#Finsubito news dalla rete – Intervista a Ivan Polverari, maestro iconografo. A cura di Fra Gabriele Scardocci


Domande e risposte con il maestro iconografo Ivan Polverari

1. La liturgia, luogo della bellezza e dell’immagine: qual è secondo te il nesso forte che ancora possiamo riscoprire fra questi elementi fondamentali della nostra fede?

Ritengo anzitutto che immagine e liturgia siano profondamente correlate. Esiste un luogo comune da sfatare, secondo cui l’icona nascerebbe direttamente dalla Scrittura. La domanda da porsi è: quale Scrittura? C’è infatti un approccio puramente accademico e filologico, che mette in luce elementi complessi ed eterogenei. Agli studenti ripeto sempre che la vera ermeneutica dell’icona è la liturgia. È la liturgia il grembo primario e l’orizzonte interpretativo dell’icona, poiché l’assioma per cui l’immagine sarebbe semplicemente la «Scrittura dipinta» è valido solo in parte. Numerose feste, infatti, non hanno un riscontro letterale nel testo sacro, eppure vengono celebrate liturgicamente: si pensi alla Natività della Madre di Dio o ad altre solennità della tradizione latina, spesso appena accennate nella Scrittura o del tutto assenti.

È la liturgia a fondare l’immagine, perché in essa convergono l’omiletica, la patristica e le differenti tradizioni rituali (latina, bizantina, siriaca e altre). Per noi occidentali il nodo fondamentale risiede nella distinzione tra liturgia e devozione: comprendere che cosa sia un’azione liturgica rispetto a una pratica devozionale. Spesso questi ambiti vengono confusi; occorre dunque chiarire alla radice che cosa siano la liturgia e la preghiera cristiana per poter sviluppare un discorso autenticamente fondato.

2. Immagine ed icona, un guadagno inferenziale cristologico già nel secondo Concilio Niceno: quanto, secondo te, è forte il legame fra cristologia ed icona?

Il legame tra cristologia e icona è fondamentale e inscindibile. La possibilità stessa di dipingere un’immagine cristiana riposa sul mistero dell’Incarnazione del Verbo. Senza l’Incarnazione, le prescrizioni veterotestamentarie e i divieti mosaici manterrebbero intatta la loro cogenza.

Non a caso, l’iconografia di Cristo si stabilizza definitivamente nel VI secolo, passando da una raffigurazione prevalentemente tipologica a una fisionomia ritrattistica. Questo processo coincide storicamente con il culmine e la risoluzione delle grandi controversie cristologiche dei primi concili ecumenici. Pertanto, il legame tra cristologia e icona è non solo fortissimo, ma strutturale.

3. L’icona è ponte fra mondo latino e mondo orientale: essa può diventare anche luogo e momento del cammino ecumenico e di dialogo per favorire il ritorno alla piena unità?

Decisamente sì. Spesso si cade nell’errore di identificare l’icona esclusivamente con l’Oriente cristiano. In realtà l’icona non è appannaggio esclusivo di una sola tradizione. Paradossalmente, nel corso dei secoli anche l’Oriente ha conservato l’immagine esteriore rischiando di smarrirne l’essenza iconica originaria, velata sotto sovrastrutture stilistiche, influssi occidentali e mutamenti teologici ed ecclesiologici. La riscoperta dell’icona autentica nel Novecento è avvenuta gradualmente: a partire dagli anni Sessanta in Grecia con Fōtīs Kontoglou, e più tardi in Russia e nell’Europa orientale a causa delle note vicende sociopolitiche e dei regimi comunisti.

Tale riscoperta costituisce un patrimonio prezioso anche per l’Occidente. Basti pensare che a Roma il culto delle statue ha avuto uno sviluppo tardivo: le immagini dipinte su tavola erano radicate e più facili da preservare. Inoltre, durante la crisi iconoclasta dell’VIII secolo, il papato – in particolare papa Adriano I – fu un saldo e risoluto difensore della legittimità delle immagini sacre. Già san Gregorio Magno, nel celebre carteggio con il vescovo Sereno di Marsiglia, aveva delineato una prima teologia dell’immagine, concepita come strumento pedagogico e Biblia pauperum. Tuttavia, limitare l’icona alla sola catechesi didascalica per i semplici è riduttivo: l’immagine cristiana è innanzitutto luogo di presenza e di incontro salvifico.

Uso il termine «luogo» in senso forte: per sua natura ed eziologia, l’icona scaturisce dalla liturgia ed è capace di raccogliere le diverse confessioni cristiane. Personalmente ho avuto maestri ortodossi e mi confronto costantemente con artisti luterani e anglicani. La proclamazione liturgica della Parola di Dio è un terreno comune a tutta la cristianità; di conseguenza, anche l’icona si afferma come spazio condiviso d’incontro, pur nella ricchezza delle diverse declinazioni storiche ed ecclesiali.

