Era il terzo dialogo monetario dell’anno, l’appuntamento trimestrale in cui il Parlamento europeo chiede conto alla banca centrale delle sue scelte. Cadeva a diciotto giorni dal secondo rialzo e in agenda gli eurodeputati avevano messo l’intelligenza artificiale con i suoi effetti sui prezzi; il passaggio più denso, però, parlava proprio di quei diciotto giorni.
Per orientarsi: le parole di Lagarde sono tradotte dal testo inglese pubblicato dalla Bce; l’inflazione è la variazione annua dell’indice armonizzato dei prezzi; un punto base vale un centesimo di punto percentuale.
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Un rialzo che nessuno ha votato
Basta guardare le quotazioni di lunedì per capire a che cosa si riferisse. Il giorno dell’audizione il Bund decennale tedesco ha chiuso al 3,64% e il Btp a dieci anni si è spinto oltre il 4,5%, livelli che il debito italiano non conosceva dal 2023, come annotava l’ANSA a fine seduta. L’ondata di vendite ha travolto anche i titoli americani e britannici, alimentata dal timore che l’inflazione resti alta a lungo e costringa le banche centrali a stringere ancora.
Quando i rendimenti lunghi salgono, indebitarsi per anni costa di più, allo Stato che rinnova i suoi titoli come alla famiglia che firma un mutuo a tasso fisso. Lagarde ha indicato anche un secondo effetto, più sottile, che nel testo inglese si chiama pass-through: la strada che il caro energia percorre per arrivare agli altri prezzi. Un’economia che rallenta ha meno fiato per scaricare i rincari sui listini, così la stessa spinta dei mercati che frena la crescita finisce per contenere anche l’inflazione.
La conseguenza la presidente non l’ha pronunciata con queste parole, eppure affiora da tutto il suo ragionamento… i mercati hanno fatto da soli una parte della stretta, un rialzo che nessuno ha votato e che rende più facile difendere un’andatura lenta sui tassi ufficiali. Di quanto la crescita risulterà più bassa, la Bce non l’ha quantificato.
Da febbraio ad agosto, la lunga corsa dell’energia
A febbraio l’inflazione dell’area euro era all’1,9%, persino sotto l’obiettivo. Poi il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha acceso petrolio e gas; da lì la risalita è stata quasi continua: 2,6% a marzo, 3% ad aprile, 3,2% a maggio, un respiro al 2,8% a giugno, 2,9% a luglio fino al 3,2% di agosto.
La voce energia, da sola, è cresciuta del 14,3% in un anno, dal 10,3% di luglio: nell’agosto del 2025 quegli stessi prezzi scendevano del 2%. L’inflazione di fondo, quella che lascia fuori energia, alimentari, alcolici e tabacchi, è scivolata invece al 2,4%.
Nelle tabelle di Eurostat c’è un particolare che quasi nessuno racconta: a spingere più di tutti l’inflazione di agosto sono stati ancora i servizi, con 1,43 punti percentuali contro gli 1,29 dell’energia, perché nel paniere pesano moltissimo anche ora che hanno rallentato al 3% dal 3,3%. I beni industriali sono saliti all’1,2% dallo 0,9%, l’incrocio che Lagarde ha descritto come un calo dei servizi «solo in parte compensato» dai beni. In Italia l’indice armonizzato di agosto è al 3,2%, esattamente il doppio dell’1,6% di un anno fa.
Stipendi calmi, attese in salita
Tutta la strategia della Bce, in fondo, poggia su un numero. Il reddito per occupato, con cui l’istituto misura la crescita nominale dei salari, è aumentato del 3,3% nel secondo trimestre, meno del 3,6% del primo. L’energia corre e le buste paga rallentano, al contrario del 2022, quando la rincorsa tra prezzi e stipendi costrinse la banca centrale alla stretta più rapida della sua storia.
La crepa, se c’è, passa per le aspettative… Lagarde ha riconosciuto che quelle a breve restano alte, pur assicurando che gran parte delle misure a lungo termine gira intorno al 2%. Le famiglie interpellate dalla stessa Bce, nell’indagine pubblicata il 18 settembre, raccontano una storia meno serena: ad agosto si aspettavano un’inflazione del 3% nei successivi dodici mesi, del 2,9% a tre anni e del 2,5% a cinque, in aumento rispetto a luglio su tutte le scadenze. Come nei mesi precedenti, i più preoccupati erano i redditi bassi.
Marzo, Francoforte: la mappa delle risposte
L’aggettivo «misurata» ha una data di nascita. Il 25 marzo, alla conferenza The ECB and Its Watchers, Lagarde aveva disegnato le reazioni possibili a uno shock energetico. Se è piccolo e breve lo si lascia passare, perché una stretta arriverebbe a cose fatte. Se è grande ma destinato a sgonfiarsi serve un aggiustamento misurato, anche per risparmiare al pubblico l’immagine di una banca centrale che non reagisce mai. Quando invece l’inflazione minaccia di allontanarsi a lungo dal 2%, la mano deve farsi pesante.
