Il Piemonte che cambia il mondo



La storia della letteratura ci ha abituato all’emergere, di quando in quando, di gruppi di autori “geograficamente omogenei”: la scapigliatura milanese e torinese, il verismo siciliano, o, in tempi molto più recenti, il “gruppo 13” dei giallisti bolognesi, solo per citare qualche esempio. Ma cosa determina le condizioni perché un certo territorio generi flussi di scrittura? E cosa fa sì che questi mettano a nudo l’essenza del territorio? Questo articolo ha proprio lo scopo di focalizzare questi due diversi aspetti nel caso specifico del Piemonte.

In Italia, la nozione di “scrittori piemontesi” sembra essere stabilmente associata ai nomi di Pavese e Fenoglio, ma di queste figure ci occuperemo più avanti. Preferirei invece partire da Vittorio Bersezio e dal suo capolavoro, Le miserie ‘d Monsù Travet. Storia di un modesto impiegato regio angariato dal suo capo, la commedia (portata in scena per la prima volta nel 1863) è l’essenza di una Torino appena diventata capitale d’Italia. Scrivere IN Piemonte e scrivere IL Piemonte, per Bersezio diventano una cosa sola, perché egli sa cogliere le condizioni che rendono unico il Piemonte in quel preciso periodo storico e perché sceglie una lingua (il piemontese) che di quella realtà si nutre. Il territorio che fa da sfondo e da sostanza alla narrazione delle vicende del povero Monsù Travet non è solo quello che si è trasformato in maniera fulminea con l’Unità d’Italia, ma anche quello che, molto più lentamente, ha subito una metamorfosi nel suo tessuto produttivo e sociale. È la regione dove, a Collegno, Cavour ha fondato già da una quindicina d’anni la Società Anonima dei Mulini Anglo-Americani, dove le campagne sono solcate da una rete ferroviaria estremamente sviluppata, dove dalla Mitteleuropa convergono investitori e industriali. Ed è, naturalmente, il territorio dove il confronto tra classi dominanti e classi subalterne assume caratteri simili a quelli del contesto internazionale.

La Torino di Bersezio è, in scala ridotta, la Parigi di Balzac, di Sue e di Zola. Ed è la città dei santi sociali. La stessa Torino di De Amicis. Un territorio che genera flussi di scrittura è dunque un territorio che ha bisogno di raccontare la propria trasformazione per prenderne coscienza, per produrre degli autoritratti con i quali confrontarsi. Questa affermazione non è vera in assoluto, ma lo è per il Piemonte. L’Aspromonte di Corrado Alvaro o il Supramonte di Grazia Deledda diventano storie per la loro immobilità, per il loro essere senza tempo, al contrario, il Piemonte letterario è sempre nel flusso dei tempi che cambiano. Persino quando Beppe Fenoglio abbandona i temi resistenziali e volge il suo sguardo al mondo contadino, in quella novella capolavoro che è La malora, il suo rapporto con il tempo rimane dinamico. Non è dato sapere esattamente in quali anni si svolga la vicenda, ma Fenoglio ha ben chiaro il fatto che i suoi lettori (il racconto viene pubblicato nel 1954) percepiranno tutto lo scarto tra l’universo crudelmente e selvaggiamente mitico della narrazione e le Langhe degli anni ‘50, quelle Langhe che, sebbene ancora lontane dalla valorizzazione paesaggistica e turistica degli ultimi decenni, stanno già modificando il loro tessuto produttivo e sociale; le Langhe della Ferrero e dei grandi produttori di vini. E se, quasi un secolo prima Bersezio utilizzava una lingua piemontese con qualche concessione all’italiano, Fenoglio “regionalizza” il suo italiano con una serie di calchi dialettali e persino di pure invenzioni linguistiche che “fanno figura” di lingua locale, ma che non lo sono. Ma l’importante non è la precisione filologica; l’importante è, anche qui, far registrare al lettore uno scarto rispetto all’oggi, rispetto al contesto, anche linguistico, un cui l’opera viene pubblicata. A pensarci bene, l’operazione che Andrea Camilleri farà qualche decennio più tardi con la sua “lingua di Montalbano” non è molto diversa: l’immaginaria Vigata, così come l’imprecisata terra de Lamalora, si costruiscono per differenze, non per identità.

