Stamattina sono stanca. Se non lo fossi, mi sarei resa conto del suo umore nero e inavvicinabile. Io gli ho chiesto Come stai e lui ha risposto Spiove ancora, non è incredibile?

Ho pensato che fosse un gioco e ho riso e sono tornata a poggiare gli occhi sui miei manuali, che non sono mai stati coinvolgenti quanto la narrativa, che lui scrive e soprattutto legge, ma che nei primi anni del nostro legame sono stati i soli a permetterci di non mangiare male e di andare in vacanza una settimana all’anno. Andare altrove, perché lui tanto fa dovunque la stessa cosa. Scrive. Legge.

Così ho sorriso imbambolata da una “ s ” di troppo, spiove, senza pensare che se fossi sola certe domeniche passerebbero più in fretta di questa e la sera sarei spensierata come un cielo di giugno. Terso e senza nuvole. Invece, l’ho guardato tentando di condizionare l’aria con piccoli gesti interrotti, principiare una frase, domandare di un quiz a premi o del TG, la cui stupidità mi infastidisce ma almeno spezza la monotonia di lui che siede come un samurai giapponese senza ingaggio e guarda la strada. La strada sulla quale affacciamo è il viale alberato di un quartiere elegante. Stare alla finestra non è diverso dal guardare attraverso due specchi posti uno di fronte all’altro. Finestre albertiane senza tende che si rincorrono e si ripetono indefinitamente. Non c’è niente alla finestra eppure, quando sono arrivata per un caffè, Ludo era già lì. Mi è sembrato di entrare in un’altra vita, quando l’unica finestra dava su una strada stretta per qualsiasi intimità e infatti ci conoscevamo tutti e le tende funzionavano come sottili tramezzi e la stanza in affitto era tutta per noi nel senso che non c’era spazio per nessun altro.

Così siamo rimasti, ognuno da solo. Io a scrivere e a preparare lezioni forse noiose, chi lo ha mai negato, ma che mi permettono di lisciare concetti nodosi insieme alle perplessità degli studenti, sempre nuove e sempre identiche. Ludo ha continuato a languire.

Ieri sera era pimpante, mi ha baciata prima di dormire ciancicando Ho avuto un’idea geniale. Felice, era felice e io soddisfatta. Poi stamane si è piantato come un Ficus da appartamento vicino alla finestra, con gli occhi semichiusi e col conseguente logorio del quale io sono e devo essere testimone. È uno dei suoi concetti di condivisione. Scendere nella gora. Perché io so come è lui. Me lo ripete spesso, mi dice languido e beffardo Solo tu sai veramente come sono. E io ero contenta, mi sono anche vantata con un paio dei pochi amici che mi sono rimasti, ho detto, con queste labbra che dovrei morsicarmi per punizione continuamente e dantescamente Sai, ci sono momenti bui nella sua attività creativa, certe volte si ferma e mi guarda come un bambino al quale sia caduto il passato di verdure dal seggiolone, colpevole, perché io lo consoli e lo protegga dalle idee che gli altri hanno di lui. Non è un uomo allegro e spensierato come appare, è cupo e cambia continuamente umore, altro che il cielo di Irlanda della Mannoia, ancora di più, cambia umore, e senza motivo. Mi sono sempre sentita rispondere Ma che dici.

Che dico infatti.

La vita con lui potrebbe essere irreale. Io ancora non ci credo, mi comporto come quando ci siamo conosciuti quindici anni fa, io era abbacinata e lui accecato. E non aveva ancora la penna che ha adesso, solo una buona capacità di scrittura e la sua indole solitaria e petulante sembrava tremore mistico. Invece era soprattutto ansia.

Ha un’indole ansiosa che chiede continuamente attenzione. Non abbiamo avuto figli ma certe volte non averne è una benedizione. Il confronto tra un figlio e lui sarebbe stato troppo. Il bambino sarebbe cresciuto, sarebbe cambiato, a un certo punto sarebbe andato via di casa e lui no. Sarebbe rimasto sempre uguale. Come adesso. Un bambino che ha sempre tre mesi. Se non fosse che le mamme invecchiano e vorrebbero riprendere a fare altro.

