#Finsubito news dalla rete – Vincent Van Duysen tra luci, forme e materiali naturali: la filosofia del maestro del «minimalismo caldo»


Nel mercato immobiliare è in atto un profondo cambio di paradigma. La casa non si misura più soltanto in metri quadrati o centralità della posizione, ma nella sua capacità di generare benessere fisico e mentale. È il concetto di «ecosistema abitativo», dove il valore patrimoniale di un immobile è strettamente legato al lifestyle che offre — tra sostenibilità, luce, materiali naturali, efficienza e spazi a misura d’uomo. La qualità dell’abitare diventa così un fattore economico decisivo. Progettare ambienti capaci di dialogare con i nostri sensi e di offrire riparo dalla sovrastimolazione quotidiana non soddisfa solo un bisogno emotivo, ma accresce il valore intrinseco dell’immobile, garantendone la tenuta e la longevità nel tempo. Di come trasformare l’architettura e il design in uno strumento di rigenerazione e investimento a lungo termine abbiamo parlato con l’architetto e designer belga Vincent Van Duysen, direttore creativo di Molteni&C, maestro del «minimalismo caldo».

La casa contemporanea è spesso un concentrato di funzioni sovrapposte. Ci lavoriamo, ci connettiamo con il mondo, ma rischiamo di non staccare mai. Quali sono le regole auree per vivere bene dentro le mura domestiche? 
«Nelle case e negli edifici che progetto, il primo obiettivo è creare spazi in cui le persone si sentano protette e serene, come cocoon in cui staccare la spina, ritrovare il proprio centro e ricaricarsi. Raggiungo questo risultato attraverso la purezza delle forme, la luce e materiali naturali che acquistano una splendida patina con il tempo, affinché ogni stanza — a prescindere dalla sua funzione — contribuisca al benessere». 

Oggi l’architettura dialoga sempre più con le nostre emozioni. In che modo materiali, luce e proporzioni possono aiutarci a staccare dal rumore digitale e a proteggere il nostro benessere mentale? 
«L’architettura può contrastare la sovrastimolazione creando una sorta di silenzio visivo, attraverso la luce controllata, materiali naturali e tattili, proporzioni equilibrate e spazi che a volte sono deliberatamente più scuri e soffusi, o tramite un gioco di vuoti e pieni. L’obiettivo non è l’austerità, ma calmare i sensi e creare un ambiente in cui sia possibile disconnettersi dal mondo esterno». 

In che modo concretizza la ricerca del benessere nei suoi lavori, dalla grande scala dell’architettura al design d’arredo? 
«A Casa M — la mia residenza e rifugio in Portogallo — o nel progetto di ospitalità che sto portando avanti a Comporta con il JNcQUOI Club, dove le ville sono concepite per mimetizzarsi nel paesaggio, l’architettura è profondamente connessa alla natura. Utilizza forme sobrie, materiali tattili e un dialogo continuo tra interno ed esterno per infondere un senso di calma e appartenenza. Nei miei arredi perseguo la stessa idea su un’altra scala: pezzi confortevoli e dalla presenza discreta, pensati per accompagnare la vita quotidiana anziché dominarla. Tutta la mia architettura, i miei interni e i miei oggetti aspirano a essere senza tempo: è questo un altro elemento fondamentale nella ricerca del benessere e nella mia filosofia dell’arte del vivere». 

Come si può trasformare un appartamento già esistente in un luogo di benessere senza riprogettarlo da zero? Da dove iniziare per fare spazio alla calma? 
«Inizierei eliminando il superfluo per arrivare all’essenziale, ma senza creare un ambiente vuoto o privo di anima — gli oggetti hanno bisogno di aria per respirare. Lavorerei poi su ciò che si ha già a disposizione, valorizzando la luce naturale, introducendo una palette di colori più rilassante e conservando solo i pezzi che hanno un significato, una funzione o un valore emotivo. E infine, se possibile, darei voce all’arte e ai complementi d’arredo». 

A livello pratico, quali sono gli interventi prioritari per cambiare radicalmente la percezione di benessere di un ambiente? 
«Investirei prima di tutto sulla luce — naturale ogni volta che è possibile, oppure calda e regolabile per quanto riguarda quella artificiale — e poi su materiali tattili e naturali come il legno, il lino, la lana e la pietra. Sceglierei meno pezzi, ma di qualità superiore, disponendoli attorno ai rituali essenziali della vita domestica: mangiare, dormire, leggere e conversare». 

Qual è il segreto per far sì che questi interventi di miglioramento del comfort domestico rimangano attuali e mantengano il loro rendimento economico anche tra vent’anni? 
«Resistere alle tendenze del momento, come ho sempre fatto, e puntare invece sulle proporzioni, sulla durabilità, sulla maestria artigianale e su materiali che diventano ancora più belli con il passare del tempo. Uno spazio o un oggetto che acquisisce patina, mantiene la sua utilità e può eventualmente essere tramandato da una generazione all’altra, possiede una longevità sia emotiva sia economica». 

Uscendo dalle mura domestiche, qual è il suo luogo del cuore nello spazio pubblico — una città o un giardino — dove ritrova la perfetta sintesi di armonia e disconnessione? 
«Direi Anversa: è abbastanza piccola da trasmettere un senso di calma e intimità, ma dal punto di vista culturale è estremamente cosmopolita, ed è un luogo che mi riporta sempre a me stesso. Il Giardino Botanico è uno di quei posti dove il ritmo della città rallenta all’improvviso — una semplice oasi naturale in cui staccare e riconnettersi. E poi ci sono i vari quartieri vivaci, il centro storico, le zone a Nord o a Sud con i loro nuovi sviluppi. È bellissimo camminare lungo le nuove banchine della Schelda o al Middelheimpark, uno parco di sculture e museo a cielo aperto dove l’arte moderna e contemporanea si integra nel verde. C’è davvero tantissimo da fare. È una città, come dite in Italia, “a misura d’uomo”, ma anche molto internazionale, con una scena culturale e un’energia davvero vibranti».

12 ottobre 2026


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