Scrivere IL Piemonte è una questione di lingua anche per il Pavese di Paesi tuoi. Anzi, è soprattutto una questione di lingua. Come ne La malora, anche qui c’è uno scarto, un’alterità: il territorio raccontato è un “altro” Piemonte, ma non si colloca in un tempo mitico. Il tempo del racconto e quello della pubblicazione quasi si sovrappongono; a distanziarsi sono invece gli spazi: il romanzo inizia a Torino, nella modernità industriale, per spostarsi subito nei “paesi tuoi” in terre che diventano lontane perché vi si parla una lingua diversa (fatta, anche qui, di prestiti e calchi). Ovviamente, parlando di Fenoglio e di Pavese, non si può dimenticare la narrazione della guerra. E, anche in questo ambito, il Piemonte che diventa racconto è un Piemonte che cambia. Ne La casa in collina, Torino cambia sotto gli occhi del protagonista che dai boschi di Reaglie (la casa in collina è infatti ai confini della città e non nelle Langhe) vede i lampi delle bombe illuminare il cielo sopra Torino e distruggere interi quartieri. Allo stesso modo, la collina immobile de La malora, diventa territorio metamorfico negli scenari della guerra partigiana, nello sguardo narrante del partigiano Johnny e in quelli del Milton di Una questione privata. I boschi, i noccioleti, le vigne di Langa diventano campo di battaglia, le cascine luoghi di rifugio, di eccidi, di rappresaglia: qui siamo oltre il racconto del cambiamento, siamo all’apocalisse. E scrivere IL Piemonte significa anche scrivere il modo in cui questo territorio si inserisce nel contesto internazionale in un momento in cui la globalizzazione era solo un’idea lontana.

È quanto fa Primo Levi nel più piemontese dei suoi romanzi, La chiave a stella, che paradossalmente è ambientato all’estero: Libertino Faussone, il protagonista, esporta il suo lavoro di montatore di gru e tralicci oltrecortina, o al largo del mare del Nord o in luoghi ancora più remoti. E in ognuno di quei luoghi egli trapianta un po’ della sua piemontesità, un po’ della tradizione dei battilastra e dei chiodaioli canavesani, un po’ del gergo (inutile dirlo, fatto di mille prestiti dialettali) delle officine meccaniche che, nel racconto di Levi, diventa lingua letteraria. Il Piemonte di Faussone è un insieme di valori, di devozione al culto dell’opera ben fatta, del “capolavoro” (inteso anche come prova che veniva richiesta a un operaio prima della sua assunzione); è un Piemonte che cambia il mondo. E che, dal mondo, naturalmente, viene cambiato. Così come il Faussone di Levi testimonia del modo in cui le imprese italiane trasformano la routine di remote regioni dell’Unione Sovietica, il racconto corale delle decine di contadini e montanari intervistati da Nuto Revelli ci parla di come l’arrivo delle grandi industrie nella pianura cuneese trasformi la collina e la montagna del basso Piemonte ne Il mondo dei vinti, in un universo fatto di ricordi e di testimonianze ai margini dell’oblio.

A chiudere questa panoramica sulla narrazione del cambiamento in Piemonte è un’opera che non si limita a registrare le transizioni, ma che le anticipa, una distopia tutta piemontese: Le venti giornate di Torino. Ma questo testo, infinitamente meno noto di quelli citati sopra, richiede qualche informazione aggiuntiva. Nel 1977, Giorgio De Maria pubblica, per un piccolissimo editore, il romanzo Le venti giornate di Torino. Il libro narra di un uomo che, attraverso un’indagine letteraria e giornalistica, intende ricostruire i fatti che sconvolsero un’immaginaria Torino dieci anni prima, quando la città visse notti di terrore durante le quali le statue prendevano vita e massacravano gli inermi passanti. Potrebbe sembrare il plot di un banale film horror, ma l’immaginazione distopica di De Maria è molto più raffinata: dietro gli attacchi delle mostruose creature sembrerebbe esserci una regia occulta che si nasconde nella misteriosa biblioteca dove ognuno può depositare, anonimamente, i propri scritti. Non solo, a garantire che non si tratta di semplice senso del grottesco c’è la biografia dello stesso De Maria: amico di Calvino e di Liberovici, Giorgio De Maria è, nella cultura torinese antifascista, una figura di riferimento. Ma allora perché il libro viene ignorato da tutti e dimenticato? È ancora la vicenda biografica del suo autore a spiegarlo: De Maria sprofonda nell’alcolismo e nella malattia, si perde in un deserto dell’animo, proprio come i suoi personaggi. Bisogna attendere il 2017 e la traduzione statunitense delle Venti giornate (a cura di Ramon Glazov) perché di quel testo venga scoperta la straordinaria modernità. (…)


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 ALESSANDRO PERISSINOTTO

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