In questi anni mi sono fatta l’idea della scrittura come una diversa abilità. Non vorrei offendere nessuno, è una constatazione. Non capisco neppure come io abbia fatto a proseguire nei miei studi e a pubblicare le mie ricerche e i miei libri e a intrattenere una attività convegnistica decorosa. Miracoli laici, fortuna forse. Non devo essere una donna stupida, non che creda di esserlo, no.

Solo che vivere vicino a uno per il quale ogni parola è una pozzanghera della quale misurare la profondità mi ha provato. Una volta gli ho chiesto di parlare più lentamente, lo ricordo come fosse appena accaduto, ho detto Ludo, se non parli più lentamente non ti si capisce. L’ho detto senza pensarci troppo, io parlo un italiano corretto, mi pare anche forbito. Lui mi ha guardato con un’espressione di disprezzo vestito a compassione, non che io pensi che la compassione sia preferibile al disprezzo ma lui deve averlo pensato perché mi si è rivolto proprio con un’espressione così.

Mi ha detto, Lydia, non devi parlare con l’impersonale, parlare con l’impersonale è da vigliacchi. Utilizzare l’impersonale o l’infinito in un dialogo che in quanto tale si muove per declinazioni e coniugazioni è indice di vigliaccheria. Sei tu, tu in persona, che non capisci non il mondo, non un loro indefinito che richiederebbe in quel caso, ma sempre per alzata di mano, un’indefinitezza. Non posso pensare e spiegarti. Non è cattiva volontà la mia, solo buona educazione.

Io non gli ho risposto, avrei dovuto sbottare e aprire le dighe delle rabbie accumulate negli anni, delle incomprensioni, perché un rapporto è stratificato proprio perché tra un macigno di granito e un altro si sono accumulati detriti, sabbie.

Si potrebbe dunque legittimamente sostenere ai sensi del patto di stabilità firmato dalle parti in data diciassette novembre duemilaerrotti che i detriti che supportano un buon rapporto siano appunto le incomprensioni e le rabbie e le gelosie infime e tutti i tubetti di dentifricio strizzati nel mezzo.

Non dico nulla di nuovo, per carità, solo che cerco di collocare gli screzi in un testo unico che possa essere utilizzato per decidere se un rapporto si tiene in piedi o no e se un legame sia più forte o migliore di un altro.

Dopo la glossa dell’impersonale (o all’impersonale, per carità), mi ero detta Lydia, lascialo perdere, lascialo a struggersi nei successi che non apprezza perché è troppo preoccupato siano gli ultimi e a marcire nei periodi di buio intellettuale nei quali legge come se non ci fosse un domani con compulsività paranoide e ripete continuamente incantato come un trentatré giri Non riesco a scrivere, la mia penna s’è disseccata, lo sapevo, in fin dei conti usare la stilografica mi avrebbe mitridatizzato contro il tramonto del giorno in cui il foglio sarebbe rimasto bianco, sono stato un uomo previdente. Stessi giorni in cui accende la torcia da campo, che tiene come un abat-jour sul comodino e con una voce mesta e bastonata sussurra Vado in bagno e poi a bere dell’acqua, mi hai lasciato l’acqua fuori dal frigo?

Le prime volte che abbiamo dormito insieme, mi alzavo felice che la mia insonnia servisse almeno a tenere conto dei suoi movimenti notturni, ero felice si comportasse con me come fosse da solo, parlava ad alta voce, elencava i passi al buio, tre a destra, due a sinistra, ah!, porta.

Da quando ho ripreso a dormire, essere interrotta tre o quattro volte mi fa venire in mente sempre e solo il bambino che piange per poppare.

