Roma – Europa, 800 mld di investimenti e mercato unico per evitare la recessione. Il Rapporto FMII rincari energetici e le spese per la difesa mettono a nudo i limiti strutturali del continente.
Un’Europa stretta tra una sequenza incessante di shock avversi e una crescita che resta fragile, esposta al rischio concreto di scivolare in recessione al minimo scossone economico. È il quadro delineato dal Fondo Monetario Internazionale nel suo rapporto regionale intitolato “Regional Economic Outlook: Europe – Choosing Growth: Reforms for Innovation, Scale, and Resilience” che lancia un monito inequivocabile: senza un cambio di passo immediato fondato su riforme strutturali, innovazione e reale integrazione continentale, le economie europee sono destinate a un decennio di mediocrità economica, schiacciate da debiti crescenti e divari tecnologici incolmabili.
IL PESO DEGLI SHOCK GEOPOLITICI E LA VULNERABILITÀ DELL’ECONOMIA CONTINENTALE
L’attività economica europea continua a espandersi, ma a un ritmo lento e all’interno di un contesto reso aspro dal sovrapporsi di eventi negativi. L’ultimo colpo in ordine di tempo è rappresentato dalle conseguenze del conflitto in Medio Oriente, scoppiato il 28 febbraio 2026, e da un’estate segnata da ondate di calore record e siccità, che hanno danneggiato l’agricoltura, la navigazione fluviale e la produzione elettrica. Queste criticità si sono aggiunte all’eredità della pandemia da COVID-19, all’invasione russa dell’Ucraina del 22 febbraio 2022 e al persistere di elevate tensioni commerciali, con tariffe esterne ancora gravose.
Sebbene la crescita abbia mostrato una tenuta iniziale superiore alle stime – nel secondo trimestre del 2026 l’area euro (esclusa l’Irlanda) è avanzata a un tasso annualizzato destagionalizzato dell’1,2% –, il quadro resta fragile. I prezzi elevati dell’energia hanno eroso il reddito disponibile delle famiglie e aumentato i costi aziendali, deprimendo i consumi e frenando gli investimenti, mentre le condizioni finanziarie si sono inasprite a causa dei tassi bancari elevati e dell’aumento dei rendimenti sovrani.
LA TENUTA DEL PIL E LE PREVISIONI DI BASSA INTENSITÀ FINO AL 2028
Nel medio termine, lo scenario delineato dall’FMI prevede il prolungarsi di una crescita mediocre. Per le economie avanzate europee (escluso il gruppo dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale, CESEE), il PIL si attesterà attorno all’1,4% nel 2025, all’1,4% nel 2026, all’1,3% nel 2027 e all’1,5% nel 2028. Nell’area euro la dinamica sarà dell’1,2% nel 2025, dell’1,1% nel 2026, dell’1,2% nel 2027 e dell’1,3% nel 2028. Nelle economie CESEE la crescita rallenterà dal 2,4% del 2025 al 2,2% nel 2026, prima di risalire al 2,4% nel 2027 e al 2,5% nel 2028.
L’Italia registra una progressione stimata dello 0,5% nel 2025, dello 0,8% nel 2026 (in rialzo di 0,3 punti percentuali rispetto alle proiezioni di aprile 2026), dello 0,6% nel 2027 e dello 0,7% nel 2028. La Germania segnerà un recupero dall’esiguo 0,2% del 2025 all’1,3% nel 2026, per poi posizionarsi sull’1,1% nel biennio successivo. La Francia è vista allo 0,4% nel 2026 e allo 0,7% nel 2027, la Spagna al 2,5% nel 2026 e all’1,8% nel 2027, mentre il Regno Unito avanzerà dell’1,3% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027. Per l’intera Unione Europea la crescita prevista è dell’1,5% nel 2025, dell’1,4% nel 2026 e 2027 e dell’1,5% nel 2028. Tali stime assumono una lenta normalizzazione dei mercati energetici, il rientro della siccità, il supporto della spesa per la difesa e dei piani infrastrutturali tedeschi, oltre all’invarianza delle tariffe effettive statunitensi sulle merci UE all’8,5% circa, a seguito della pronuncia della Corte Suprema USA del febbraio 2026.
