«Non possiamo più restare in silenzio». È il titolo, ma soprattutto il senso, della lunga lettera che Barbara Manenti ha affidato alla nostra redazione per riportare l’attenzione sulla situazione delle famiglie coinvolte nell’incendio che nella notte del 28 luglio ha interessato la palazzina ATER di via Giuseppe Di Vittorio, a Velletri.

Un rogo che aveva richiesto un imponente intervento dei soccorritori: i Vigili del Fuoco erano entrati in azione intorno alle 2.30 e, a causa del fumo che aveva invaso vano scala e appartamenti, erano state evacuate in via precauzionale diverse famiglie. Tre persone erano state accompagnate in Ospedale dopo aver inalato fumo.

Nei giorni successivi il Comune ha disposto l’interdizione dell’immobile fino al ripristino delle condizioni di sicurezza e ha successivamente approvato un accordo con ATER per accelerare gli interventi, con uno stanziamento indicato in 120mila euro.

Ma dietro gli atti amministrativi e gli interventi tecnici ci sono soprattutto le vite di chi, da quella notte, non è più riuscito a rientrare nella propria casa. È su questo aspetto che si concentra la testimonianza di Barbara Manenti. Tra le famiglie coinvolte ci sono anche i suoi genitori: il padre ha 91 anni e, racconta la figlia, insieme alla moglie è ancora impossibilitato a tornare nell’appartamento nel quale ha vissuto per anni.

La lettera contiene inoltre alcune circostanze e valutazioni riferite direttamente dall’autrice – dalla dinamica che avrebbe originato l’incendio alle condizioni attuali degli ambienti, fino a un successivo episodio di sciacallaggio nell’abitazione dei genitori – sulle quali saranno naturalmente gli enti competenti e le autorità a effettuare o completare gli accertamenti necessari.

La donna non nasconde amarezza e preoccupazione, ma precisa di non voler scrivere «per polemizzare». Chiede piuttosto tempi, responsabilità e interlocutori chiari, affinché le famiglie possano sapere quali interventi devono ancora essere eseguiti e quando potranno tornare nelle proprie abitazioni.


«NON POSSIAMO PIÙ RESTARE IN SILENZIO»

«Mi trovo a scrivere, mio malgrado, per portare all’attenzione di più persone possibili una situazione che, ormai da più di venti giorni, sta mettendo a dura prova dieci famiglie.

Tra loro ci sono persone rimaste sole, famiglie con bambini, persone con importanti problemi di salute e, non da ultimo, i miei genitori.

Mi riferisco all’ormai noto fatto di cronaca avvenuto nelle prime ore della notte del 28 luglio, quando una o più persone, con un gesto vile e irresponsabile, hanno dato dolosamente fuoco a un cumulo di rifiuti e materiali di risulta provenienti dai lavori di ristrutturazione delle facciate delle abitazioni ATER situate in Via G. Di Vittorio.

C’è però un particolare gravissimo che non può essere ignorato: quel materiale, in parte infiammabile e comunque pericoloso sotto diversi punti di vista, era stato lasciato per mesi incustodito e abbandonato sotto il palazzo.

Quella notte, proprio quel cumulo di materiali è diventato il punto di origine di un incendio che ha coinvolto lo stabile.

Fortunatamente non ci sono state vittime, anche se alcune persone sono rimaste intossicate e hanno avuto bisogno di urgenti cure mediche in pronto soccorso.

E ringrazio Dio che quella notte i miei genitori non fossero in casa.

Il loro appartamento si trova al primo piano, proprio sopra quello che è stato l’epicentro delle fiamme.

Non voglio nemmeno soffermarmi su ciò che sarebbe potuto accadere se fossero stati lì.

Voglio invece ringraziare sinceramente tutti coloro che quella notte sono intervenuti: in particolare i Vigili del Fuoco e gli agenti del Commissariato di Polizia di Stato, che hanno svolto un lavoro encomiabile, mettendo in sicurezza lo stabile e portando in salvo, anche attraverso una scala esterna, persone terrorizzate e spaventate da quanto stava accadendo.

