#Finsubito news dalla rete – La polizia penitenziaria porta in scena se stessa. E il carcere che ognuno di noi ha dentro


«Dopo circa 12 anni che lavoravo negli istituti di pena per gli spettacoli con le persone detenute mi è sembrato fosse giunto il tempo di fare uno spettacolo sul carcere», dice Mimmo Sorrentino, regista teatrale e drammaturgo, insegnante di teatro partecipato alla scuola “Paolo Grassi” di Milano.

al 2014 porta il teatro nel carcere di Vigevano con la sua cooperativa Teatroincontro. Nel suo ultimo lavoro, Agenti, in scena non ci sono le persone ristrette, ma nove agenti di polizia penitenziaria che interpretano sé stessi. «E il carcere diventa metafora di qualcos’altro. Nello spettacolo emerge quanto carcere abbiamo dentro noi stessi».

Come nasce l’idea

«Lavorando in passato con l’alta sicurezza femminile, ho portato in scena la condizione delle donne all’interno di contesti di organizzazioni criminali, in altre occasioni ho lavorato a spettacoli che riguardassero la sessualità femminile. Ho sempre lavorato con i detenuti intorno alla libertà della parola, ma il carcere non è mai stato il tema dello spettacolo. Quando mi sono sentito pronto, mi è sembrato più utile far parlare chi il carcere lo agisce: la polizia penitenziaria», dice Sorrentino. In Agenti si affrontano le varie problematiche, dall’autolesionismo al tentativo di suicidio, dai problemi di salute mentale al sovraffollamento. «Il carcere diventa la metafora del fatto che abbiamo, ognuno di noi, un carcere dentro».

Carcere: protesi di qualcosa che ci portiamo dentro

Questo concetto «nasce da una delle prime esperienze di laboratorio, durante la quale spiego ai detenuti la difficoltà a sostenere alcune emozioni. Faccio l’esempio di quando aspettano il colloquio, che per i detenuti è un po’ come il medicinale per il malato: rappresenta il contatto con i propri affetti, con la propria vita e con l’esterno. Si preparano con settimane di anticipo», continua, «pensano a tutto ciò che vogliono dire e anche a tutte le parole che vorrebbero ascoltare. Quando arriva il giorno del colloquio, quello che volevano dire non riescono a dirlo e ciò che volevano ascoltare non riescono ad ascoltarlo. Spesso dopo mezz’ora non vedono l’ora che finisca per tornare in cella».

Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca

Mimmo Sorrentino, regista teatrale, drammaturgo, insegnante di teatro partecipato

«Secondo me ognuno di noi ha un carcere dentro di sé. L’uomo costruisce tutte protesi del suo corpo: il cucchiaio è la protesi del palmo della mano, la freccia è la protesi del dito, il computer lo è della forza della testa. Il carcere è la protesi di qualcosa che ci portiamo dentro perché altrimenti non l’avremmo costruito», prosegue Sorrentino. «Attraverso gli agenti io parlo di questo».
Gli uomini e le donne del corpo di polizia penitenziaria in scena sono: Luisa Monte, Enzo De Stefano, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Cesare Aprile, Gioacchino Gusciglio, Philip Taormina, Maikol Bucci e Francesca Di Lisio.

Il lavoro sistemico

«In carcere si lavora su tutto il contesto, in modo sistemico. Negli istituti di pena è importante lavorare anche con la polizia penitenziaria e non solo con le persone detenute. Gli agenti vedono uno scontro quasi sempre non palese, ma sottotraccia, tra i civili che vanno in carcere e loro che sono lì a “reprimerli”, diciamo così. Il lavoro di molti anni lì dentro mi ha permesso di avere la loro fiducia». Sorrentino sottolinea: «Dall’inizio del mio lavoro in carcere mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, che per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione dovevo coinvolgere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziaria».

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Uno spettacolo necessario

Il regista continua: «Sono venuti tantissimi operatori esterni al carcere a vedere Agenti, una delle cose che mi ha molto colpito è la sensazione che, per loro, questo spettacolo era necessario. Lo era perché, pur andando negli istituti penitenziari tutti i giorni a compiere delle attività di volontariato, non avevano mai visto il carcere raccontato dagli agenti, senza retorica. Non c’è la retorica del corpo, vi è la grande difficoltà e la motivazione nel fare questo lavoro».