Ho letto una volta che la suzione è un gesto che possediamo, una specie di corredo genetico. Sarebbe interessante studiare come certi individui, gli scrittori per esempio, posseggano questo gesto, che forse potrebbe essere sintetizzato in una proteina, o in un enzima o in un marcatore fucsia, non lo so, non lo so, non sono un medico, in misura molto maggiore e in un senso lato. Continuano a esercitare suzione. Metaforicamente, ma caparbiamente.

Sua madre, per quanto mi odi, e non ho mai capito perché, una volta mi ha confessato Ludo mangiava anche nove volte la notte eppure era un bambino magrissimo, si guardava continuamente intorno, non chiudeva mai gli occhi, la notte stava nella culla con occhi sbarrati così attenti che non ho mai capito se dormisse o vegliasse e studiasse, ha sempre studiato tanto il mio bambino sarebbe potuto diventare un professore di letteratura all’università invece di scrivere.

Quando ho vinto il concorso e ho fatto aggiungere Prof. fuori dal mio studio, mia suocera ha continuato a ripetermi la storia del professore universitario mancato, pensavo ce l’avesse con me, invece poi ci ho riflettuto. La povera donna tentava, con una solidarietà forse incosciente, di dirmi che Ludo mi avrebbe svegliato ogni volta che gli sarebbe andato a genio per suggere attenzione, sesso o devozione. Mi stava aiutando e io mi sono chiusa nell’odio preconcetto nuora-suocera. Lui sugge.

È da ore, per esempio, che non si muove suggendomi luce. Quando le amiche mi fermano per dirmi, appena invidiose, Sei sempre più magra, io alzo gli occhi al cielo e insieme a Pioverà penso anche Non sono magra sono succhiata come una carruba.

Le osservazioni sul tempo sono le uniche risposte concrete a chi parla della mia magrezza. Non conosco magrezza che non conservi il fuoco della tensione all’essenziale. Me lo ha detto Ludo una volta, credo fosse una frase romantica. L’ho creduto fino a poco fa quando ha ripescato dalla cassapanca sulla quale pareva incastonato i calepini della sua matura giovinezza, mi ha sorriso e si è chiuso nello studio. Ne è uscito raggiante con un racconto lungo, una trentina di cartelle scritte in meno di quattro ore, il tempo in cui io avevo corretto, con l’aria della finestra di nuovo libera, sei tesi e le bozze di un articolo.

Mi ha detto Questo racconto è per te, ogni riga che scrivo è per te. All’inizio della nostra relazione, quando le altre ricevevano fiori e io parole mi sentivo una privilegiata, sfoggiavo i suoi elzeviri come orecchini di brillanti e vestivo le mie lezioni con i suoi giochi e le sue arguzie come se dovessi presentarle davanti al comitato di lettura di fsg e ridevo garrula ripetendomi Ogni parola è per me, ogni parola è per me, da ogni angolo di quaderno o di libro o di post-it, tutto è per me.

Adesso quando me lo dice rabbrividisco e penso Come avrà deformato la realtà intorno. Come? Quando arriverò a specchiarmi nel bagno lo troverò uguale o la luce sarà cambiata, abbassata a confessionale, illuminante a stadio di rugby, livida come in un obitorio. Come?

Così ho preso il racconto e la prima frase recitava Non conosco magrezza che non abbia come fine l’essenziale. Appunto, romantico essere un crash test. Senza polemica, gli ho detto, Lo hai già finito?, Sì e anche riletto tre volte, Bene, sei soddisfatto, esci a fare una passeggiata?, No aspetto che tu lo legga così ne parliamo.

Sono il primo lettore di Ludovico Schiri, potrei metterlo sul curriculum vitae se il mio non fosse pieno abbastanza da aprirmi ormai quasi tutte le porte dei saloni in cui voglio essere ammessa. Certo scriverlo donerebbe un tocco di deviazione a una vita assolutamente dedicata a una disciplina con ferrea disciplina, ma è altrettanto vero, e lo dico senza vocazioni al martirio, che l’attributo “primo” troverebbe spazio e ragione sulla mia cartella clinica.

