#Finsubito news dalla rete – Venti sistemi per un solo Paese. Il nodo italiano della ricerca clinica


AstraZeneca investe 66,2 milioni di euro nella ricerca in Italia, con 20 milioni di cofinanziamento pubblico. Al Mimit il confronto sulla competitività delle Life Sciences: eccellenze e competenze ci sono, la sfida è ridurre frammentazione e tempi

30/09/2026

L’Italia ha le competenze, i centri, una ricerca clinica riconosciuta e una delle industrie farmaceutiche più forti d’Europa. Ma quando un grande investitore internazionale decide dove portare uno studio clinico, tutto questo può non bastare. A pesare sono anche i tempi, le procedure, le regole e una frammentazione che può trasformare un unico Paese in venti sistemi differenti.

È attorno a questa distanza tra potenziale e capacità di attrarre investimenti che si è sviluppato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il confronto “Ricerca clinica e innovazione: strategie per la competitività e la crescita”.

Al tavolo, con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, l’ambasciatore britannico Stephen Hickey, Mattia Altini, direttore generale dell’Ausl di Modena, Ruud Dobber, Executive Vice President e presidente della BioPharmaceuticals Business Unit di AstraZeneca, Antonio Gasbarrini, direttore scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, Cinzia Marchese, presidente della Fondazione Tech e Biomedical, e Guido Rasi, coordinatore del Tavolo sulla ricerca clinica del ministero della Salute.

Un investimento da 66 milioni

A dare concretezza alla discussione è stato l’annuncio di AstraZeneca: 66,2 milioni di euro di investimenti in Italia nei prossimi tre anni, con un cofinanziamento pubblico di 20 milioni del Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale e biomedico del Mimit, erogato tramite la Fondazione Tech e Biomedical. Il programma coinvolgerà oltre 200 tra centri di ricerca, istituti e strutture sanitarie distribuiti sul territorio nazionale.

I numeri spiegano anche dove andranno le risorse. AstraZeneca e Alexion prevedono 71 nuovi studi clinici registrativi, 52 su molecole AstraZeneca e 19 su molecole Alexion, per 48 milioni di euro. Altri 12 milioni finanzieranno 24 studi osservazionali e di Real World Evidence, 5 milioni la ricerca indipendente e 1,2 milioni soluzioni di digital health.

Per Ruud Dobber, l’accordo consentirà di ampliare le opportunità di accesso dei pazienti ai farmaci innovativi e, insieme, di rafforzare competenze e capacità italiane nelle scienze della vita. Una scelta che parte dal riconoscimento dell’eccellenza della ricerca italiana e dalla possibilità di consolidare ulteriormente il ruolo del Paese nell’ecosistema globale delle Life Sciences.

È proprio la dimensione globale a rendere più urgente la questione. Negli ultimi trent’anni la quota europea degli investimenti mondiali in ricerca e sviluppo biofarmaceutico è scesa dal 43% del 1990 al 31% del 2020, mentre quella statunitense è salita dal 36 al 53%. Nel 2023 sono stati avviati circa 6.300 nuovi studi clinici in Cina contro circa 1.900 in Europa, secondo i dati richiamati da AstraZeneca.

Il pubblico-privato come modello

Urso ha collocato l’investimento esattamente dentro questa competizione. L’Italia, ha ricordato, è già un grande polo della produzione farmaceutica, ma può diventare un punto di forza europeo anche nell’attrazione di ricerca e innovazione. Il progetto AstraZeneca, secondo il ministro, può rappresentare un “progetto pilota” di cooperazione tra pubblico e privato, replicabile anche in altri ambiti. Sullo sfondo c’è il ritardo europeo rispetto a Stati Uniti e Cina e la necessità di costruire un quadro regolatorio capace di attrarre investimenti e, allo stesso tempo, ridurre le dipendenze strategiche dall’estero.

In questo modello la Fondazione Tech e Biomedical rappresenta il raccordo pubblico. È la Fondazione a gestire per conto del Mimit il Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale biomedico e, nel caso del programma AstraZeneca, a erogare i 20 milioni di cofinanziamento pubblico. Cinzia Marchese, che la presiede, ne ha indicato il ruolo come punto di raccordo capace di costruire un network di competenze e trasformarlo in valore per il Paese.

