo percorso.
Abbiamo ridotto alcuni divari, ma sappiamo che resta ancora molto da fare. Il nostro obiettivo è costruire un sistema nel quale crescita economica, produttività, innovazione e qualità del lavoro procedano insieme.
Perché la competitività delle imprese e la tutela del lavoro sono le due condizioni indispensabili per rendere più forte l’economia italiana e offrire alle nuove generazioni opportunità sempre migliori».
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