Quando Ludo ha finito di scrivere e corretto in maniera tale che per lui il racconto è quasi buono, che lo scritto può restare a invecchiare, per qualche tempo, come un bianco giovane in barrique, per prendere sapore e passare al palato degli assaggiatori, quando Ludo ha finito di scrivere e vuole che legga, io devo leggere, perché io sono la prescelta e la prediletta e l’unica di cui fidarsi.

Questo paradiso mi distrugge.
Questo empireo mi ha desolata.
Nel ruolo di prediletto, non è contemplato il rifiuto o l’impossibilità ad agire.

Il prediletto in quanto propaggine effettiva del corpo e della mente dello scrittore è al suo completo servizio. Come una mano per afferrare una mela o un piede per calciare un pallone o le labbra per mordere un dito. Questo è il prediletto. Il rifiuto sarebbe una necrosi da amputare immediatamente.

Così ho preso il racconto e mi sono messa a leggere, con lui che scrutava ogni piegatura della bocca e contava gli accavallamenti delle gambe e i cambi di posizione.

Quando viene nel mio studio, che è di rappresentanza ma senza eccessi e sigari – è per il lavoro che faccio –, si guarda intorno con gli occhi spalancati fino allo smarrimento, tira fuori la matita e chiede un foglio bianco. Io utilizzo solo carta riciclata e quando prendo appunti lo faccio sul retro delle tesi degli studenti perché la carta è un bene. E “ carta da minuta ” è una bella etichetta su un classificatore.

A lui piace la carta tirata a mano e anche quella riciclata e conosce le mie abitudini tanto da scomporle mischiarle insieme distruggerle e farle tendere al grand-guignol se volesse, e prima o poi sono certa che lo farà perché la scomposizione è nella sua natura e ciononostante, ogni volta che siede nel mio studio, chiede Un foglio di carta bianca. Non so se sia più dispettoso o più abitudinario, o se sia il tentativo di rinverdire il rapporto, di mantenerlo fresco. Io leggo e gli allungo gli unici fogli che ho, senza staccare gli occhi dal manoscritto mentre lui annota disegna strane figure geometriche rose dei venti e cerchietti intricati fino al disco pieno e sorride quasi pensasse dietro a una farfalla che in un campo di fiori gira indecisa tra un papavero una campanula un batuffolo di lavanda e schizzi di frumento che ingialliscono ancora l’aria scaldata dal sole. Mi fa dimenticare le virgole.

Io non frequento altri scrittori, Ludo è un conversatore brillante e a me parlare piace quindi quando siamo a cena dopo un premio letterario o un convegno o una riunione redazionale non parliamo di vita con la scrittura o di biografie contemporanee e di coppia ma di letteratura e di cinema e di vini e ogni tanto di vacanze o costo della vita, inventiamo giochi e un tempo per stare insieme, dedichiamo qualche stitico Imperdibile a spettacoli teatrali in luoghi ameni e rincasiamo col buon umore delle serate piacevoli. Io non so come sono gli altri scrittori nei loro spazi o con i loro compagni di vita. Come sono a casa loro. Gli amici che frequentiamo abitualmente e coi quali forse ci lamentiamo senza troppa pubblicità appartengono a una vita prima del successo di Ludo o al mio mondo lavorativo che, essendo un universo assai particolare, si espande anche in costellazioni diverse dalle aule.

Ma io credo che nessuno scrittore, grande o piccolo, sia così diverso da Ludo. Ovvero ansioso, concentrato su se stesso, egoista e reso pusillanime dall’invidia meravigliata di non aver scritto tutte le cose che legge e che gli piacciono. Ludo è un grande lettore e uno studioso, un pensatore, un critico letterario. Scrive continuamente note su ciò che legge, non dimentica una virgola, cita cose che abbiamo letto insieme all’inizio della nostra relazione e che io ho dimenticato, non perché non sia ancora innamorata di lui, ma perché la mia testa s’è dovuta riempire anche di altro.

Quando me lo rinfaccia, quando dice Tu non ricordi, come se avessi porto al suo Ho sete, una spugna imbevuta di aceto, io mi ritraggo pensando Ha ragione.