4. Raccontaci un po’ di te: come e quando nasce questa missione-professione di iconografo?

È una vicenda molto personale. La mia vocazione affonda le radici nella memoria familiare: anzitutto nei racconti di mio nonno, prigioniero a Rodi durante la Seconda guerra mondiale, prima sotto i tedeschi e poi sotto gli scozzesi. Egli raccontava che, in una chiesetta sul mare, deponeva ogni giorno bossoli di contraerea colmi di fiori davanti a un’icona della Madonna, chiedendo la grazia di poter tornare a casa. Il suo ritorno ha segnato profondamente la mia vita.

In seguito, tra la seconda e la terza media, vidi in televisione un documentario sul monastero greco di Aghion Spilaion. L’inquadratura si soffermò sul volto della Vergine: lo sguardo e l’espressione di quell’icona impressero in me una chiamata indelebile, di cui ho compreso la portata solo da adulto, a distanza di oltre quarant’anni.

Determinante fu anche un professore delle medie, un vero mentore, capace di valorizzare le inclinazioni degli allievi e di trasmettere l’amore per l’arte. Nonostante altri percorsi lavorativi intrapresi negli anni, il mio pensiero tornava costantemente alla pittura sacra, finché nel 1995 ho compiuto la scelta definitiva di consacrarmi alla professione di iconografo.

5. Qual è stata l’icona che hai realizzato che ti ha dato più soddisfazione? Perché?

Di solito l’opera che dà maggiore compimento è sempre l’ultima. In essa si sintetizzano i progressi tecnici e spirituali, custodendo la memoria degli errori precedenti per evitarli.

Ricordo spesso le parole di uno stimato collega: «Non sempre si possono realizzare capolavori». È una grande verità. Ciò che conta è esercitare una rigorosa responsabilità professionale ed ecclesiale. Trattandosi di un’arte liturgica, non vi è spazio per l’arbitrio individuale o l’invenzione estemporanea. La libertà dell’iconografo esiste ed è autentica, ma è una libertà obbediente: l’artista è vivo nel suo segno, purché chi contempla l’icona vi riconosca fedelmente ciò che la Chiesa professa circa quel mistero o quel santo. È questa aderenza al dogma e alla preghiera a rendere preziosa l’ultima opera compiuta.

6. Tieni ancora oggi dei corsi di iconografia seguiti da molte persone: cosa spinge tanti ad accostarsi a quest’arte antica?

Le motivazioni sono molteplici ed eterogenee: alcuni cercano un’esperienza analoga a un ritiro spirituale, altri sono attratti da una generica sensibilità estetica, altri ancora desiderano unicamente apprendere una tecnica pittorica tradizionale.

Tuttavia, si verifica puntualmente una costante: nel momento in cui si affronta la pittura del volto di Cristo, l’allievo giunge a un crocevia. Quel volto interpella la coscienza in modo ineludibile. C’è chi ne avverte immediatamente la portata e chi matura questa consapevolezza col tempo, ma il confronto con il volto di Cristo non ammette mezze misure: o ci si lascia interrogare o ci si ritrae. Risuona qui la parola evangelica: «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37).

Inoltre, un corso di iconografia non può limitarsi alla prassi tecnica; richiede nozioni storiche e soprattutto teologiche. Mi accorgo spesso che molte persone non hanno familiarità con i fondamenti dogmatici: quando si accenna ai concili ecumenici, alla duplicità delle nature nell’unica persona del Verbo o alla distinzione tra «generato» e «non creato», si manifesta un profondo disorientamento. L’insegnamento diventa allora un’occasione di catechesi elementare, poiché vi è una diffusa ignoranza della figura storica e della persona divina di Cristo. Rischiamo di lasciare lettera morta la professione di fede petrina: «Voi chi dite che io sia?». La formulazione dogmatica non è mai stata una mera questione di equilibri politici imperiali, ma la custodia della verità salvifica. Offrire questo radicamento teologico è uno dei motivi essenziali per cui continuo a insegnare.

7. Una parola conclusiva: «La bellezza salverà il mondo», scriveva Fëdor Dostoevskij. Possiamo traslare questa frase in «L’iconografia salverà il mondo»?

Nel testo originale de L’idiota di Dostoevskij, la celebre espressione è in realtà una domanda: «Quale bellezza salverà il mondo?»

Possiamo traslarla nell’iconografia? Il mondo è salvato unicamente da Cristo; l’icona è solo un riflesso, una mediazione visibile della Sua presenza vivente. L’iconografia potrà contribuire a questa salvezza nella misura in cui saprà offrire immagini autentiche, non meri calchi formali di un passato spento o l’illustrazione di una fede non assimilata.

È un compito esigente e carico di responsabilità. L’iconografia ha senso se impariamo a vivere e dipingere la fede in verità: solo allora l’icona cesserà di essere un reperto stilistico e tornerà a essere una finestra aperta sul mistero di Dio, capace di lasciar trasparire la luce increata di Cristo.

A cura di fr. Gabriele Scardocci e Ivan Polverari


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