#Finsubito news dalla rete – Dall’America all’Europa, le rivolte diventano un’arma elettorale: «Quello che è successo è solo l’inizio»


di
Francesca Basso e Viviana Mazza

I messaggi di Trump, quelli di Steve Bannon, i tentativi di mettere nelle conclusioni del Consiglio europeo avvertimenti sull’«immigrazione irregolare» segnano un cambio di passo?

(Questo articolo è stato pubblicato su Europe Matters, la newsletter di Viviana Mazza e Francesca Basso, le due corrispondenti del Corriere rispettivamente negli Stati Uniti e a Bruxelles. Per riceverla occorre iscriversi qui). 

Gli ultimi scontri in Francia — ma atti vandalici sono stati compiuti anche a Bruxelles, Milano, Torino e Bologna — hanno fatto dire al presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Truth che «i migranti hanno preso il sopravvento in Francia. Bisogna chiudere le frontiere, in fretta!» e poi, sollecitato dalle domande dei giornalisti, ad aggiungere che «anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione». Sono commenti fatti pensando alle elezioni di midterm negli Stati Uniti. «Se volete sapere che cosa c’è in gioco in questa elezione, basta guardare a quello che sta succedendo in Francia – ha detto il presidente americano – una nazione un tempo grande che viene conquistata, saccheggiata e ridotta in cenere dai migranti, dai jihadisti e dai comunisti che odiano il cristianesimo e odiano, francamente, la stessa civiltà occidentale. Stanno perdendo l’Europa, non succederà mai negli Stati Uniti». Fox News ha dato ampio spazio al ruolo dell’immigrazione nelle violenze in Francia, citando l’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz che ha legato le proteste alle politiche sull’immigrazione, mentre lo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson ha usato il tema per argomentare contro le scelte della sinistra negli Stati Uniti.
Come se la rivolta dei giovani e la rabbia sociale che sta infiammando in questi giorni la Francia, ma anche altri Paesi europei, si riducesse solo all’immigrazione irregolare e non avesse altre ragioni. Soprattutto senza distinguere tra manifestanti pacifici e violenti, e senza considerare le infiltrazioni dei black bloc. Una realtà più complessa di quella che certa destra ed estrema destra vogliono rappresentare.




















































Sul programma War Room di Steve Bannon la narrazione era in realtà più complessa di quella di Fox News. Il corrispondente di Bannon da Roma, Ben Harnwell, ha sottolineato che mentre «su Fox News i commentatori dicono che si tratta di scontri razziali e tutto è centrato sull’immigrazione, in realtà questa è una parte ma non è la causa alla radice. E’ che il tessuto sociale sta cominciando a rompersi, la gente è al verde e viene tassata in modo eccessivo». Harnwell ha parlato dei diversi attori coinvolti nelle proteste e di una «rabbia che ribolle attraverso l’Occidente e non solo nell’Europa continentale contro governi distanti dalla realtà ed estranei dalla popolazione, che stanno ignorando i bisogni della gente» e ha aggiunto che «quello che potremmo avere anche in America è lo stesso livello di disordini legato alla rabbia della gente: una questione fondamentalmente legata al costo della vita». Bannon ha concluso: «Abbiamo avvertito Meloni e il suo governo che se non facevano grossi passi non solo sull’economia ma anche sulle migrazioni, cosa che ha evitato di fare, questo giorno sarebbe arrivato in posti come Milano». L’obiettivo anche per l’ex stratega di Trump è comunque di usare la Francia come esempio di quello che potrebbe accadere in Texas, in Michigan e altrove in America, se nel midterm vincono quelli che definisce i «marxisti-jihadisti».

La narrativa di Trump sta prendendo piede in Europa. All’ultimo summit Ue, l’Italia, guidata da un governo di destra e centro destra, e la  Danimarca, con una leader socialdemocratica, hanno cercato di far inserire nelle conclusioni del Consiglio europeo il concetto che l’immigrazione irregolare «rappresenta una preoccupazione per molti cittadini europei e pone una sfida alla coesione delle nostre società» e sta «influenzando negativamente i tassi di criminalità», dunque è causa di «allarme sociale». Volevano anche che si inserisse l’impegno ad «accelerare il lavoro per ridurre i pull factor» (fattori di attrazione) e la richiesta alla Commissione europea di «valutare se sia possibile trovare strumenti per incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri quando attuano politiche nazionali sulle migrazioni che potrebbero avere ripercussioni sugli altri Paesi». Un’accusa indiretta alle regolarizzazioni del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha difeso le proprie scelte: «La realtà e i dati — ha detto in conferenza stampa — dimostrano che la Spagna sta portando avanti una politica estremamente responsabile in merito al contrasto all’immigrazione irregolare».