Sei mesi dopo la presidente colloca ancora la Bce nel caso di mezzo: uno shock troppo grande per chiudere gli occhi, non abbastanza radicato da giustificare la maniera forte. «Non reagiamo ai prezzi dell’energia», ha ripetuto, l’istituto si muove quando vede il rischio che mettano radici. Ai deputati ha anche chiarito che i tassi non inseguiranno il petrolio a ogni oscillazione, un messaggio in cui Reuters ha letto un freno alle scommesse più aggressive; sui mercati la probabilità di un ritocco già a ottobre è scesa.
Un anno fermi al 2%, poi due scatti
Il tasso sui depositi era sceso al 2% l’11 giugno 2025, ultimo atto del ciclo di tagli. Lì è rimasto dodici mesi esatti, finché l’11 giugno 2026 il Consiglio direttivo ha deciso il primo aumento dal settembre 2023: dal 17 giugno depositi, rifinanziamenti principali e prestito marginale sono passati a 2,25%, 2,40% e 2,65%. A luglio pausa. Il 10 settembre il secondo gradino, in vigore dal 16, con il rifinanziamento principale al 2,65% e il prestito marginale al 2,90%.
Il tasso sui depositi è così tornato dove stava nella primavera del 2025, prima degli ultimi due tagli. Finora la cadenza è stata di un rialzo ogni tre mesi, con la riunione di luglio lasciata passare.
Il conto degli aiuti sulle bollette
Rispondendo alle domande, Lagarde ha puntato il dito sulle misure con cui molti governi stanno attutendo il caro energia. Da quanto vedono la Bce e la Commissione europea, ha detto, quegli aiuti non sono necessariamente temporanei né mirati, quando dovrebbero proteggere prima di tutto la parte più esposta e fragile della popolazione. Sull’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti si è fermata sulla soglia: la materia fiscale, ha risposto nel passaggio riportato da Teleborsa, esula dal suo mandato.
Il filo era già stato teso a maggio, quando la presidente aveva legato all’Eurogruppo gli aiuti per l’energia alle future mosse sui tassi: sussidi a pioggia tengono alta la domanda e allungano la vita dell’inflazione, con cui poi deve fare i conti la politica monetaria.
L’intelligenza artificiale, tra fabbriche e debiti
Sull’IA la Bce ha portato numeri raccolti con la sua indagine periodica sull’accesso al credito delle imprese: ne esce il ritratto di un’Europa a due velocità. Quest’anno le aziende dell’area euro dovrebbero destinare all’intelligenza artificiale circa il 10% dei loro investimenti e i prestiti legati all’IA valgono già circa un quarto della crescita del credito alle imprese; eppure a fine 2025 solo il 7% ne faceva un uso intenso, contro un 38% che dichiarava un impiego almeno moderato. Da quella distanza dipende l’effetto sulla produttività, insieme alla possibilità che nel lungo periodo l’IA aiuti a raffreddare i prezzi.
Il capitolo del lavoro riserva qualche sorpresa. Oltre metà dei lavoratori usa già l’IA e nel complesso le imprese continuano ad assumere; a fare la differenza è l’uso. Chi la impiega per ricerca e nuovi prodotti tende ad allargare l’organico, chi la sfrutta soprattutto per tagliare il costo del lavoro lo sta riducendo.
Sul versante finanziario le parole sono state nette. Le valutazioni azionarie mondiali si concentrano su un numero ristretto di società legate all’IA che si indebitano sempre più in fretta: una brusca revisione delle loro prospettive e della tenuta di quei debiti «potrebbe innescare correzioni di mercato» fino a colpire gli investitori dell’area euro e l’economia. In una nota al testo la Bce segnala anche che i colossi tecnologici statunitensi raccolgono sempre più denaro sul mercato obbligazionario in euro, con il rischio di rendere più caro il credito per altre imprese.
La strada indicata all’Europa passa dall’innovazione e da una maggiore indipendenza nelle parti deboli della filiera, perché le funzioni critiche possano operare in qualsiasi circostanza; al resto deve pensare la diffusione, da spingere ben oltre la cerchia dei pionieri. Tra gli strumenti Lagarde ha citato InvestAI e lo Scaleup Europe Fund, definendo «un buon inizio» i 30 miliardi di euro per le gigafabbriche europee dell’IA.
Dal Btp al mutuo di casa
Con un debito pubblico come il nostro, la salita dei rendimenti lunghi si fa sentire prima di tutto nel bilancio dello Stato, perché i titoli in scadenza vengono rinnovati ai tassi del momento e il maggior costo si deposita anno dopo anno: lo abbiamo visto raccontando le nuove previsioni di Prometeia sul Pil italiano, dove la spesa per interessi è una delle voci più rigide dei conti pubblici.
Per le famiglie tutto dipende dal contratto. I mutui a tasso fisso vengono prezzati sui tassi di mercato a lunga scadenza, i variabili seguono l’Euribor, più legato alle decisioni ufficiali della Bce: l’avvertimento di lunedì riguarda soprattutto i primi, insieme alle imprese che si finanziano a medio e lungo termine. Nell’indagine di agosto le famiglie dell’area euro mettevano in conto tassi sui mutui al 4,9% fra dodici mesi.
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