Un compenso da 3.000 euro saltato nel modello Redditi non è una tragedia, se ci si muove per primi. La sanzione si riduce a una frazione, ma il calendario dei passi decide quanto si paga.
Il modello Redditi è partito, la ricevuta è arrivata, e qualche settimana dopo spunta una certificazione unica dimenticata in una cartella: un compenso per una prestazione occasionale del 2025, con la ritenuta d’acconto già trattenuta dal committente, che nella dichiarazione non c’è. La prima reazione è pensare che la ritenuta abbia già sistemato tutto. Non è così: la ritenuta del 20 per cento è un acconto, e sul compenso resta dovuta l’Irpef con l’aliquota marginale del contribuente, oltre alle addizionali. Il reddito va dichiarato, e la dichiarazione che non lo contiene è infedele.
In questo articolo vedremo, davanti a un reddito dimenticato in dichiarazione, come si rimedia e quanto costa. Qui di seguito ci occuperemo della differenza tra la correzione nei termini e la dichiarazione integrativa, del ravvedimento operoso con le riduzioni della sanzione a 1/9, 1/8 e oltre, delle sanzioni introdotte dalla riforma del 2024 per le violazioni commesse dal 1° settembre di quell’anno, dei momenti in cui il ravvedimento resta possibile e di quelli in cui è precluso, e degli effetti collaterali sugli acconti e sui termini di accertamento. La regola di fondo è che il contribuente che corregge da solo, prima di un accertamento, paga una sanzione molto più bassa di quella che pagherebbe se aspettasse l’Agenzia, e che la riduzione è tanto maggiore quanto prima si interviene.
Fino a quando si può correggere senza sanzioni?
Il termine ordinario per l’invio del modello Redditi delle persone fisiche è il 31 ottobre dell’anno successivo a quello di riferimento. Per il modello Redditi 2026, relativo ai redditi del 2025, il 31 ottobre cade di sabato e la scadenza slitta a lunedì 2 novembre 2026, per la regola generale che sposta al primo giorno lavorativo successivo i termini che cadono di sabato o in un giorno festivo. Fino a quella data l’errore si corregge senza alcuna sanzione: il contribuente presenta una dichiarazione correttiva nei termini, che sostituisce integralmente la precedente, con il reddito omesso aggiunto e l’imposta ricalcolata. La maggiore imposta che ne risulta, se superiore a quella già versata, va pagata con gli interessi dalla scadenza originaria del versamento, perché il saldo era dovuto entro il 30 giugno, ma non si applica la sanzione per infedele dichiarazione.
Scaduto il termine del 2 novembre, la dichiarazione già inviata, che riporta un reddito inferiore a quello effettivo, è considerata infedele ai sensi dell’articolo 1, comma 2, del d.lgs. 471/1997. Da quel momento la correzione è ancora possibile, ma cambia nome e cambia costo.
Luca ha inviato il modello Redditi 2026 il 15 settembre e il 10 ottobre si accorge di aver omesso 3.000 euro di compensi occasionali. Ha ancora tre settimane: presenta una correttiva nei termini, versa la maggiore Irpef con gli interessi e non paga sanzioni. Se se ne accorgesse il 15 novembre, dovrebbe invece presentare un’integrativa a sfavore con il ravvedimento.
Come si presenta la dichiarazione integrativa a sfavore?
Dopo la scadenza del termine, il rimedio è la dichiarazione integrativa a sfavore, prevista dall’articolo 2, comma 8, del d.p.r. 322/1998, che consente di correggere errori e omissioni che hanno determinato un minor reddito o una minore imposta. Può essere presentata entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione originaria: per il modello Redditi 2026, fino al 31 dicembre 2031. Il termine coincide con quello entro cui l’Agenzia può accertare, e non è un caso: la facoltà di correggere accompagna la possibilità di essere controllati.
Sul piano pratico si utilizza lo stesso modello Redditi 2026 della dichiarazione originaria, con la casella “dichiarazione integrativa” barrata nel frontespizio. Non si invia solo il quadro mancante: si compila di nuovo l’intera dichiarazione, con tutti i dati già esposti e in più il reddito omesso, perché l’integrativa sostituisce la precedente. Nel caso del compenso occasionale, il reddito va nel quadro RL tra i redditi diversi, con l’indicazione della ritenuta subita, che resta a credito.
Insieme all’invio vanno versati con il modello F24 tre importi. La maggiore imposta, cioè la differenza tra l’Irpef ricalcolata sul reddito corretto e quella già versata, comprese le addizionali regionale e comunale. Gli interessi al tasso legale, calcolati giorno per giorno dalla scadenza originaria del versamento, il 30 giugno 2026, fino al giorno del pagamento. La sanzione ridotta secondo le misure del ravvedimento. I tre importi hanno codici tributo distinti e vanno indicati separatamente nel modello.
Quanto costa la sanzione dopo la riforma del 2024?
Il d.lgs. 87/2024 ha riscritto le sanzioni tributarie per le violazioni commesse dal 1° settembre 2024. La sanzione ordinaria per infedele dichiarazione, prevista dall’articolo 1, comma 2, del d.lgs. 471/1997, è ora pari al 70 per centodella maggiore imposta dovuta, con un minimo di 150 euro; prima della riforma andava dal 90 al 180 per cento. Per le violazioni anteriori al 1° settembre 2024 restano le vecchie misure, perché la riforma non è retroattiva.
