#Finsubito news dalla rete – Agenzia delle Entrate traccia i wallet crypto?


L’Agenzia delle Entrate italiana ha ufficialmente acquisito Chainalysis Reactor, uno dei software di analisi forense e tracciamento delle transazioni su blockchain più avanzati al mondo

Questa operazione sta sollevando molti interrogativi in merito alla privacy degli utenti crypto italiani ed in particolare al monitoraggio dei wallet non-custodial.

Analizziamo nel dettaglio, ed in modo oggettivo, quali rischi effettivi ci siano, lasciando da parte per un momento le pure emozioni.

L’Agenzia delle Entrate e Chainalysis Reactor: cosa prevede l’accordo

L’Agenzia delle Entrate ha acquistato ufficialmente le licenze di utilizzo del software Chainalysis Reactor. Tecnicamente non si tratta di un accordo di partnership strategica, ma solo di una banale fornitura tecnologica diretta deliberata con una decisione ufficiale.

L’obiettivo di questa decisione è quello di dotare il fisco italiano di strumenti investigativi avanzati per contrastare l’evasione fiscale legata alle cripto-attività, passando dal controllo passivo dei dati inviati dagli exchange all’analisi attiva e diretta on-chain.

Cos’è Chainalysis Reactor e come funziona l’analisi euristica on-chain

Chainalysis Reactor è lo strumento standard utilizzato dalle forze dell’ordine mondiali per tracciare i movimenti finanziari sulle reti decentralizzate.

Il software infatti permette di:

  • mappare i wallet associando indirizzi pseudonimi sulla blockchain a entità reali, exchange, o servizi noti
  • visualizzare i flussi ricostruendo graficamente i passaggi di fondi da un wallet all’altro, inclusi i trasferimenti intermedi o gli scambi su protocolli DeFi
  • identificare i tentativi di occultamento tracciando i fondi anche quando l’utente tenta di frazionarli o spostarli su più reti (cross-chain).

Il salto di qualità del Fisco: dalle segnalazioni degli exchange al tracciamento diretto

Fino ad oggi, i controlli del fisco italiano si sono basati principalmente sui dati ricevuti dagli exchange centralizzati.

Ora invece, grazie a Reactor, l’approccio cambierà radicalmente.

Infatti per prima cosa il fisco italiano potrà effettuare verifiche incrociate immediate, partendo dai dati non anonimi ricevuti dagli exchange ed incrociandoli a ritroso con l’attività on-chain. Quindi ad esempio se un utente preleverà fondi da un exchange verso un proprio wallet di auto-custodia, il fisco ora potrà tracciare anche tutto ciò che viene fatto con quel wallet privato.

Inoltre diventerà molto più semplice scovare chi omette di dichiarare la detenzione di asset digitali nel quadro RW o chi non dichiara le plusvalenze tassabili.

Infine anche l’attività sui wallet non-custodial, o le transazioni DeFi (prima difficili da tracciare per il fisco), ora rientreranno nel raggio d’azione investigativo diretto degli ispettori fiscali.

Il Fisco ora può tracciare i wallet non-custodial?

In effetti ora, perlomeno in teoria, il fisco italiano può tracciare i wallet non-custodial, ma con due importanti limiti.

Il primo limite sta nel fatto che non sempre è possibile associare con certezza un nome ad un wallet anonimo. In altre parole la maggior parte degli indirizzi pubblici on-chain rimarrà probabilmente anonimo, ma al fisco italiano interessano soprattutto i wallet collegati ad account sugli exchange centralizzati di cui conosce il nome del proprietario.

Il secondo limite sta nel fatto che, pur potendo vedere a quali altri wallet vengono inviati i fondi on-chain, anche nel caso in cui sia noto il nome del mittente potrebbe non essere noto il nome del destinatario, ed a volte potrebbe essere difficile o impossibile scoprirlo.

Quello che interessa al fisco infatti non è di per sé il monitoraggio on-chain, ma il fatto di poter associare dei nomi agli indirizzi pubblici anonimi.

I punti di contatto: dagli Off-Ramp/On-Ramp KYC ai cluster di indirizzi noti

La chiave per il fisco saranno i cosiddetti punti di contatto, ovvero transazioni da e verso wallet di cui sia nota l’identità del proprietario.
Va ricordato che gli exchange centralizzati (CEX) che operano in Italia a norma di legge hanno ormai l’obbligo di identificare i proprietari degli account, e di comunicare queste informazioni al fisco italiano qualora venissero richieste. Anzi, tecnicamente depositano queste informazioni su un registro non pubblico, che il fisco volendo può consultare.

In altre parole ogni volta che un utente compila un cosiddetto modulo KYC, fornendo quindi le proprie generalità, consegna anche potenzialmente i propri dati al fisco.

Sebbene sui wallet non-custodial il KYC non ci sia, e quindi di fatto siano anonimi, basta una transazione da e verso una delle piattaforme a cui si sono fornite le proprie generalità per creare il punto di contatto che il fisco potrebbe utilizzare per associare un nome anche al wallet non-custodial.

Cosa cambia per i contribuenti crypto in Italia

Per il contribuente italiano ora sarà molto più difficile occultare al fisco le proprie transazioni crypto.

Basterà infatti un’unica transazione dal proprio wallet non-custodial ad una piattaforma su cui ha fatto il KYC per fornire potenzialmente i propri dati all’Agenzia delle Entrate.

Qualora invece utilizzasse più wallet non-custodial senza effettuare transazioni dall’uno all’altro, se qualcuno di questi non farà mai transazioni da o verso piattaforme con KYC potrà teoricamente continuare ad occultare alcuni dati.

In realtà però molto probabilmente la cosa più sicura che si possa fare è mettersi a posto con il fisco, e smettere di effettuare operazioni occulte. Ormai infatti per l’Agenzia delle Entrate diventerà talmente semplice associare un nome anche ai wallet non-custodial che le probabilità di riuscire a continuare ad occultare transazioni crypto al fisco si riducono enormemente.

In altre parole il gioco molto probabilmente non varrà più la candela, perché il rischio di essere scoperti sarà di gran lunga superiore a quello attuale.


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