Bruxelles – L’inflazione sta flagellando i due anelli più deboli della catena alimentare – il produttore e il consumatore – e se non si interviene con flessibilità, risorse e un bilancio comune che sia pronto a rispondere a sfide e minacce, sarà l’intero sistema agricolo e produttivo europeo a perdere. Rieletto all’unanimità alla guida del COPA, l’Associazione che riunisce le principali organizzazioni professionali agricole europee, il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, nota con chiarezza ad Eunews che “sull’energia tutta l’Unione europea sta vivendo una stagione estremamente difficile, figlia degli effetti delle guerre alle porte dell’Europa”, che “l’estate prolungata e il caldo hanno fatto sì che non arrivassero i risultati attesi e sperati delle coltivazioni invernali ed estive” e che tutto ciò ha bisogno di uno strumento all’altezza: un Quadro temporaneo di aiuti che permetta ai Paesi membri di intervenire.
E.: Presidente Giansanti, qual è l’impatto della crisi energetica sul lavoro agricolo?
Massimiliano Giansanti: “La situazione è a macchia di leopardo ed è anche il prodotto della capacità di spesa di ogni singolo Stato membro. Vivendo una stagione di crisi e una stagione fortemente condizionata dai mercati, è evidente che gli Stati membri che riescono a supportare il settore agricolo o gli altri settori dell’economia o direttamente il settore del consumo sono avvantaggiati sia sul mercato domestico che sul mercato internazionale. In una fase come questa, credo che non ce lo possiamo permettere ed è il motivo per cui io ho chiesto che venga adottato nel minor tempo possibile uno speciale Temporary Framework, che vada oltre quello in scadenza a fine anno, e che dia maggiore flessibilità agli Stati membri che possono e debbono intervenire per evitare l’aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti”.
E.: Qual è la situazione specifica su fertilizzanti e carburante?
M.G.: “C’è un tema di disponibilità di prodotto, perché iniziano a scarseggiare sia il gasolio agricolo che i fertilizzanti. E c’è anche il tema dell’inflazione alimentare perché il carrello della spesa aumenta giorno dopo giorno. Nel caso italiano, poi, i dati dell’Istat ci dicono che già nel 2025, dunque prima della crisi dello stretto di Hormuz, gli italiani avevano ridotto di un 30 per cento la spesa alimentare. L‘inflazione alimentare oggi è il problema dei problemi, mette in difficoltà i due anelli della catena alimentare più deboli: il consumatore e il produttore. E anche su questo bisogna intervenire, con un piano di sistema tanto a livello europeo quanto a livello italiano. Mi auguro e spero che a fianco all’iniziativa portata avanti da ENI anche le altre raffinerie che oggi hanno depositi di gasolio agricolo possano intervenire nella stessa misura, favorendo una diminuzione del costo del gasolio agricolo, perché il rischio è quello di vedere ridotta la capacità produttiva del Paese”.
E.: La Commissione europea pochi giorni fa ha frenato sul nascere le richieste della premier Meloni di nuova flessibilità spiegando di averla già concessa. Lei cosa ne pensa?
M. G.: “Io supporto totalmente la proposta della presidente Meloni, e non perché è la presidente del Consiglio italiano. Ritengo che ‘Se non ora quando?’. Si è capito che con quello che sta accadendo intorno a noi, con le pressioni sui mercati, con il cambiamento climatico, stiamo vivendo una stagione sensibilmente più difficile di quella del 2020 e del 2022? Io capisco la rigidità dei trattati e delle norme di Bruxelles, ma l’Unione europea non può rimanere schiacciata sotto la sua rigidità. Ci vuole maggiore flessibilità e consentire al sistema delle imprese e dei cittadini di sopravvivere ad una fase difficile. Credo che sia il tempo di intervenire, anzi siamo già in ritardo”.
E.: In questi mesi e settimane parte del dibattito europeo è sul bilancio 2028-2034 dell’Unione europea (QFP) e al suo interno la Politica agricola comune (PAC). Assistiamo alla solita levata di scudi di chi è per il rigore dei conti, i cosiddetti Paesi frugali, e al loro continuo gioco a ritoccare al ribasso le cifre. Cosa auspica e teme maggiormente su questo fronte?
