L’Agenzia delle Entrate e il Fisco nel nostro Paese, tra punti mai affrontati e riflessioni a confronto.
Riprendiamo il filo. Nell’ultima filippica avevo promesso che non mi sarei limitato a raccontare ciò che non va, ma che avrei messo sul tavolo proposte concrete, di buon senso e senza bandiere, da offrire a chi in queste settimane sta scrivendo i programmi per le prossime elezioni politiche.
Abbiamo cominciato dai nostri ragazzi e dalla scuola. Oggi passiamo a un argomento che fa sudare freddo gli italiani più di un’interrogazione a sorpresa: il fisco.
L’Agenzia delle Entrate
Quattro anni fa il centrodestra aveva proposto ai propri elettori una pace fiscale. Il tentativo c’è stato, assolutamente sì. Il risultato? Diciamolo con franchezza: ci si aspettava forse qualcosa di più. Ma la direzione è quella giusta, e quando la strada è giusta non si cambia strada, si accelera.
Adesso serve un segnale forte, e serve su due piani. Sul piano concreto, perché il contribuente deve accorgersi della differenza nella vita di tutti i giorni. E sul piano dei principi, perché senza principi anche i risultati durano quanto una circolare: fino alla prossima.
Qual è il punto di partenza? È che oggi il nostro sistema, anche per colpa di stagioni in cui governi di sinistra hanno legiferato con la convinzione che il cittadino sia un problema da sorvegliare, guarda al contribuente in due modi. Come un limone da spremere, e fin qui ci eravamo abituati. Ma soprattutto come un potenziale evasore, un colpevole in attesa di essere scoperto. Prima ti tassano, poi ti sospettano, infine ti chiedono di dimostrare che sei innocente.
Eppure esiste lo Statuto dei diritti del contribuente, la legge 212 del 2000. Non è un opuscolo da sala d’attesa: è la legge che il legislatore stesso ha voluto come principio generale dell’ordinamento tributario. Sta sopra ogni legge fiscale ordinaria e, a maggior ragione, sopra ogni circolare dell’Agenzia delle Entrate.
Tutto ciò che viene scritto calpestandolo è iniquo, ingiusto, e va modificato subito. Carta canta, dice il proverbio. Il guaio è che da anni il Fisco canta un’altra canzone, e stona. Vediamo allora, punto per punto, dove lo spartito viene tradito e come rimetterlo a posto.
I punti su cui riflettere
Il primo tradimento riguarda l’irretroattività, sancita dall’articolo 3. Lo Statuto è chiarissimo: i termini di decadenza per l’accertamento non si prorogano. Punto. Nella prassi, però, il principio viene aggirato con eleganza burocratica.
L’esempio più fresco è la proroga al 31 dicembre 2026 dei termini di accertamento che scadevano il 31 dicembre 2025 per i soggetti ISA che hanno aderito al concordato preventivo biennale. Tradotto: hai fatto un patto con lo Stato, e lo Stato in cambio si prende un anno in più per controllarti.
È come un arbitro che allunga la partita perché la squadra di casa non ha ancora segnato. I decreti che dispongono proroghe dei termini di decadenza sono incompatibili con l’articolo 3, comma 3, e vanno modificati.
Il secondo punto è il favor rei. Nel diritto penale è un principio di civiltà: se la legge diventa più mite, la norma più favorevole si applica anche al passato. Vale per chi ha commesso un reato, ma con le sanzioni tributarie no, o meglio non sempre. La riforma delle sanzioni del 2024 ha introdotto una decorrenza che ne limita l’applicazione retroattiva.
Così la stessa identica violazione costa una cifra o un’altra a seconda della pagina del calendario. Al contribuente, insomma, si riserva un trattamento meno garantista di quello riservato a chi delinque. Le disposizioni sulla decorrenza del decreto legislativo di riforma sanzionatoria vanno corrette.
Terzo: la proporzionalità. Lo Statuto impone che l’azione amministrativa sia necessaria e non eccedente rispetto ai fini perseguiti. Nella realtà arrivano controlli aggressivi e cartelle poco o per nulla motivate, che il cittadino deve decifrare come un geroglifico, magari pagando un professionista solo per capire cosa gli si contesta.
Usare il cannone per abbattere una zanzara non è rigore, è sproporzione. Ogni atto deve dire in modo comprensibile cosa si chiede, perché e quanto, e la misura deve essere commisurata al fine.
Quarto: l’autotutela. Sulla carta oggi esiste una distinzione tra autotutela obbligatoria e facoltativa. Bellissimo. Peccato che l’amministrazione, davanti a errori palesi, spesso non corregga nulla, costringendo il contribuente al contenzioso. È una regola senza sanzione, e in Italia una regola senza sanzione vale quanto un divieto di sosta senza vigili. Le disposizioni sull’autotutela obbligatoria vanno rafforzate, prevedendo conseguenze concrete quando l’ufficio resta inerte.
