l’opinione di Jon Abbott di Vertiv


data center nello spazio
Immagine creata con Ai

Siamo già pronti per costruire data center nello spazio? Ne parliamo con Jon Abbott, technology director & global technical business development di Vertiv, che non ci parla di fantascienza quando descrive i server in orbita, ma di energia, calore e vincoli – gli stessi che già oggi ridisegnano i data center sulla Terra

Nel 2024 i data center hanno assorbito circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale. Secondo le stime dell’International Energy Agency, questa quota salirà a quasi il 3% entro il 2030 nello scenario base, con l’intelligenza artificiale come principale motore della crescita.

È in questo scenario di fame energetica crescente che un’idea fino a poco tempo fa relegata alla fantascienza – spostare capacità di calcolo in orbita – ha iniziato a guadagnare spazio nel dibattito industriale.

In Europa il segnale più concreto arriva dallo studio di fattibilità Ascend, promosso da Thales Alenia Space nell’ambito del programma Horizon Europe della Commissione europea, che ha analizzato se i data center spaziali potrebbero un giorno sostenere il cloud computing contribuendo a obiettivi ambientali e di sovranità digitale.

Data center nello spazio: dall’idea fantascientifica allo studio strutturato

Jon Abbott, technology director & global technical business development di Vertiv, ha seguito da vicino l’evoluzione di questo dibattito.

Con lui abbiamo ricostruito cosa c’è dietro l’ipotesi dei data center orbitali – e perché, a suo avviso, la domanda più interessante non riguarda lo spazio, ma la Terra.

Jon AbbottJon Abbott

Perché un’azienda che progetta infrastrutture per data center terrestri si interessa di orbite?

Abbott parte da una precisazione: il calcolo in orbita “sta passando dalla semplice idea a un’esplorazione strutturata“. Lo studio Ascend non ipotizza di ricreare nello spazio l’infrastruttura hyperscale che conosciamo sulla Terra.

Il caso d’uso più plausibile nel breve periodo, spiega, è diverso: elaborazione strategica vicino alla fonte dei dati generati direttamente nello spazio, nei contesti in cui latenza, banda, sicurezza o autonomia della missione sono determinanti.

Visti così, i data center orbitali “sono meno una fantasia di server nello spazio e più un’estensione di una questione infrastrutturale più ampia“: dove va collocato il calcolo rispetto a energia, generazione dei dati, comunicazioni e controllo.

Cosa rende l’orbita attraente, almeno sulla carta?

Per Abbott la risposta è quasi immediata: alcune orbite garantiscono ai sistemi solari un’esposizione quasi continua alla luce, aggirando molte delle intermittenze che condizionano i sistemi energetici terrestri.

A questo si aggiunge l’assenza di vincoli legati all’uso del suolo, colli di bottiglia autorizzativi locali e alcune delle restrizioni di rete che oggi rallentano lo sviluppo dei data center nei mercati chiave – pur restando, precisa, un contesto normativo comunque complesso.

E sul fronte del raffreddamento, cosa cambia rispetto alla Terra?

Cambia la natura stessa del problema. Nello spazio non c’è convezione atmosferica: il calore va dissipato per irraggiamento. Non è banale, ma è un problema noto all’ingegneria aerospaziale – la Stazione Spaziale Internazionale, ricorda Abbott, utilizza circuiti di ammoniaca pompata e radiatori esterni per smaltire il calore dei sistemi critici.

Quali sono invece i limiti più concreti che un progetto del genere dovrebbe affrontare?

Il fascino teorico, avverte Abbott, non va confuso con la fattibilità nel breve termine. Un data center orbitale dovrebbe reggere radiazioni, micrometeoriti, detriti spaziali, vincoli di lancio e un modello di manutenzione molto più dipendente da autonomia e robotica rispetto a qualunque struttura terrestre.

Ogni chilogrammo – hardware di calcolo, sistemi termici, infrastruttura energetica – andrebbe comunque lanciato dalla Terra, dove costi, frequenza dei lanci ed emissioni lungo il ciclo di vita restano vincoli tutt’altro che secondari.

Quindi lo spazio semplifica o complica il problema infrastrutturale?