Anche la Polonia, che è guidata da una coalizione di centrodestra, ha appoggiato le richieste di Italia e Danimarca. Le conclusioni del Consiglio europeo sono all’unanimità. Gli emendamenti proposti da Roma e Copenaghen, sostenuti da Varsavia e da altre capitali, non sono però passati perché vi si sono opposti Spagna, Francia e Lussemburgo. Il dibattito è stato duro, riferiscono più fonti diplomatiche. I leader da tempo chiedevano una discussione politico-strategica sulla migrazione. Durante il lavoro preparatorio a livello di ambasciatori era stata raggiunta una convergenza sulle bozze di conclusioni sulla migrazione. Ma quando il summit è iniziato, riferisce una fonte diplomatica, è stato subito chiaro che i danesi volevano un linguaggio più duro. Lo stesso valeva per gli italiani. Volevano in qualche modo menzionare le regolarizzazioni di immigrati irregolari fatte da Madrid che già nel summit del giugno scorso erano state oggetto di uno scontro tra la premier danese Mette Frederiksen e il premier spagnolo Pedro Sánchez.

Le posizioni politiche di alcuni leader sono molto distanti, e questo, naturalmente, si è riflesso nelle discussioni. Ed è emerso chiaramente anche che il tipo di linguaggio messo sul tavolo, con il riferimento a problemi sociali legati alla migrazione, mescolava molte cose. Sánchez ha esposto le sue ragioni in modo molto fattuale, riferiscono diverse fonti, e ha descritto «gli ottimi risultati che la Spagna sta ottenendo nel controllo della migrazione, nel controllo delle frontiere esterne e nei rimpatri». In sostanza, su come il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo stia funzionando.

C’è stata una discussione su un possibile testo alternativo, e la quadra è stata trovata su un testo più breve rispetto a quello della vigilia, con un riferimento alla lettera sulla migrazione di von der Leyen, facendo di fatto implicitamente il punto sull’attuazione del quadro attuale. Quindi, implicitamente, c’è un riferimento al nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, che Polonia e Ungheria non sostengono e che dunque non vogliono sia menzionato in alcun modo. «Ma resta il fatto che funziona: i risultati, i numeri lo mostrano molto, molto chiaramente», ha sottolineato una fonte diplomatica europea. Il nuovo Patto prevede un meccanismo di solidarietà obbligatoria ma flessibile tra i Paesi Ue in modo che gli Stati sotto una forte pressione migratoria non vengano lasciati soli. L’unica cosa che è rimasta rispetto alle bozze è il meccanismo di emergenza in caso di crisi o di strumentalizzazione da parte di attori esterni a cui sta lavorando la Commissione.

Varsavia e Budapest si rifiutano di applicare il nuovo Patto e gli scontri di domenica vengono usati per dimostrare la bontà politica della loro decisione che va contro le regole Ue. Domenica il premier polacco Donald Tusk ha scritto su X: «La Polonia non ripeterà gli errori di altri Paesi europei, né pagherà per essi. Difendiamo con fermezza il confine contro la migrazione illegale, abbiamo una nostra politica asilare (non accettiamo richieste), deportiamo coloro che violano la legge polacca. In materia di sicurezza saremo inflessibili. Questo è ciò che ho detto ai leader d’Europa a Bruxelles». Stessa durezza da parte del premier ungherese Péter Magyar: «Di fronte a questa distruzione insensata e violenza ingiustificata, forse ora è chiaro a tutti perché l’Ungheria sostiene l’approccio più rigoroso possibile alla migrazione, e perché non indeboliremo la nostra protezione dei confini o la politica sull’immigrazione sotto nessuna pressione. Sono lieto che il vertice Ue attuale abbia chiarito che la stragrande maggioranza dei Paesi europei si è svegliata e vuole rompere con le politiche permissive del passato. Speriamo che non sia troppo tardi».

L’indurimento dell’approccio nei confronti dell’immigrazione irregolare da parte di un numero crescente di Stati membri è evidente. Alla colazione pre-summit sull’immigrazione, promossa da Italia, Danimarca e Paesi Bassi erano seduti intorno al tavolo 16 leader europei più la presidente della Commissione. Gli altri Paesi presenti erano Polonia, Finlandia, Belgio, Austria, Grecia, Repubblica Ceca, Germania, Slovacchia, Malta, Svezia, Bulgaria, Croazia e Lettonia. Dall’incontro è emerso un «ampio riconoscimento» all’idea che l’Ue possa «chiudere le frontiere e sospendere le domande d’asilo in maniera temporanea e mirata» in situazioni eccezionali, come nei casi di strumentalizzazione della migrazione o di improvviso aumento degli arrivi, come è avvenuto a Ceuta.

Con le campagne elettorali alle porte, in Europa come negli Stati Uniti per le midterm, il tono sulla migrazione si fa più duro. Ma associare in blocco immigrazione, criminalità e disordini sociali non risolve il problema: rischia soltanto di trasformare un fenomeno complesso in un capro espiatorio, e di criminalizzare l’immigrazione nel suo insieme. Il fatto che a Bruxelles un testo del genere non sia passato, per l’opposizione di Spagna, Francia e Lussemburgo, dice quanto la questione sia ancora aperta. Ma Spagna e Francia andranno presto alle urne e a seconda del risultato la loro posizione sull’immigrazione potrebbe cambiare. 

21 ottobre 2026 ( modifica il 21 ottobre 2026 | 12:44)


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