Per rimettere in forma lo spirito, pubblichiamo la prefazione di Raffaella Frullone al nuovo libro di Roberto Marchesini, “Chetogenica per l’anima”, presente in libreria ma acquistabile anche sul nostro sito.
Qualche anno fa stavo ascoltando una catechesi del cardinal Robert Sarah. Potete immaginare: si parlava della preghiera e della nostra relazione con Dio, del silenzio, dell’orazione, dell’Adorazione – in sostanza, di tutto ciò che costituisce il cuore del rapporto tra creatura e Creatore. Si parlava del nostro pensiero, che dovrebbe essere costantemente rivolto al Cielo, al mistero, a quell’«amor che move il sole e l’altre stelle» (Dante, Paradiso, XXXIII, v. 145). Ed è proprio a quel punto che il cardinale ha fatto una domanda molto semplice: «A chi è rivolto il vostro pensiero? Provate a capire che cosa occupa la vostra mente per la maggior parte del tempo». Ed è stato lì che ho avuto una risposta chiarissima: il cibo. No, non è una battuta.
In quel momento mi sono resa conto di quanto i miei pensieri fossero costantemente occupati da quello che avrei mangiato, da quello che non avrei dovuto mangiare, da quello che avrei dovuto preparare: la prossima cena, la colazione del giorno dopo, il pranzo già da organizzare. E, ovviamente, da tutte le variabili del caso che volevo incastrarci dentro. Perché, si sa… ogni pasto deve essere ben bilanciato, low carb, con i giusti macronutrienti – carboidrati, proteine, grassi –, preparato in un certo modo, consumato a una certa ora, possibilmente senza picchi glicemici, senza glutine, senza lattosio, senza caffeina, senza sensi di colpa, a volte senza sapore, e già che ci siamo senza piacere. Insomma, mentre un principe della Chiesa parlava di Dio, io stavo mentalmente componendo la bowl perfetta. L’ennesima. Che, con ogni probabilità, non avrei mai né preparato né consumato, perché la vita – lo so, è una notizia – non è uno schema perfetto. La cosa interessante di quell’episodio è che mi ha fatto capire che quel pensiero non era affatto un’eccezione, bensì la regola. E, soprattutto, che non poteva essere solo un “problema” mio.
Era – ed è – un problema culturale. Una faccenda che riguarda parecchie persone. Sappiamo che il cibo non è mai stato semplicemente cibo: già Gesù si sedeva a tavola con tutti – amici, peccatori, curiosi –, ha compiuto il suo primo miracolo a un banchetto di nozze, moltiplicato il pane e i pesci per sfamare le folle prima di farsi lui stesso pane. Ma, senza scomodare il Figlio di Dio nel corso dei secoli, poi, le abitudini e le diverse civiltà hanno mostrato quanto il modo di mangiare dica di un popolo: cosa si mangia, quando, con chi, in che ordine, con quali gesti. Noi, da italiani, da europei, al pasto attribuiamo un valore che va ben oltre il nutrimento: è relazione, è tempo condiviso, è rito quotidiano che struttura le giornate e, spesso, anche le relazioni. Tutto, insomma, tranne che una questione di calorie. E, tuttavia, proprio qui si innesta una trasformazione più recente. Perché, se è vero che il cibo non è mai stato “solo cibo”, è altrettanto vero che oggi ha assunto un peso nuovo, diverso. È diventato un linguaggio carico di significati, un terreno ideologico, uno spazio di controllo, di identità e di compensazione.
Non si mangia più soltanto per nutrirsi: si mangia per curarsi, per premiarsi, per punirsi, per appartenere, per distinguersi. E, ovviamente anche… per postarlo. Mai come oggi il corpo è stato al centro dell’attenzione pubblica e privata. È oggetto di cura, di investimento economico, di esposizione continua; è costruito, modellato, corretto, allenato. E, tuttavia, nello stesso tempo, è spesso trascurato, maltrattato, alterato, piegato a Logiche che ne contraddicono la natura. Alla ricerca della forma perfetta si accompagna una crescente diffusione di disturbi alimentari, squilibri metabolici, dipendenze, pratiche estreme che vanno dal digiuno totale alla challenge online che ti porta a mangiare ventinove hamburger uno dietro l’altro. Ma sempre, rigorosamente, con grande consapevolezza e facendo mindfulness. A tutto questo si aggiunge un fattore che amplifica ogni cosa: i social.