LA RISALITA DELL’INFLAZIONE GUIDATA DALL’ENERGIA E LA STABILITÀ DELLA CORE
Le tensioni sulle materie prime fossili hanno innescato un balzo dell’inflazione complessiva: nell’area euro i prezzi al consumo sono passati dall’1,9% su base annua di febbraio al 3,8% di settembre 2026. Ciononostante, le componenti di fondo (core) si sono mantenute relativamente stabili tra il 2,1% e il 2,3% durante l’anno, sostenute dall’ancoraggio delle aspettative a medio termine e da un trasferimento solo parziale dei costi energetici sugli altri beni.
Il rientro dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% sarà lento: per l’area euro si stima una media del 3,1% nel 2026 e del 2,8% nel 2027, con un ritorno a target previsto soltanto nel 2028 al 2,2%. Per l’Italia l’indice dei prezzi salirà al 3,3% nel 2026 (rispetto all’1,6% del 2025), calerà al 2,8% nel 2027 e si allineerà al 2,3% nel 2028. Tra gli altri paesi avanzati, nel 2026 la Germania toccherà il 2,7% (3,1% nel 2027), la Francia il 2,4%, la Spagna il 3,7% e il Regno Unito il 3,3%. Nei paesi CESEE l’inflazione media si attesterà al 10,9% nel 2026 (4,0% escludendo Bielorussia, Russia, Turchia e Ucraina), alimentata dalla forte crescita salariale e da politiche fiscali espansive, come nei casi di Bulgaria e Romania, mentre in Svezia scenderà all’1,1% grazie all’apprezzamento della corona e a sgravi fiscali temporanei su cibo, carburanti e trasporti.
LE MOSSE NECESSARIE PER LE BANCHE CENTRALI TRA RIALZI E PAUSE RESTRITTIVE
Per scongiurare il radicamento delle pressioni inflazionistiche, la politica monetaria deve mantenere un profilo rigoroso. La Banca Centrale Europea ha innalzato i tassi di 25 punti base a giugno e di ulteriori 25 punti base a settembre 2026; secondo i modelli del Fondo, Francoforte dovrà varare almeno un ulteriore rialzo di 25 punti base entro la fine del 2026 per blindare la traiettoria discendente dell’inflazione core, preparandosi a ulteriori ritocchi successivi qualora i dati lo richiedano. La Bank of England è chiamata a preservare un orientamento restrittivo fino a tutto il 2027. Nelle economie dell’Europa centrale e orientale la strategia varia: paesi come Repubblica Ceca e Romania, dove l’inflazione era già sopra l’obiettivo prima dell’ultimo shock, dovranno stringere ulteriormente o prolungare la fase restrittiva; realtà come Ungheria e Polonia, dove le pressioni risultano più circoscritte, possono mantenere i tassi stabili con una propensione all’irrigidimento (“tightening bias”), subordinando qualunque allentamento a prove incontrovertibili di disinflazione.
LA SPESA PUBBLICA A LUNGO TERMINE E L’URGENZA DEL CONSOLIDAMENTO FISCALE
I conti pubblici europei fronteggiano una vera e propria strozzatura strutturale. Tra necessità di difesa comune, impegni per la transizione energetica e oneri legati all’invecchiamento demografico (pensioni e sanità), la spesa pubblica è destinata ad aumentare entro il 2040 di 4,5 punti percentuali di PIL nelle economie avanzate e di 5,5 punti nei paesi CESEE. Con un debito pubblico già nettamente superiore ai livelli dei primi anni Dieci e tassi di interesse più onerosi, circa tre quarti degli Stati europei avranno bisogno di manovre di consolidamento fiscale pari in media al 3,5% del PIL nel medio termine, abbinate a riforme delle uscite e del mercato interno.