Ma attrarre ricerca significa anche chiedersi per chi e per che cosa si ricerca. Mattia Altini ha riportato il confronto ai bisogni dei cittadini: il sistema italiano della ricerca è un sistema di eccellenza, ma l’innovazione deve tradursi in risposte e nuove opportunità di cura. “Quando portiamo nuove chance di cura facciamo un servizio al sistema, a vantaggio dei cittadini”. Antonio Gasbarrini ha richiamato l’altro lato della questione: la ricerca non è più nazionale, il mercato è globale e globali sono le imprese che devono decidere dove investire.

Il vero freno è la frammentazione

Ed è qui che il discorso si sposta dagli asset italiani agli ostacoli italiani. “Il problema dell’Italia non è un problema di cultura della ricerca”, ha sottolineato Guido Rasi, coordinatore del Tavolo di lavoro sulla ricerca clinica del ministero della Salute. Non mancano i ricercatori, non mancano le eccellenze. A rallentare il sistema sono problemi molto più concreti, a partire dalla frammentazione delle procedure.

Il primo riguarda il personale dedicato alla ricerca e la distanza tra strutture pubbliche e private. Realtà come il Gemelli, ha osservato Rasi, possono muoversi con vincoli differenti rispetto al pubblico. Ma soprattutto “manca una normativa unica”: il risultato è avere almeno venti approcci diversi. Per un soggetto globale che sceglie l’Italia significa doversi confrontare con processi differenti da Regione a Regione, ai quali si aggiunge l’eterogeneità nella contrattazione con i singoli istituti e, in alcuni casi, persino tra strutture appartenenti alla stessa Regione.

È uno dei fattori che incidono maggiormente sui tempi. Per questo il Tavolo sta lavorando con le Regioni per arrivare a una modulistica omogenea, possibilmente informatizzata, e a una gestione più uniforme dei processi. Interventi che possono sembrare minori rispetto alle grandi strategie sulla competitività, ma che nella pratica determinano la velocità con cui uno studio può partire.

Dalla privacy ai comitati etici

Il secondo nodo è la privacy. Rasi ha fatto un esempio molto semplice: due ospedali, anche collocati uno di fronte all’altro, possono trovarsi ad applicare allo stesso protocollo interpretazioni differenti delle regole sulla protezione dei dati. Il Tavolo ha avviato un confronto con il Garante per la protezione dei dati personali e, ha riferito Rasi, si sta lavorando alla possibilità di linee guida congiunte con il ministero della Salute, proprio per ridurre la variabilità interpretativa.

Poi c’è il capitolo delle regole ancora da aggiornare. “Bisogna abolire delle decretazioni superate”, ha detto Rasi. Tra i dossier su cui il Tavolo sta lavorando c’è la definizione delle competenze per gli studi che non coinvolgono né farmaci né dispositivi, una quota crescente della ricerca, e il fast track per gli studi di fase I. Su quest’ultimo punto, l’indicazione di Rasi è netta: si può procedere recependo “senza aggiungere creatività” ciò che il quadro europeo già consente.

Ancora più evidente è il problema degli studi senza farmaco o dispositivo. Anche un semplice studio di sorveglianza che coinvolga pazienti distribuiti sul territorio può richiedere oggi il passaggio attraverso 40 o 50 comitati etici. Il Tavolo sta lavorando a un intervento che consenta di arrivare a un parere unico anche per questa tipologia di studi. L’auspicio espresso da Rasi è di riuscire a chiudere il lavoro entro la fine del 2026.

Rendere semplice fare ricerca

Su questo terreno l’investimento annunciato da AstraZeneca e il lavoro istituzionale finiscono per incontrarsi. Nel documento che accompagna il programma, l’azienda individua tra le condizioni necessarie per rendere l’Italia più attrattiva investimenti strutturalmente maggiori nell’innovazione farmaceutica, accesso tempestivo e omogeneo alle nuove terapie, procedure regolatorie più rapide e prevedibili per l’attivazione degli studi clinici e incentivi alla ricerca e sviluppo stabili nel lungo periodo.

Il paradosso italiano sta tutto qui. Il Paese dispone di una rete diffusa di ospedali e centri di ricerca, competenze scientifiche riconosciute e una forte base industriale. Eppure nella competizione globale per attirare studi e investimenti può perdere terreno non soltanto per la quantità delle risorse disponibili, ma per moduli diversi, contratti diversi, interpretazioni differenti e passaggi duplicati.

I 66,2 milioni annunciati da AstraZeneca mostrano la dimensione dell’opportunità. Il lavoro indicato da Rasi mostra l’altra metà della sfida: per fare della ricerca clinica una leva di crescita non basta convincere le aziende a investire. Bisogna fare in modo che fare ricerca in Italia diventi più semplice.


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