Scorrendo o scrollando si trova di tutto – corpi perfetti, diete perfette, routine perfette, vite perfette. O, meglio, perfettamente raccontate. Il risultato è un costante confronto che alimenta un senso di inadeguatezza difficile da ignorare. Perché se tutti sembrano avere il controllo – del corpo, del cibo, della vita –, allora il problema, evidentemente, sei tu. L’illusione alla base di queste storture, di segno opposto, sta nel solito: «Il corpo è mio e lo gestisco io», ma declinato in chiave fitness; il che ci ha portati dove siamo ora: a un’offerta infinita e costante di programmi perfetti per ridurre calorie, aumentare la massa muscolare e – dettaglio non secondario – accrescere la frustrazione di dover tenere insieme dieta e vita sociale. O anche solo vita vera. Che, inspiegabilmente, non segue il piano alimentare. Almeno non sempre.
Anche perché spesso non si ha in dispensa il sale dell’Himalaya, in frigo l’avocado o si riesce a esporsi all’alba alla luce del sole per “settare” il bioritmo, poiché si è impegnati in quella strana attività chiamata “prepararsi per andare al lavoro”. Così la frustrazione sale, perché ci si rende conto di non avere il controllo. Ma il desiderio del corpo perfetto resta. Almeno a me. E cosa faccio io quando ho un problema che non riesco a risolvere? Chiedo a Roberto Marchesini di scriverci sopra un libro e a Lorenzo Bertocchi di pubblicarlo. Lo so, è un privilegio per pochi. E io ne sono grata. E non solo io, visto che Mio Dio che ansia – Come vincere la paura di non farcela e Smetto quando voglio – Come uscire dalla dipendenza da smartphone (e magari insegnarlo ai figli) sono stati evidentemente apprezzati da parecchie persone. Così nasce questo lavoro, dalle inquietudini del nostro tempo, in cui il cibo oscilla tra due poli: strumento di gratificazione immediata e oggetto di regolazione rigida, quasi morale. Contraddizioni che rimandano a un livello più profondo, che riguarda il modo in cui l’uomo contemporaneo concepisce sé stesso.
Il punto di partenza è precisamente questo: corpo e alimentazione non sono mai temi neutri, ogni scelta concreta – cosa mangiare, come allenarsi, come curarsi, come riposare – presuppone, esplicitamente o implicitamente, una visione del rapporto tra corpo e anima, tra materia e spirito, tra fine e mezzo. Questa non è una guida nutrizionale o sportiva. Certo, l’abbiamo chiamata Chetogenica per l’anima perché oggi il keto si vende come il pane (anche i figli della luce un po’ di marketing devono pur applicarlo). Ma il nostro è un obiettivo più radicale: offrire una chiave di lettura che permetta di comprendere dinamiche e fenomeni apparentemente frammentari all’interno di un quadro unitario.
Il percorso passa in rassegna la visione cristiana dell’uomo, quella gnostica e quella moderna, e mostra ciò che hanno lasciato nel nostro modo di concepire il corpo. In questa prospettiva, anche temi apparentemente tecnici come il digiuno, il veganesimo, la palestra o l’uso di integratori cessano di essere questioni puramente funzionali si rivelano, piuttosto, come espressioni di una determinata idea di uomo e, di conseguenza, di felicità. Non si tratta dunque di aggiungere un’ulteriore proposta alle molte già esistenti, bensì di mettere al centro quel che conta, e che sazia davvero. Perché, prima ancora di stabilire cosa sia giusto mangiare o come sia opportuno prendersi cura del proprio corpo, è necessario chiarire che cosa sia l’uomo e quale sia il fine della sua esistenza. Senza questa domanda, ogni risposta resta inevitabilmente parziale. E, oltre che fuori strada, è destinata a portarci anche fuori forma.
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