I piani strutturali a medio termine (MTFSP) concordati in sede UE prevedono aggiustamenti nell’ordine del 2% del PIL, calcolati però prima dell’introduzione dei nuovi target NATO di spesa militare. Le stime dell’FMI indicano che la maggioranza dei paesi mancherà persino questi obiettivi programmatici. Per un quarto dei governi europei il risanamento necessario supererà il 5% del PIL: un’entità storicamente quasi mai raggiunta, che imporrà di ripensare il raggio d’azione dello Stato e mobilitare capitali privati.
STABILITÀ BANCARIA E NUOVE INCOGNITE NEGLI ENTI FINANZIARI NON BANCARI
Pur a fronte di un comparto bancario europeo solido, caratterizzato da indici patrimoniali Tier 1 mediani superiori al 19%, buona liquidità e sofferenze sotto controllo, emergono rischi rilevanti nel settore degli intermediari finanziari non bancari (NBFI). L’espansione esponenziale dei bilanci di questi soggetti, unita alla leva finanziaria e a disallineamenti di liquidità in alcune strategie d’investimento, accentua il pericolo di vendite forzate e richieste di margini in caso di turbolenze. Tali vulnerabilità sono acuite dal peso crescente di fondi speculativi offshore nel mercato dei titoli di debito sovrano, mentre gli istituti di credito sono tornati ad aumentare la propria esposizione diretta verso i governi.
Un improvviso repricing degli attivi – favorito anche dalle quotazioni tirate nei titoli legati all’intelligenza artificiale e dal livello elevato dei prezzi delle case – rischia di propagarsi all’economia reale riducendo il credito. L’FMI raccomanda alle autorità di vigilanza di colmare i vuoti informativi sui flussi transfrontalieri e sui legami tra banche e NBFI, valutando per l’area euro l’estensione di linee di liquidità d’emergenza a specifici operatori non bancari in fasi di stress sistemico, oltre a completare la ratifica del trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità per rendere operativo il paracadute del Fondo di Risoluzione Unico e varare lo schema comune di garanzia dei depositi (EDIS).
IL BENEFICIO ECONOMICO DELLE RINNOVABILI E LA RIFORMA DELLA RETE ELETTRICA
Nel pieno della nuova fiammata delle quotazioni fossili, il percorso di transizione verde ha dimostrato la sua efficacia come scudo economico. L’impiego del modello Carbon Pricing Assessment Tool certifica che la combinazione tra diffusione delle rinnovabili ed efficienza ha ridotto di circa l’8% l’impatto dell’ultimo rincaro delle materie prime sulla spesa energetica dei nuclei familiari europei. Nel 2025 quasi la metà dell’elettricità prodotta nell’UE è derivata da fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, idroelettrico, bioenergie e rifiuti), a fronte del 25% negli Stati Uniti.
In paesi come Italia, Francia e Germania il costo di generazione lungo il ciclo di vita (LCOE) per eolico onshore e solare è ormai stabilmente inferiore a quello dei combustibili fossili, rendendo le fonti pulite una scelta conveniente a prescindere dagli obiettivi ambientali. Permangono tuttavia serie criticità: la frammentazione del mercato elettrico genera ampie disparità di prezzo tra nazioni e frequenti congestioni di rete. Il rapporto caldeggia l’adozione tempestiva del “Grid Package 2025” della Commissione Europea, una pianificazione comune tra generazione e stoccaggio, l’eliminazione delle accise distorsive che gravano sull’elettricità più dei combustibili fossili, un’aliquota IVA standard e la piena valorizzazione delle entrate derivanti dai sistemi ETS1 ed ETS2, i cui proventi nel prossimo decennio eccederanno gli investimenti pubblici necessari per la decarbonizzazione.