M. G.: “Se non si parte da un punto fondamentale, e cioè dal fatto che l’agricoltura ha una rilevanza fondamentale strategica, è evidente che parlare di QFP e di PAC è solamente un esercizio matematico e non dobbiamo fare questo errore. Il nostro auspicio è che si parta da una base pari alla prima proposta di von der Leyen, a cui si aggiungono il 10 per cento del Rural target, gli ulteriori 50 miliardi dell’anticipo dei due terzi dei fondi dell’agricoltura e della coesione rispetto alla notifica di medio periodo, totalmente garantiti per gli agricoltori e non per le aree rurali. Quindi, un ammontare di 390 miliardi a cui si deve necessariamente aggiungere l’aggancio automatico dell’inflazione. Noi sosteniamo anche una proposta del COPA che è di circa 480 miliardi, che non è molto lontana da quella del Parlamento europeo, ed è finalizzata a poter garantire a tutti i cittadini europei alti standard di qualità delle nostre produzioni, a salvaguardare l’agricoltura dal cambiamento climatico e far sì che l’agricoltura possa essere uno di quei settori che addirittura contribuiscono a mitigare in maniera sensibile gli effetti del cambiamento climatico, a poter garantire un giusto reddito agli agricoltori. Quindi tra la proposta del COPA, la proposta del Parlamento europeo e la proposta di von der Leyen va individuata una soluzione”.
E.: Dunque assolutamente no ai tagli proposti, ad esempio, dalla Nego-Box della precedente presidenza del Consiglio UE, quella cipriota, giusto?
M. G. “Un quadro finanziario non ambizioso portato avanti dai Paesi frugali non è quello di cui l’Unione europea in questo momento ha bisogno. Bisogna riscoprire la vocazione europea fatta di solidarietà e di compartecipazione a quello che è il disegno strategico del valore dell’Unione europea. Non esiste oggi in Europa un Paese che da solo possa concorrere contro gli Stati Uniti, contro la Cina, contro la Russia, contro il Sud America. In questa dimensione, quindi, l’Unione europea deve ritrovare la sua centralità”.
E.: “Le piacerebbe sentir dire dalla presidente von der Leyen che il settore agricolo è un settore di sicurezza nazionale, e che dunque merita una speciale attenzione?
M.G. : “Mi piacerebbe tanto poter sentir dire dalla presidente von der Leyen che il settore agricolo è un settore di sicurezza nazionale. Così come più volte richiamato dal presidente Trump che ha più volte ricevuto gli agricoltori alla Casa Bianca ribadendo che l’agricoltura per gli Stati Uniti d’America è sicurezza nazionale. Io credo che lo sia per gli Stati Uniti così come per l’Europa, perché la guerra che oggi si vive è una guerra ibrida fatta non solamente di cannoni e di soldati in trincea, ma anche dell’affondamento di navi che trasportano grano dall’Ucraina verso l’Europa, verso il Nord Africa, della speculazione sui mercati finanziari delle derrate agricole, della disponibilità di prodotti e di commodities in eccesso rispetto ai fabbisogni. Ed è fatta anche di strumenti di hard power che alcuni Paesi, come la Russia, utilizzano per definire l’azione politica e la sensibilizzazione politica su alcune aree del mondo. Vorrei anche ricordare alla presidente von der Leyen che l’anno prossimo si celebreranno i 70 anni dei trattati di Roma, quando sei Stati membri visionari, luminari, che credevano nell’unità e nello spirito di collaborazione, si unirono per armonizzare le politiche dell’agricoltura e dell’acciaio. Sono trascorsi 70 anni, l’acciaio non si produce più come allora, l’agricoltura al contrario oggi come allora resta centrale per la stabilità degli approvvigionamenti. Quindi per la sicurezza alimentare, per la qualità dei prodotti, e il settore agricolo è una grande realtà economica. In questa dimensione la riflessione che deve essere portata avanti è se la presidente della Commissione ritenga l’agricoltura un settore strategico o meno“.
E.: Torniamo al bilancio 2028-2034, avete delle cifre che vorreste vedere su carta?
M. G. “Mi auguro e spero che i Paesi frugali facciano questo sforzo e vadano rincontro a ciò che la presidente ha chiesto, quindi un bilancio di almeno 2.000 miliardi. Mi rendo conto che è difficile, ma stiamo comunque parlando di 1,3 per cento del PIL, cioè stiamo discutendo dello 0,3 per cento del PIL in più rispetto all’attuale attribuzione, quindi del nulla. Certamente fa piacere vedere come 17 Paesi, quelli della coesione, sostengano la politica agricola comune. Ho avuto un colloquio con la ministra francese che garantisce che anche la Francia sosterrà la Politica agricola comune, anche se non ha sottoscritto il documento dei Paesi della coesione. Quindi 18 Paesi su 27 si esprimono in maniera forte e radicale attraverso un sostegno alla Politica agricola comune. Nel fine settimana, quando arriveranno, leggeremo le proposte del ‘Nego-Box’ della presidenza irlandese del Consiglio e poi vedremo che cosa fare e che tipo di azioni mettere in campo”.
