La guerra in Iran sta presentando il conto a Donald Trump. E il presidente americano sembra intenzionato a presentarlo a sua volta agli alleati.

Il conto, innanzitutto, è militare. La USS George Washington, impegnata nel Pacifico occidentale, è arrivata ieri in Medio Oriente per sostituire la USS Abraham Lincoln, che è da oltre 250 giorni in mare, lasciando così il Pacifico occidentale senza una portaerei americana. Non è, da solo, il segnale della fine dell’impegno statunitense in Asia: anche le amministrazioni Obama e il primo Trump avevano lasciato temporaneamente il teatro senza una portaerei. Ma è un tassello di una storia più grande.

La guerra sta consumando anche le munizioni americane, come raccontato su Linkiesta. Gli Stati Uniti hanno utilizzato una parte molto consistente delle proprie scorte globali di missili di precisione a lungo raggio; Per Patriot e Thaad le stime indicano consumi altrettanto preoccupanti, mentre ricostituire gli arsenali potrebbe richiedere anni. Il problema non è stato creato dall’Iran: le scorte erano già insufficienti. Ma la guerra lo ha rivelato e peggiorato. E quelle sono esattamente le armi che Washington dovrebbe avere a disposizione se domani dovesse combattere nel Pacifico contro una potenza come la Cina.

Il pantano mediorientale, dunque, comincia a presentare un conto strategico. Gli Stati Uniti continuano a considerare l’Indo-Pacifico il teatro della competizione decisiva con Pechino, ma le risorse militari vengono assorbite dal Medio Oriente. La domanda non è quindi se una portaerei sia presente o assente in un determinato mese. È se Washington possa sostenere contemporaneamente le proprie ambizioni strategiche in più teatri.

La risposta della Casa Bianca sembra essere: gli alleati devono pagare una parte maggiore del conto. Ma non soltanto in denaro.

Il caso più evidente è la Corea del Sud. Domenica Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre le esercitazioni militari congiunte con Seul, accusandole di essere costose e di mandare un segnale «totalmente inappropriato e ostile» a una Corea del Nord che, a suo dire, sarebbe stata «rispettosa» con lui. Il motivo più rivelatore, però, arriva subito dopo: Trump ricorda sia di avere uno «rapporto molto buono» con il dittatore Kim Jong-un, sia il rifiuto sudcoreano di partecipare agli sforzi americani contro l’Iran.

La sequenza è difficile da ignorare: Seul non segue Washington nella guerra contro Teheran e Washington riduce uno degli strumenti fondamentali della propria alleanza con Seul.

Le esercitazioni, del resto, non sono semplicemente una parata. Servono a mantenere la capacità di combattere insieme, la cosiddetta «Fight Tonight readiness». Quest’anno comprendono anche la preparazione delle scorte militari americane preposizionate e la capacità di proiettare rapidamente forze lungo la prima catena di isole.

E la Corea del Nord non è diventata meno pericolosa perché Trump ha un buon rapporto con Kim. Pyongyang ha fornito alla Russia di Vladimir Putin missili balistici KN-23 e migliaia di uomini, acquisendo in cambio denaro, tecnologia e soprattutto esperienza nella guerra moderna. I suoi militari hanno combattuto in Ucraina e i suoi missili sono stati utilizzati dalla Russia contro le città ucraine. Proprio mentre la Corea del Nord impara dalla guerra di Putin, Washington riduce l’addestramento con l’alleato che dovrebbe contribuire a dissuaderla.

Non è la prima volta. Trump aveva sospeso le grandi esercitazioni con Seul già nel 2018, dopo il primo vertice con Kim, definendole costose e provocatorie. Ma, come raccontato su Linkiesta, oggi il contesto è diverso: Kim è più forte, è più vicino a Putin e la sua macchina militare ha acquisito esperienza sul campo. Eppure, la diplomazia con Pyongyang resta una priorità per Trump, che vuole riaprire il canale personale con Kim. Il presidente ha detto recentemente che il leader nordcoreano ha risposto alle sue aperture diplomatiche.

La Corea, però, non è un caso isolato. A gennaio Elbridge Colby, il responsabile della politica del Pentagono, definiva Seul un «alleato modello». Sette mesi dopo, l’alleato viene rimproverato perché non ha seguito Washington sull’Iran. E la stessa logica sembra emergere in Europa. Come rivelato da Bloomberg, nei giorni scorsi l’amministrazione ha inviato agli alleati Nato un questionario per valutare quanto siano allineati alla politica di Trump, chiedendo tra l’altro se abbiano sostenuto pubblicamente la politica estera americana, limitato l’uso delle proprie basi da parte degli Stati Uniti e acquistato armamenti da aziende americane. Il questionario arriva mentre Washington sta decidendo quanto ridurre la propria presenza militare in Europa.

Il messaggio è difficile da equivocare: la protezione americana sembra diventare sempre più una relazione transazionale. Washington chiede agli europei di spendere di più e agli asiatici di assumersi maggiori responsabilità. Fin qui, nulla di scandaloso. Il problema nasce quando alla richiesta di burden sharing si aggiunge quella di allineamento politico: sostenere le guerre americane, non porre limiti all’uso delle basi, comprare americano, non contraddire Washington. È una trasformazione importante della logica delle alleanze costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Per decenni la garanzia americana ha funzionato proprio perché non dipendeva dalla completa coincidenza delle politiche estere. Gli alleati potevano dissentire e restavano alleati.

Oggi la domanda sembra essere diversa: quanto sei disposto a seguirmi per poter continuare a contare su di me?

È qui che Iran, Corea, Nato e Pacifico si incontrano.

Trump vuole che gli alleati paghino di più perché gli Stati Uniti non possono più permettersi di fare tutto. Ma contemporaneamente la guerra contro Teheran consuma proprio le risorse che dovrebbero rendere credibile la deterrenza americana altrove. E quando gli alleati non seguono Washington, la risposta è ricordare loro quanto dipendano dalla protezione americana.

Il rischio è un circolo vizioso. Più l’America è impegnata altrove, più chiede agli alleati di fare da soli. Più li considera autonomi, meno è disposta a garantire automaticamente la loro sicurezza. E più rende incerta quella garanzia, più gli alleati possono cominciare a chiedersi se sia prudente affidarsi ancora completamente a Washington.

La guerra in Iran, insomma, non sta soltanto consumando le risorse americane. Sta mettendo alla prova il valore della parola americana. E il conto più difficile da pagare, alla fine, potrebbe essere proprio quello della fiducia.


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 Gabriele Carrer

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