Nello spettacolo uno degli attori dice che il 90% gli agenti di polizia penitenziaria è meridionale e che «quando al Sud ci saranno le stesse condizioni di lavoro che al Nord, questo lavoro lo verranno a fare gli extracomunitari». E il collega dice: «Se non verranno a farlo gli extracomunitari lo affideremo all’intelligenza artificiale». Perché? «Gli agenti hanno la percezione di fare un lavoro abnorme». Lo spettacolo ha già avuto repliche al teatro Puccini a Milano, all’Università La Sapienza di Roma, al teatro Cagnoni di Vigevano, alla scuola di polizia di Verbania.

La retorica intorno al carcere

«Mi fa molto piacere che i teatranti dicono che hanno visto di più i detenuti come vengono raccontati dagli agenti che quando i ristretti sono direttamente in scena. Nello spettacolo si ha una percezione vera, credibile, realistica dal loro racconto, gli agenti spiegano che tipo di rapporto instaurano con i detenuti nel momento in cui ci entrano in relazione, come va ad influire sulla loro vita privata e familiare. Ed ecco che il detenuto smette di essere un numero o un fenomeno». Un agente dello spettacolo dice che, per i civili che vanno in carcere, i detenuti sono tutti quanti grandi attori, grandi chef, grandi scrittori, grandi poeti, grandi scienziati. E afferma: «Scusate tanto, se in carcere le persone si realizzano allora perché i nostri figli dobbiamo mandarli a scuola? Facciamogli fare una bella rapina e li mandiamo in carcere».

«Lo spettacolo rappresenta delle sfaccettature anche molto realistiche di quella che è la retorica intorno al carcere. Questo atteggiamento molto “laico” che abbiamo nello spettacolo piace molto, la rappresentazione viene molto richiesta, per essere un lavoro prodotto all’interno di un carcere e non da una produzione teatrale». Il 9 ottobre lo spettacolo è andato in scena a Gorizia nell’ambito del festival “Se io fossi Caino”, la prossima data è il 12 novembre a Torino, nell’ambito del Festival eVisioni, poi farà tappa a Parma nella Rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini incrociati”, prevista dal 3 al 5 dicembre.

«Il carcere è una guerra civile»

Al copione di Agenti si è arrivati «perché ascolto le loro storie e tendo a scrivere ciò che loro dicono, ma non sanno di aver detto, e lo trasformo in un testo teatrale. Il carcere è una guerra civile». Questa frase «l’ha detta un agente. Nello spettacolo l’attore dice che, in carcere, c’è chi la guerra ce l’ha in testa, sia tra i detenuti sia tra gli agenti. E c’è chi vorrebbe starsene in pace, ma non può starsene in pace, visto che c’è la guerra. È una guerra civile in cui non ci sono confini, si combatte tutti nella stessa parte». Un attore dice: «Chi sostiene che sta sempre dalla parte degli agenti o chi, viceversa, sostiene che sta sempre dalla parte dei detenuti, non fa altro che alimentare questa guerra».

Nello spettacolo viene trattato anche il tema dei suicidi, «c’è una persona detenuta che tenta il suicidio e viene salvata. Abbiamo i numeri di coloro che sono morti, ma i numeri di quelli che tentano il suicidio non viene dato molto, sono più di duemila persone». I sucidi sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria. Nello spettacolo, uno degli agenti dice che non ci pensa che lavora in un posto dove la gente si ammazza: «Se ci pensi, finisci con il pensare che ammazzarsi è possibile». «Trovo che sia un concetto pesantissimo e tostissimo da digerire», dice Sorrentino, «il fatto che il carcere è un posto dove è più facile morire che rieducare».

La catarsi grazie al teatro

«Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca. Il mio metodo consiste nel non avere metodo, vado e vedo cosa accade e cosa mi chiede chi è davanti a me. In carcere le persone detenute chiedono ovviamente di essere diverse da quello che sono. E il teatro in questo senso facilita moltissimo questo raggiungimento di desiderio perché permette di essere chi non sei», continua Sorrentino.

«Qualsiasi attività teatrale in carcere funziona perché permette a qualcuno di essere chi non è, il detenuto vuole questo. Nel mio caso, per essere chi non sei, su che cosa devi lavorare? Sul confine di quel che sei. Come faccio a essere una cosa diversa se non conosco una matrice? Queste persone, con il mio metodo di lavoro, sono obbligate a scavare nella loro vita privata, nella loro storia. Si portano sulle spalle dei pesi incredibili e il teatro diventa per chi lo pratica una vera e propria catarsi».

Foto fornite da Mimmo Sorrentino

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