L’odore del corpo contiene migliaia di molecole
Non serviva il respiro. E nemmeno un prelievo di sangue. Ai ricercatori sono bastati semplici tamponi di cotone passati nel naso, nell’orecchio e nell’ombelico per raccogliere le sostanze volatili prodotte dal corpo e provare a capire se una macchina potesse riconoscere, al loro interno, una sorta di impronta della malattia.
È l’idea al centro di uno studio pubblicato il 21 settembre 2026 su Scientific Reports da ricercatori del Fraunhofer Institute for Integrated Circuits e della Technische Universität Dresden, insieme ad altri collaboratori europei.
Il principio di partenza è affascinante ma scientificamente concreto: il corpo umano emette continuamente composti organici volatili, i cosiddetti VOC, piccole molecole prodotte dai processi metabolici e fisiologici. Nel respiro e nei fluidi corporei ne sono state catalogate migliaia. Una malattia può modificare metabolismo, infiammazione e attività cellulare e, di conseguenza, alterare anche alcune di queste sostanze.
La domanda dei ricercatori era quindi semplice: queste differenze possono essere lette da uno strumento come una firma molecolare?
Il nuovo esperimento suggerisce che potrebbe essere possibile. Ma la distanza da un dispositivo capace di diagnosticare una malattia in ospedale o a casa resta ancora notevole.
Ventiquattro persone e tre tamponi per ciascuna
Lo studio ha coinvolto 24 partecipanti, divisi in quattro gruppi da appena sei persone: soggetti sani, pazienti con malattia di Parkinson, persone con deterioramento cognitivo lieve e pazienti con Covid-19 confermato mediante PCR.
Per ogni partecipante sono stati prelevati campioni da naso, orecchio e ombelico. I tamponi sono stati poi inseriti in un sistema di spettroscopia fotoacustica basata su laser, o LPAS.
La tecnologia utilizza tre moduli laser a cascata quantica nel medio infrarosso, coprendo lunghezze d’onda comprese fra 5,6 e 12,9 micrometri. Quando le molecole volatili assorbono la luce laser generano un segnale che può essere trasformato in una sorta di impronta spettrale.
I ricercatori non cercavano necessariamente una singola molecola capace di dire “questo è Parkinson” oppure “questo è Covid”. Hanno scelto invece di analizzare l’intero profilo spettrale, applicando poi un’analisi statistica multivariata, la principal component analysis o PCA, per verificare se i diversi gruppi tendessero a occupare zone differenti.
Ed è qui che è emerso il risultato più interessante.
Parkinson, Covid e declino cognitivo mostravano profili differenti
Nei campioni nasali, la combinazione delle prime due componenti principali mostrava una struttura di gruppo riconducibile alle quattro condizioni studiate. Anche i tamponi prelevati dall’ombelico e dall’orecchio contenevano informazioni discriminanti, sebbene con caratteristiche differenti.
Gli autori hanno inoltre effettuato un secondo piccolo controllo: tre ulteriori campioni di persone con Parkinson, raccolti due settimane dopo, sono stati proiettati sul modello statistico precedentemente costruito e si sono collocati vicino al gruppo Parkinson originale.
Un altro dato potrebbe essere importante per lo sviluppo futuro della tecnologia. Analizzando l’intero spettro, gli scienziati hanno scoperto che gran parte dell’informazione necessaria a separare i gruppi poteva essere conservata utilizzando soltanto cinque lunghezze d’onda selezionate.
È un dettaglio tecnico con una conseguenza pratica: se il risultato fosse confermato, un eventuale strumento futuro non avrebbe necessariamente bisogno di analizzare uno spettro enorme. Potrebbe quindi diventare più piccolo e semplice.
Lo studio nasce anche nel contesto del progetto europeo SMELLODI — Smart Electronic Olfaction for Body Odor Diagnostics, finanziato dall’Unione europea e coordinato dalla Technische Universität Dresden, nato proprio con l’obiettivo di sviluppare tecnologie capaci di “digitalizzare” l’odore corporeo per applicazioni mediche.
Non è ancora un naso elettronico che fa diagnosi
È però proprio qui che bisogna separare la suggestione tecnologica da ciò che lo studio dimostra realmente.
Il campione comprende soltanto 24 persone. Sei pazienti per condizione sono troppo pochi per conoscere sensibilità, specificità e affidabilità diagnostica di un eventuale test destinato alla popolazione.
Soprattutto, gli stessi ricercatori precisano di non aver sviluppato né validato un modello di classificazione supervisionato. La PCA utilizzata nello studio mostra che nei dati esiste una struttura capace di separare a livello di gruppo le diverse condizioni, ma non dimostra che una macchina possa ricevere il tampone di un nuovo paziente sconosciuto e stabilire correttamente quale malattia abbia.
Anzi, i singoli campioni presentano sovrapposizioni maggiori di quanto potrebbe suggerire una lettura superficiale dei grafici.
C’è poi un altro possibile fattore confondente: l’età. Parkinson e deterioramento cognitivo lieve interessano prevalentemente persone più anziane e nello studio l’età risultava correlata alle componenti principali. Gli autori riconoscono che serviranno popolazioni più grandi e correttamente appaiate per età per capire quanto del segnale dipenda realmente dalla malattia.
Altri elementi della vita quotidiana possono inoltre modificare i VOC: alimentazione, farmaci, igiene personale, ambiente e caratteristiche individuali.
La sfida è trasformare un’impronta molecolare in un vero test
Il fascino della ricerca sui VOC nasce dalla possibilità di arrivare, un giorno, a strumenti diagnostici non invasivi, rapidi e potenzialmente miniaturizzabili.
La medicina studia da anni le molecole volatili del respiro e del corpo. Tecniche come la gascromatografia associata alla spettrometria di massa possono identificarle con grande precisione, ma richiedono apparecchiature complesse. La spettroscopia fotoacustica prova a seguire una strada diversa: utilizzare l’assorbimento della luce infrarossa per leggere rapidamente una firma molecolare complessa.
Il nuovo lavoro aggiunge un elemento particolare: invece di concentrarsi soltanto sull’aria espirata, utilizza tamponi cutanei e nasali, più facili da raccogliere, conservare e analizzare. Secondo gli autori potrebbero anche essere meno esposti di un campione di respiro ad alcune variazioni legate a cibo, attività fisica o farmaci.
Ma il prossimo passaggio sarà quello decisivo: ripetere l’esperimento su centinaia o migliaia di persone, includere malattie simili tra loro, controllare meglio età e altri fattori confondenti e, soprattutto, verificare il sistema su pazienti che il modello non ha mai visto.
Solo allora si potranno calcolare parametri indispensabili per qualsiasi test medico, come sensibilità, specificità e capacità di distinguere realmente una patologia da un’altra.
Per ora, quindi, non esiste un tampone dell’odore capace di diagnosticare Parkinson, Covid o deterioramento cognitivo. Esiste però una prova di principio interessante: le molecole che il nostro corpo disperde nell’ambiente sembrano contenere informazioni che un laser può leggere.
E se quelle impronte si dimostreranno abbastanza stabili e specifiche, il “fiuto” del medico del futuro potrebbe non essere un naso, ma uno spettrometro.
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Graunke T., Scholz T., Pieniak M. et al. Detection of disease-associated VOC signatures with laser-based photoacoustic spectroscopy (LPAS), Scientific Reports, 21 settembre 2026, vol. 16, articolo 29252. DOI: 10.1038/s41598-026-68298-9.
Commissione europea — progetto Horizon Europe SMELLODI, Smart Electronic Olfaction for Body Odor Diagnostics, grant agreement 101046369.
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