So di non avere la sua intelligenza scientifica e se non lo sapevo l’ho imparato, ma essere redarguita comincia a stancarmi perché è vero che la scrittura è una dedizione. Lo è. Io che ci vivo insieme vedo benissimo che si comporta come un monaco tibetano, si astrae dal mondo più di un asceta indù, può restare giornate intere seduto alla scrivania o sul davanzale della finestra con un’indolenza e un’immobilità, senza avvertire necessità di cibo o bagno, irremovibile nel proprio personale scavo intorno a un concetto o a un archetipo. Può galleggiare in una festa e, tornati a casa, dirmi Vado a scrivere, mi è venuta la parola, mentre io ero certa stesse parlando e fumando e ridendo con gli altri.

Io questo lo so e lo ammiro e nonostante tutto mi sento ancora onorata che abbia scelto me per dividere i suoi spazi. Ma comincio a stancarmi. Delle sue disattenzioni, del suo essere irremovibile anche davanti all’impellenza e alle fatiche dei miei impegni e cieco alle ansie che pure qualche volta mi squassano, e trattenuto alle gioie del mio lavoro e che mi piacerebbe mettere nell’alzatina sulla tavola insieme a quelle del suo.

Invece, appena avvicino i miei successi ai suoi, Ludo sorride e io capisco che le mie pesche sono già marce e mi chiedo perché resto, qual è il vizio che mi costringe a lui. Una volta, dopo cinque anni di psicanalisi, perpetrata nascostamente e pagata in contanti perché niente serbasse memoria di questo tradimento ai dibattiti familiari, il dottore mi ha detto, esausto lui pure, Ma forse è la scrittura che la vizia?

Non ricordo cosa gli ho risposto ma sono certa di essermi alzata dicendo Ecco i suoi soldi.

La scrittura? Io scrivo saggi e articoli e voci per le enciclopedie e ho quasi terminato il terzo tomo del mio manuale, eppure non ho mai preteso che nessuno stesse lì a dirmi Brava, che rimanesse in casa a leggere le mie righe. Io sarei viziata dalla scrittura?

È proprio vero che la psicanalisi è una frode e poi, con un guizzo e un colpo d’ala alla Ludo, Psicanalisi Frodana. E mentre gongolavo del gioco di parole ho capito qual era il problema, e quale il vizio. Ludo scrittore. Vivere ed essere amata con e da Ludo mi ha impedito di coltivare invenzioni linguistiche mie e di pensare la mia attività come creativa. Il suo chiedermi incessantemente Come va la ricerca? mentre scrivevo, mi ha inibito la capacità di chiedermi Come procede la scrittura?

Ludo ha viziato la mia coscienza sostituendola con le sue, abilmente, usando frasi via via più scarne e immagini sempre meno poetiche. Poche parole ben assestate. Quando ho finito di leggere il racconto gli ho sorriso sincera Sei un grande scrittore, è un capolavoro e lui Sì, ma ti è piaciuto?

Non gli è mai bastato l’apprezzamento senza discussione minuziosa sui costrutti, senza analisi critica. Perché dovrebbe cambiare adesso?

L’ho guardato affaticata mentre tornava a congelarsi sulla cassapanca, con gli occhi al vetro della finestra. Io sconsolata, con la penna ancora in mano, a mezz’aria tra la mia testa e la mia scrittura, scollegata da tutto, sola e inutile. Carica di inchiostro come certe indoli d’amore e incapaci di dimostrarlo.

Mi ha domandato, senza voltarsi, C’è un’immagine che ti ha particolarmente colpito? E poi, soffermandosi su una goccia indecisa se staccarsi dalla ringhiera o restare lì come un pipistrello trasparente, ha sussurrato Spiove ancora, non è incredibile?

E tutto è ricominciato uguale a prima.

Questo racconto di Chiara Valerio è tratto dal settimo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla casa. È stato pubblicato per la prima volta nella autunno 2023. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.


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 Chiara Valerio

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