Quinto: il Garante del contribuente. Il Garante nazionale, istituito a fine 2023, non può sospendere gli atti amministrativi né emettere provvedimenti vincolanti per il Fisco. È un cane da guardia a cui hanno tolto i denti e anche la voce: può osservare, al massimo segnalare. La disciplina istitutiva va modificata per dargli poteri reali, perché un garante che non garantisce è solo un ufficio in più.
Sesto: il principio di fissità, scritto nell’articolo 1. Lo Statuto può essere derogato o modificato soltanto in modo espresso, mai da leggi speciali. È lo stesso Statuto a imporlo. E invece le leggi speciali lo derogano di fatto, senza dirlo, senza toccarlo, semplicemente passandoci sopra. È come cambiare la Costituzione con una nota a piè di pagina. Va ristabilita una regola semplice: ciò che deroga allo Statuto senza modificarlo espressamente non può avere valore.
Settimo: basta premi legati al numero di sanzioni. Va vietato ogni sistema di incentivi o di obiettivi numerici collegati al volume di multe stradali o agli accessi e alle verifiche della Guardia di Finanza presso aziende e privati. Una violazione non può diventare un obiettivo di performance da massimizzare. Se premi chi multa di più, non stai tutelando la legalità: stai allevando lo sceriffo di Nottingham.
E il cittadino diventa la preda di una caccia a punteggio. Serve una norma che vieti in modo esplicito qualunque premialità economica, individuale o di ente, collegata al numero di verbali o di accertamenti emessi.
Ottavo: se sbaglia lo Stato, paga lo Stato. Oggi, quando l’Amministrazione commette un errore accertato, il contribuente che vuole indietro le spese sostenute deve fare causa: avvocato, commercialista, anni di attesa.
A pagare è sempre il cittadino
Lo Stato sbaglia e il cittadino paga, due volte. Il risarcimento dei costi deve invece scattare in automatico, senza alcuna azione giudiziaria. Serve un meccanismo di indennizzo automatico e amministrativo, attivato dal solo accertamento dell’errore, in autotutela o con lo sgravio. Chi rompe paga, ci insegnavano da bambini. Vale per tutti, anche per chi indossa la divisa del Fisco.
Nono: niente accertamenti fondati su presunzioni, teorie o strumenti induttivi senza una prova certa. Redditometro, spesometro e ricostruzioni induttive del reddito non possono equivalere a una prova di evasione.
Nella prassi, invece, invertono l’onere della prova: hai comprato un’auto con i risparmi di una vita o con l’aiuto dei tuoi genitori, l’algoritmo non lo sa, e tocca a te dimostrare di non essere un evasore. Questo non è un accertamento, è un processo alle intenzioni.
La disciplina dell’accertamento sintetico e redditometrico, l’articolo 38 del D.P.R. 600 del 1973, va modificata per stabilire che lo scostamento presuntivo è solo un indizio, mai una prova sufficiente da solo. In dubio pro contribuente, specchio fedele del favor rei.
Decimo, e ultimo: via gli studi di settore e i loro eredi, gli ISA. Uno strumento statistico che stima un reddito “congruo” sulla base delle medie di settore e presume l’evasione quando ti scosti, inverte ancora una volta l’onere della prova. E finisce per colpire proprio il contribuente onesto ma sotto la media: chi lavora in territori marginali, chi attraversa la crisi del proprio settore, chi ha margini reali più bassi degli altri.
È il celebre pollo di Trilussa applicato al fisco: se il vicino ne mangia due e tu nessuno, per la statistica ne avete mangiato uno a testa, e ora devi pure pagarci le tasse sopra. La disciplina degli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale, introdotta con il D.L. 50 del 2017 e successive modifiche, va abrogata nella parte in cui un punteggio non raggiunto comporta, da solo, più controlli o effetti automatici in assenza di elementi concreti di evasione.
Il filo che lega ogni punto
Dieci punti, un unico filo. Non si chiede alcun privilegio, non si chiede un condono travestito né uno sconto per i furbi: chi evade davvero va perseguito, e con decisione. Si chiede soltanto che lo Stato rispetti le regole che lui stesso si è dato. Perché uno Stato che pretende lealtà dal cittadino dovrebbe essere il primo a darne l’esempio.
La pace fiscale è stata un buon inizio. Adesso serve la pace con il contribuente. E il contribuente onesto, in fondo, non chiede di essere coccolato: chiede soltanto di essere considerato innocente fino a prova contraria. Che in un Paese civile non dovrebbe essere una proposta di programma, ma la normalità.
Dieci punti, ma dieci punti solo per incominciare a parlare di fisco ingiusto, e su questo tema avrò ancora molto da dire portando anche qualche esempio concreto. Non dobbiamo mai dimenticare che in un Paese civile le tasse si pagano, ma un Paese civile deve essere anche giusto altrimenti avremo un Paese incivile popolato da contribuenti necessariamente in cerca del loro Robin Hood.
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