La riforma ha introdotto una seconda misura, riservata a chi corregge da solo. Se l’infedeltà viene regolarizzata spontaneamente con una dichiarazione integrativa, prima che il contribuente abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di accertamento, la sanzione è del 50 per cento della maggiore imposta. È questa la base su cui si calcolano le riduzioni del ravvedimento: il contribuente che si ravvede parte dal 50 per cento, non dal 70.
Sul 50 per cento opera il ravvedimento operoso dell’articolo 13 del d.lgs. 472/1997, con riduzioni decrescenti nel tempo. Se la regolarizzazione avviene entro 90 giorni dal termine di presentazione della dichiarazione, quindi entro il 31 gennaio 2027 per il modello Redditi 2026, la sanzione si riduce a 1/9: il 50 per cento diviso nove, pari a circa il 5,56 per cento della maggiore imposta. Oltre i 90 giorni ma entro un anno dal termine, la riduzione scende a 1/8, pari al 6,25 per cento. Oltre l’anno, la riduzione è a 1/7. Riduzioni minori si applicano se il contribuente si ravvede dopo la consegna di un processo verbale di constatazione o dopo la comunicazione di uno schema di atto, nei limiti in cui il ravvedimento resta ammesso.
Su 3.000 euro di compenso omesso, con aliquota marginale del 35 per cento, la maggiore Irpef è 1.050 euro, da cui si scomputano i 600 euro di ritenuta già subita: restano 450 euro di imposta, oltre alle addizionali. La sanzione base è il 50 per cento, cioè 225 euro. Chi si ravvede entro il 31 gennaio 2027 paga 1/9, cioè 25 euro; chi si ravvede entro il 2 novembre 2027 paga 1/8, cioè circa 28 euro; chi aspetta l’accertamento paga il 70 per cento, cioè 315 euro, senza riduzioni se non attraverso l’adesione o l’acquiescenza.
Cosa succede se il contribuente non corregge?
Se il contribuente non interviene, l’Agenzia delle entrate può contestare la violazione entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ai sensi dell’articolo 43 del d.p.r. 600/1973: per il modello Redditi 2026, fino al 31 dicembre 2031. La contestazione comporta la sanzione piena del 70 per cento, oltre alla maggiore imposta e agli interessi.
Nel caso del compenso occasionale, l’omissione è quasi certa di emergere. Il committente ha trasmesso all’Agenzia la certificazione unica con il compenso e la ritenuta, e l’incrocio tra la certificazione e la dichiarazione del percettore è una delle verifiche automatiche più semplici. Il contribuente che non si ravvede riceve prima una comunicazione di anomalia, la cosiddetta lettera di compliance, con cui l’Agenzia segnala la discordanza e invita a correggere. Il ravvedimento resta possibile anche dopo la lettera di compliance, perché la comunicazione non è un atto di accertamento e non costituisce formale conoscenza di un’attività di verifica: il contribuente può ancora presentare l’integrativa con la sanzione del 50 per cento ridotta secondo il tempo trascorso.
Il ravvedimento è invece precluso in tre situazioni. La prima è la notifica di un avviso di accertamento o di un atto di liquidazione: da quel momento la sanzione del 70 per cento può essere ridotta solo con gli strumenti deflattivi, come l’accertamento con adesione del d.lgs. 218/1997, che porta la sanzione a un terzo del minimo, o l’acquiescenza, con la stessa riduzione se il contribuente rinuncia a impugnare e paga entro il termine per il ricorso. La seconda e la terza sono le comunicazioni degli esiti dei controlli automatizzati e dei controlli formali, ai sensi degli articoli 36-bis e 36-ter del d.p.r. 600/1973: in questo caso il contribuente paga le somme richieste con le riduzioni proprie di quelle comunicazioni, a un terzo della sanzione per i controlli automatizzati e a due terzi per i controlli formali, entro trenta giorni dal ricevimento.
Quali effetti produce l’integrativa sugli acconti?
Il maggior reddito dichiarato con l’integrativa non incide solo sul saldo dell’anno corretto. Aumenta anche la base di calcolo degli acconti per l’anno successivo. Chi determina gli acconti con il metodo storico, cioè in percentuale dell’imposta dell’anno precedente, deve considerare l’imposta risultante dall’integrativa, non quella della dichiarazione originaria. Per il contribuente che presenta l’integrativa nell’autunno del 2026, è prudente calcolare il secondo acconto del 30 novembre 2026 sull’imposta corretta. Se il primo acconto, versato a giugno sulla base della dichiarazione originaria, risulta insufficiente rispetto all’imposta corretta, anche questa carenza va regolarizzata con il ravvedimento, con la sanzione per omesso o insufficiente versamento ridotta secondo il tempo trascorso dalla scadenza.
Un secondo effetto riguarda i termini di accertamento. La presentazione dell’integrativa riapre i termini per il controllo, che decorrono dalla data di presentazione dell’integrativa anziché da quella della dichiarazione originaria, ma soltanto in relazione agli elementi oggetto di correzione, come stabilisce l’articolo 1, comma 640, della legge 190/2014. L’Agenzia avrà più tempo per verificare il compenso aggiunto e la relativa imposta, non per riesaminare il resto della dichiarazione, i cui termini restano quelli originari. Chi presenta un’integrativa deve quindi conservare la documentazione relativa al reddito corretto per un periodo più lungo, perché il controllo su quell’elemento può arrivare fino al 31 dicembre del quinto anno successivo alla presentazione dell’integrativa stessa.
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