IL RITARDO EUROPEO SULLA FRONTIERA DIGITALE E IL DIVARIO DI PRODUTTIVITÀ
Alla radice della crescita anemica dell’Europa vi è una produttività stagnante, che blocca il potenziale di espansione all’1,1% nell’area euro e all’1,3% nell’intera UE. Il divario rispetto agli Stati Uniti è riconducibile al ritardo strutturale accumulato nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Le analisi condotte dagli economisti dell’FMI (coordinate da Komatsuzaki e colleghi) rivelano che nel decennio 2015-2024 l’accumulazione e l’impiego del capitale immateriale, comprese le prime applicazioni di intelligenza artificiale, hanno apportato circa tre quarti di punto percentuale all’anno alla produttività del lavoro statunitense: più del doppio rispetto a quanto avvenuto nell’Unione Europea. Il continente produce meno brevetti IA rispetto a USA e Cina, mostra tassi di adozione tecnologica nelle imprese sensibilmente inferiori ed è rimasto ai margini del boom dell’export di microchip e processori che sta sostenendo la crescita delle economie asiatiche.
GLI ERRORI DEL PROTEZIONISMO E IL POTENZIALE DA 800 MILIARDI DEL MERCATO UNICO
Davanti a queste difficoltà, l’FMI mette in guardia dalle sirene delle politiche industriali protezionistiche e dai sussidi indiscriminati volti alla sostituzione delle importazioni o alla tutela di settori maturi: misure che rischiano solo di ritardare le trasformazioni necessarie, gravare sui conti pubblici e consolidare rendite di posizione. Gli interventi industriali devono rimanere circoscritti ai fallimenti di mercato e coordinati a livello comunitario per evitare spaccature interne.
La vera spinta propulsiva deve arrivare dall’abbattimento delle barriere nazionali e dal completamento del mercato unico: eliminare le distorsioni interne e gli ostacoli a scambi e mobilità lavorativa può incrementare la produttività europea del 20%, attivare fino a 800 miliardi di euro di investimenti privati in un decennio e accrescere il PIL pro capite del 35% nel lungo periodo (stime Kammer, Ayerst e Tang). Sul fronte finanziario, la realizzazione dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti (SIU), l’armonizzazione delle leggi sui fallimenti e lo sviluppo del venture capital possono incrementare la produzione di un ulteriore 4%. Il Fondo caldeggia inoltre l’introduzione facoltativa del “28° regime” societario europeo per consentire alle imprese innovative di crescere superando la giungla normativa dei 27 Stati membri, la rimozione dei vincoli lavoristici che frenano l’espansione e il ridimensionamento aziendale, e lo sblocco dell’offerta abitativa tramite permessi edilizi più rapidi e crediti ai costruttori, così da favorire la mobilità geografica dei lavoratori.
LA FRENATA DELLE ECONOMIE DELL’EST E IL DIVIDENDO DEI NUOVI INGRESSI NELL’UNIONE
Nelle economie dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale il tradizionale modello di sviluppo trainato da salari bassi ed esportazioni comincia a mostrare segni di cedimento. L’impennata dei costi energetici, l’apprezzamento reale delle divise e incrementi salariali superiori ai guadagni di produttività hanno fiaccato la competitività esterna verso Stati Uniti e Cina, provocando una preoccupante apertura dei deficit gemelli (disavanzo fiscale e deficit delle partite correnti). Nelle repubbliche baltiche, contemporaneamente, la carenza di manodopera richiede interventi per allargare la partecipazione al lavoro e ridurre il disallineamento delle competenze.
Un’opportunità di rilancio riguarda invece il processo di allargamento dell’Unione a Moldavia e Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia): in base ai modelli storici ed econometrici dell’FMI, l’ingresso nell’UE e l’adozione delle riforme istituzionali comunitarie potrebbero aumentare il loro livello di reddito di circa il 30% nell’arco di un decennio, con due terzi dei vantaggi generati direttamente dai balzi di produttività, apportando benefici commerciali e di integrazione all’intero blocco continentale.
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