Entro il 2035, gli over 65 supereranno il 30% della popolazione. La fascia degli over 80-85 crescerà rapidamente e aumenterà la quota di persone anziane sole. Le famiglie saranno più numerose, ma più piccole. Ci saranno quindi “più case” ma composte da pochi membri. La popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) diminuirà e il rapporto tra occupati e pensionati diventerà più sfavorevole. Con effetti su tutto il sistema Paese: maggior pressione sui conti pubblici, carenza di lavoro e competenze, necessità di aumentare produttività e innovazione, crescente domanda di servizi di cura e long-term care e trasformazione di modelli d’impresa, di business e di welfare. È questa la fotografia che emerge dai dati Istat sugli indicatori demografici del 2024. “Un quadro che vede l’Italia tra i Paesi con livelli di invecchiamento tra i più avanzati al mondo – racconta Andrea Venegoni, professore associato della LIUC – Università Cattaneo di Castellanza –. La popolazione ha già iniziato a diminuire e la struttura per età pone sfide importanti”. Nonostante il valore della silver economy (l’insieme delle attività economiche che soddisfano i bisogni delle persone di almeno 50 anni) negli ultimi anni sia aumentato del 54%, passando da 3.700 miliardi di euro a 5.700 miliardi, parlare oggi di questo fenomeno può risultare riduttivo. “Usiamo il termine ‘longevity economy’ – racconta Claudio Pucci, Coordinatore della Sezione Sanità di Confindustria Varese e titolare del Centro Beccaria di Varese –. Un fenomeno che guarda a una prospettiva più ampia e parte dall’idea che la vita di molte persone non sia semplicemente diventata più lunga, ma abbia acquisito una struttura nuova e più articolata”. Formazione, lavoro, aggiornamento, periodi di cura e transizioni professionali, pensionamento e attività sociali: questi alcuni esempi che racchiudono il nuovo modello della longevity.
“Stiamo assistendo a una trasformazione demografica senza precedenti – precisa il professor Venegoni –. Dal 2000 a oggi la popolazione italiana è passata da circa 57 a 59 milioni di abitanti. Nello stesso periodo la quota di bambini tra 0 e 14 anni si è ridotta all’11,9% e la speranza di vita ha superato gli 83 anni”. Numeri che raccontano di un Paese nel quale cambiano certamente le proporzioni tra generazioni, ma anche le esigenze delle persone e le prospettive economiche. “Per le imprese significa sviluppare prodotti e servizi capaci di adattarsi a esigenze diverse, puntando su accessibilità, semplicità, personalizzazione e integrazione tra canali fisici e digitali – incalza Andrea Pucci –. Non si tratta soltanto di conquistare nuovi segmenti di mercato, ma di costruire relazioni più durature con clienti le cui necessità cambiano nel corso della vita”. Da un lato, l’invecchiamento della popolazione coincide con quello della forza lavoro, dall’altro, la riduzione delle nuove generazioni rende sempre più complesso il ricambio delle competenze. “Attualmente nelle imprese convivono quattro o cinque generazioni diverse, che devono imparare a dialogare e collaborare – spiega di nuovo Venegoni –. Anche il passaggio generazionale assume un significato nuovo: non riguarda più soltanto la successione alla guida dell’azienda, ma anche la trasmissione delle competenze tra lavoratori di età diverse”.
La sfida, dunque, non consiste semplicemente nel trattenere più a lungo i lavoratori anziani, ma nel ripensare l’impresa affinché generazioni diverse possano continuare a contribuire alla sua crescita. Anche attraverso una maggiore attenzione all’ergonomia, alla salute nei luoghi di lavoro e alla flessibilità dei percorsi professionali. “Siamo di fronte a un cambiamento che richiede un nuovo modo di interpretare l’azienda, il suo funzionamento e il suo approccio al mercato – osserva Pucci –. L’innovazione non riguarda soltanto prodotti e processi, ma anche il paradigma manageriale e la gestione delle persone”. Un altro terreno su cui investire è, ovviamente, quello della sanità. L’allungamento della vita sta progressivamente modificando il rapporto delle persone con la propria salute. Non più soltanto prestazioni richieste quando emerge un problema, ma percorsi di prevenzione e monitoraggio che accompagnano le diverse fasi dell’esistenza. “Fare prevenzione non significa solo migliorare la qualità della vita, ma contribuire alla sostenibilità economica del sistema sanitario – tengono a sottolineare Venegoni e Pucci –. Prevenire costa meno che curare. Significa ridurre la pressione sugli ospedali, il bisogno di posti letto e, più in generale, i costi legati alla gestione delle malattie”. Effetti che si ripercuotono anche sui territori: la longevità impone di ripensare abitazioni, trasporti, spazi pubblici e servizi di prossimità. Accessibilità, mobilità, assistenza domiciliare e reti di comunità diventano elementi essenziali per mantenere autonomia e partecipazione sociale.
Ma la longevity economy non riguarda solo gli anziani. Al contrario, coinvolge direttamente anche i giovani, chiamati a immaginare percorsi di studio, lavoro e vita molto diversi da quelli delle generazioni precedenti. “Il modello lineare formazione-carriera-pensione lascia progressivamente spazio a traiettorie più articolate, nelle quali aggiornarsi, cambiare professione e acquisire nuove competenze diventa parte integrante dell’esperienza lavorativa – racconta il professore della LIUC –. I giovani saranno tra i principali protagonisti di questa trasformazione. Avranno davanti orizzonti di vita e professionali più lunghi, con molte opportunità, ma anche con la necessità di prepararsi a cambiamenti continui”. Un tema caro anche a Emanuele Porazzi, Associate Dean Master Programs alla LIUC Business School e Direttore dell’Osservatorio sulle Performance Organizzative Sanitarie e Socio-Sanitarie – Performa: “L’economia della longevità rappresenta una delle trasformazioni economiche e sociali più rilevanti dei prossimi anni. Vivere più a lungo non significa soltanto assistere a un progressivo invecchiamento della popolazione, ma vedere cambiare bisogni, consumi, modelli di cura, organizzazione del lavoro e, inevitabilmente, strategie delle imprese. Le diverse prospettive economica, sanitaria, tecnologica e imprenditoriale, hanno mostrato come la vera sfida sia trasformare gli anni di vita guadagnati in anni vissuti il più possibile in buona salute e autonomia, investendo in prevenzione, corretti stili di vita e innovazione. Allo stesso tempo, robotica e nuove tecnologie possono contribuire a sostenere l’autonomia delle persone e rispondere alla progressiva riduzione della forza lavoro disponibile. Per le imprese, longevità significa confrontarsi sia con nuovi mercati e nuovi bisogni, sia con una popolazione lavorativa mediamente più anziana, ripensando competenze, formazione e organizzazione del lavoro. La longevità, quindi, non è soltanto una sfida da gestire, ma anche un’opportunità da comprendere e governare”.
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