Ma quello che è successo quella notte non è finito con lo spegnimento dell’incendio.

Sono passati oltre 25 giorni e, concretamente, la situazione è ancora ferma.

Ad oggi, per quanto riguarda la situazione che conosco direttamente:

gli ambienti non sono stati sanificati;

l’androne e le scale non sono stati adeguatamente puliti;

non sono stati effettuati sopralluoghi specifici per quantificare i danni;

le famiglie continuano a vivere una situazione di profonda incertezza;

e, cosa ancora più dolorosa, i miei genitori e tutti gli altri condomini, sono tuttora fuori dalla loro casa.

Mio padre, a 91 anni, è regolarmente assegnatario dell’immobile ai sensi della Legge 763/1981 e oggi si trova, insieme a mia madre, nell’impossibilità di rientrare nella propria abitazione.

A rendere ancora più grave la situazione si è aggiunto lo sciacallaggio avvenuto nei giorni scorsi a seguito del quale l appartamento dei miei è stato messo a soqquadro, rubati oggetti e televisori e la porta d’ingresso dell’appartamento è stata manomessa e bloccata dall’interno, impedendo di fatto qualsiasi accesso.

Fa male vedere i miei genitori, che hanno vissuto per anni nella loro casa, attoniti, sconsolati e impotenti davanti alla sensazione di aver perso così tanto nel giro di pochissimo tempo.

E loro non sono soli.

Ci sono altre famiglie che oggi sono costrette a dormire da parenti, quando hanno la fortuna di averne. Altre fanno la spola tra un albergo e una sistemazione temporanea.

E il problema, credetemi, non è soltanto materiale.

Non è solo non avere una casa, non poter ritrovare le proprie abitudini, i propri oggetti, le proprie comodità.

È soprattutto una questione umana ed emotiva.

È paura. È ansia. È smarrimento. È la sensazione di non sapere quando e come si potrà tornare alla normalità.

Ed è proprio per questo che oggi sono qui.

Non per polemizzare. Non per lamentarmi.

Anche se, vi assicuro, i motivi per farlo sarebbero moltissimi.

Scrivo per chiedere un aiuto concreto a chi può e, soprattutto, a chi DEVE intervenire.

Perché dopo 25 giorni abbiamo bisogno di FATTI, non di giustificazioni.

Abbiamo bisogno di sapere chi è responsabile di cosa, quali interventi devono essere eseguiti e soprattutto quando verranno eseguiti.

Il fatto che il proprietario degli immobili sia ATER non può trasformarsi in un continuo rimpallo di responsabilità e nella difficoltà, per i cittadini, di individuare un funzionario o un referente che si faccia concretamente carico della situazione.

Per questo chiedo pubblicamente:

A chi dobbiamo rivolgerci?

Qual è l’ufficio competente?

Chi deve disporre gli interventi?

Chi deve effettuare i sopralluoghi?

Quando verranno sanificati e ripristinati gli ambienti?

Quando queste dieci famiglie potranno finalmente avere risposte concrete?

Chiedo a chiunque abbia competenze, conoscenze o possibilità di intervenire di darci una mano.

E chiedo a tutti voi una cosa altrettanto importante:

CONDIVIDETE QUESTO ARTICOLO.

Facciamolo arrivare alle istituzioni, agli amministratori, agli organi competenti, ai rappresentanti del territorio e a chiunque possa contribuire a sbloccare questa situazione.

Perché il silenzio, dopo tutto quello che è successo, non può essere la risposta.

Dieci famiglie stanno aspettando.

Dieci famiglie hanno bisogno di risposte.

Dieci famiglie hanno diritto a tornare a casa.

Non chiediamo privilegi.

Chiediamo soltanto che qualcuno si assuma le proprie responsabilità e che, finalmente, si passi dalle parole ai fatti».

Barbara Manenti




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 Daniel Lestini

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