I data center in orbita, risponde Abbott, non eliminano le sfide infrastrutturali: le trasferiscono in un ambiente operativo più ostile. Riducono la dipendenza da suolo, acqua o disponibilità energetica locale, ma introducono nuovi nodi legati a manutenzione, sostituibilità, sicurezza orbitale e giurisdizione.

Per questo, dice, il modo più credibile di guardare oggi al calcolo orbitale non è come a una destinazione inevitabile, ma come a un caso limite di studio ingegneristico – utile proprio perché rende più nitide le domande che il settore sta già affrontando sulla Terra.

Perché insiste così tanto sul fatto che la vera sfida sia già qui, oggi?

Perché l’intelligenza artificiale ha riscritto le ipotesi di progettazione dei data center, risponde Abbott. Dove gli ambienti tradizionali operavano spesso con densità per rack a una o due cifre, le implementazioni Ai spingono verso livelli di potenza molto più alti, accelerando il passaggio ad architetture di raffreddamento ibride aria-liquido.

Le linee guida di settore indicano che superare i 40 kW per rack non è più un’eccezione e progetti intorno ai 100 kW stanno diventando sempre più comuni.

La sfida immediata, precisa, non è dunque se il calcolo possa spostarsi in orbita, ma se i sistemi terrestri riescano a evolvere abbastanza in fretta da sostenere questa nuova generazione di densità, carichi termici e dipendenza energetica.

Il dibattito sui data center spaziali, aggiunge, è utile proprio perché rende impossibile ignorare i vincoli di fondo: servono energia resiliente, dissipazione efficace del calore, controllo intelligente e infrastrutture capaci di scalare senza compromettere l’affidabilità – sulla Terra come in orbita.

Cosa cambia, in pratica, per un’azienda come Vertiv?

Il ruolo dei fornitori di infrastrutture si sta allargando, osserva Abbott. Il mercato chiede sempre più operatori capaci di integrare distribuzione dell’energia, gestione termica, sistemi di controllo e servizi lungo il ciclo di vita in un sistema coerente per strutture pronte per l’Ai.

Non è una questione di singola categoria di prodotto, ma di gestire le interazioni tra energia, dissipazione del calore, controllo, velocità di implementazione e resilienza operativa.

Per Vertiv, spiega, questo significa un ruolo più esteso rispetto alla semplice fornitura di apparecchiature: aiutare operatori, integratori e provider cloud ad adattarsi a un contesto in cui le prestazioni dell’infrastruttura dipendono da quanto bene l’intera catena lavora insieme.

Le tecnologie sviluppate oggi per le implementazioni Ai terrestri – distribuzione avanzata dell’energia, raffreddamento ibrido, sistemi di gestione intelligenti – sarebbero, a suo avviso, le stesse su cui poggerebbe qualunque infrastruttura futura nello spazio.

C’è anche una dimensione geopolitica in questo discorso?

Sì, risponde Abbott senza esitazioni. In Europa, dove regolamentazione e sovranità digitale sono temi centrali, aziende come Vertiv contribuiscono fornendo tecnologie che permettono a operatori e produttori di mantenere infrastrutture critiche resilienti e sicure, riducendo la dipendenza strutturale da fornitori extraeuropei.

In un contesto geopolitico sempre più frammentato, questa indipendenza tecnologica assume un peso che va oltre il piano commerciale.

Per concludere: lo spazio diventerà davvero un terreno concreto per l’Ai, oppure resterà un esercizio teorico?

I data center spaziali potranno diventare rilevanti su scala commerciale, oppure no, risponde Abbott. Ma il concetto resta utile comunque, perché costringe il settore a chiarire cosa richiede davvero l’infrastruttura dell’Ai: energia abbondante e affidabile, dissipazione efficiente del calore, autonomia, resilienza, e un’integrazione più stretta tra il calcolo e i sistemi fisici che lo sostengono.

Non perché il settore stia per abbandonare la Terra, ma perché le stesse domande ingegneristiche che governerebbero il calcolo in orbita stanno già ridefinendo cosa significhi, qui a terra, avere una buona infrastruttura.

A questo punto, conclude Abbott, la vera frontiera non è lo spazio in sé. È la capacità del settore di riprogettare l’infrastruttura digitale critica abbastanza in fretta da tenere il passo dell’intelligenza artificiale.




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