E.: “Quindi siete pronti, se necessario, a tornare in piazza?
M. G.: “Abbiamo già dimostrato a dicembre dello scorso anno che siamo in grado di scendere in piazza in

maniera pacifica, di far valere le nostre idee, di far valere le nostre ragioni. Ciò poi ha portato sostanzialmente la presidente Meloni e la presidente von der Leyen ad incrementare quelle che erano le risorse della PAC inizialmente tagliate del 20 per cento. Noi siamo sempre pronti a qualsiasi forma di mobilitazione. La mobilitazione passa anche attraverso i passaggi necessari che dobbiamo fare all’interno degli Stati membri. Non ci spaventa tornare a Bruxelles, se dobbiamo tornarci: l’abbiamo già fatto e se ci sarà la necessità di proteggere il futuro degli agricoltori non esiteremo un secondo a far sentire la nostra voce”.
E.: Un altro tema è quello del futuro allargamento dell’Unione e dell’ingresso dell’Ucraina nella famiglia europea. Si tratta di un grande Paese a vocazione agricola, come vede questo futuro?
M. G.: “L‘ingresso dell’Ucraina all’interno dell’Unione europea intesa come agricoltura andrà misurata bene in tutti i suoi effetti con studi ovviamente d’impatto. Stiamo parlando di 40 milioni di ettari super produttivi che entrano in uno scenario da 120 milioni di ettari dell’UE che non sono tutti produttivi perché abbiamo montagne, colline e modelli agricoli diversi. L’impatto dell’Ucraina, se non ben definito e se non ben protetto, rischia di mettere veramente in difficoltà non solamente la politica agricola, ma l’agricoltura europea. L’effetto dell’import dei prodotti dall’Ucraina a dazi zero in alcuni settori sensibili è già oggi di impatto. Basta parlare con gli agricoltori di Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia e Slovenia. Figuriamoci se non viene immaginato un sistema di regole transitorie. Quindi necessariamente ci sarà un tema di capping (un tetto massimo ai pagamenti, ndr), perché è evidente che le dimensioni delle aziende agricole Ucraine non sono paragonabili alle nostre. Dovremo capire come evitare la concentrazione di risorse economiche esclusivamente, o in buona parte, a favore dell’Ucraina. Quindi, all’interno dell’Unione europea, ci vorrà molto tempo per costruire una fase transitoria”.
E.: Da parte ucraina all’inizio di questo dibattito sembrava non esserci grande interesse alla PAC, ma di recente invece l’attenzione sembra essere più alta…
M.G.: “Capisco che l’avvicinarsi delle scadenze alza la posta, ma è altrettanto vero che non possiamo consentire di distruggere un patrimonio come quello dell’agricoltura europea solamente per un eventuale allargamento”.
E.: Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen a settembre ha rivendicato la politica di accordi commerciali portata avanti da Bruxelles, in antitesi a quella degli USA di Donald Trump. Ma il discorso degli accordi commerciali spesso solleva timori e anche aspre critiche da parte del settore agricolo. Come giudica quel passaggio del discorso e questa politica dell’Unione europea?
M. G.: “Negli anni noi abbiamo costruito degli standard elevatissimi. Non dimentichiamoci che sotto il mandato del vicepresidente (della Commissione europea per la Transizione, Franz) Timmermans è stato chiesto agli agricoltori di fare dei sacrifici e degli sforzi ai limiti dell’impossibile. Sono stati fatti e oggi non possiamo vanificare quel percorso e quella traiettoria che deve portarci ad avere un vantaggio competitivo. Se facciamo accordi commerciali con chi gli standard non li ha, è evidente che anziché essere un vantaggio diventa uno svantaggio competitivo. Noi da tempo stiamo cercando di intervenire in maniera attenta, puntuale, sul tema degli accordi internazionali mettendo al centro la questione della reciprocità degli standard. Nel caso del Mercosur, l’avevamo detto in maniera chiara, non si tratta di dire no al Mercosur. Noi tutti oggi acquistiamo soia dal Sud America, però dall’altra parte dobbiamo costruire dei modelli che siano paragonabili ai nostri. Mi rendo conto che in un disegno di geopolitica, di strategia vanno costruite delle alleanze, però dentro quelle alleanze dobbiamo costruire un modello in cui ci deve essere un mutuo rispetto delle reciprocità delle zone di produzione”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




