Di solito siamo portati ad associare l’età anziana a una condizione di relativa stabilità patrimoniale, pensando ai pensionati come proprietari della casa in cui vivono e al riparo dalle insidie del mercato immobiliare. Questa idea rassicurante non ci permette di vedere tuttavia una frattura sociale sempre più profonda: la crescita esponenziale delle persone che raggiungono la vecchiaia senza un’abitazione sicura, confinate in alloggi degradati o costrette a vivere in strada e nelle strutture d’emergenza. Come spiega un rapporto congiunto diffuso dalla federazione europea FEANTSA e dalla Fondation pour le Logement des Défavorisés, la popolazione priva di una dimora stabile in Europa ha superato la soglia di 1,4 milioni di individui. All’interno di questa platea in costante aumento, almeno 170mila persone hanno più di 65 anni, una stima al ribasso che mette a nudo l’inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale di fronte all’invecchiamento della popolazione.
La crescita dell’esclusione abitativa non rappresenta un fenomeno isolato, ma una tendenza documentata in quasi tutti gli ordinamenti europei. Negli ultimi dieci anni, il numero delle persone senza casa è quadruplicato in Irlanda, è cresciuto dell’85 per cento nei Paesi Bassi e ha registrato un aumento del 187 per cento nella capacità ricettiva d’urgenza in Francia. Persino la Finlandia, a lungo considerata il modello di riferimento continentale per la progressiva eliminazione del fenomeno grazie alle politiche abitative pubbliche, ha registrato un brusco arretramento: dopo decenni di calo ininterrotto, i tagli ai sussidi per l’affitto e alla spesa sociale decisi dal governo hanno innescato un aumento delle persone senza dimora pari al 34 per cento tra il 2023 e il 2025. In questo quadro generale, la componente anziana mostra un’accelerazione particolarmente preoccupante: in Ungheria quasi una persona senza dimora su due ha più di sessant’anni, a fronte del 13 per cento registrato nel 2011, mentre in Spagna la presenza di ultrasessantacinquenni privi di casa è aumentata del 161 per cento negli ultimi due decenni. In Italia, le rilevazioni condotte dall’Istat in collaborazione con la federazione fio.PSD contano quasi centomila persone senza dimora anagraficamente registrate, nelle quattordici principali città metropolitane, gli over 60 costituiscono oltre il 10 per cento di chi dorme all’addiaccio e quasi un quinto degli ospiti dei dormitori.
A rendere drammatica la condizione delle persone anziane senza dimora interviene il fenomeno dell’invecchiamento accelerato, ampiamente documentato dalla letteratura clinica e geriatrica. Vivere per strada, in rifugi improvvisati o nei dormitori d’emergenza sottopone l’organismo a un logoramento biologico estremo, al punto che condizioni tipiche della tarda età (sindromi geriatriche, limitazioni motorie, declino cognitivo e incontinenza) compaiono molto prima rispetto alla popolazione generale, manifestandosi spesso già prima dei cinquant’anni. Le conseguenze sulla speranza di vita sono devastanti: in Francia l’età media di decesso tra le persone senza fissa dimora si attesta a 49 anni, mentre in Italia i rilievi condotti dalla federazione fio.PSD documentano nel 2025 un’età media alla morte pari a 46,3 anni, oltre tre decenni al di sotto della media nazionale. Trascorrere cinque anni in strada equivale a perdere circa vent’anni di aspettativa di vita.
Le strutture di accoglienza temporanea e i dormitori pubblici risultano strutturalmente impreparati ad affrontare la perdita di autonomia funzionale dei propri ospiti. Progettati per offrire risposte provvisorie a persone giovani o fisicamente autonome, i centri si trovano spesso all’interno di edifici storici privi di ascensori, con barriere architettoniche e rampe di scale che trasformano le camere ai piani superiori in veri e propri luoghi di reclusione. La presenza di dormitori comuni con letti a castello aumenta il rischio di cadute e fratture, mentre le regole ordinarie di molti rifugi notturni – che impongono agli utenti di lasciare i locali al mattino – costringono anziani con patologie croniche a deambulare per ore negli spazi pubblici prima di poter rientrare la sera. A questo si aggiunge la carenza di personale infermieristico: gli operatori sociali si trovano quotidianamente a gestire compiti di assistenza primaria, come la somministrazione di terapie farmacologiche complesse, l’igiene personale o il supporto durante i pasti, senza disporre delle qualifiche e delle risorse necessarie.
Questa inadeguatezza logistica si scontra con una rigida frammentazione istituzionale, che intrappola le persone anziane più vulnerabili in un vuoto burocratico. I servizi di assistenza per i senza dimora considerano questi soggetti troppo fragili o bisognosi di cure mediche per i propri percorsi di reinserimento lavorativo, mentre le residenze sanitarie assistenziali e le case di riposo rifiutano spesso l’accesso a causa di rette troppo alte, liste d’attesa che possono durare anni o criteri di esclusione legati a dipendenze pregresse e disturbi del comportamento. In assenza di alternative adeguate, molti anziani finiscono per trascorrere i loro ultimi giorni in un letto di dormitorio circondati da estranei.
L’esclusione abitativa degli anziani si manifesta tuttavia anche all’interno delle mura domestiche, attraverso forme silenziose di deprivazione materiale e insicurezza contrattuale. Sebbene la proprietà dell’abitazione rimanga la condizione prevalente per molti pensionati, la quota di persone che vive in affitto sul mercato privato affronta rischi economici insostenibili. In paesi come la Spagna o il Regno Unito, dove i canoni di locazione sono cresciuti fino a raddoppiare in dieci anni mentre le pensioni hanno subito una progressiva perdita di potere d’acquisto, l’avviso di sfratto o la scomparsa del coniuge – con il conseguente dimezzamento del reddito familiare – spingono rapidamente le famiglie formate da un solo componente verso la povertà estrema. Il rapporto evidenzia come in Italia oltre 300mila nuclei anziani composti da una sola persona vivano in locazione sul mercato privato destinando più del 40 per cento dell’intero assegno pensionistico al solo canone d’affitto, alimentando una spirale che vede ogni anno decine di migliaia di procedimenti di sfratto per morosità incolpevole a carico di pensionati con trattamenti minimi. A fronte di questo sovraccarico, le graduatorie comunali per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica restano bloccate da tempi d’attesa medi superiori ai cinque anni, riuscendo a soddisfare a livello nazionale meno del 5 per cento delle domande presentate da anziani in condizioni di fragilità. Chi invece vive in una casa di proprietà si trova spesso bloccato in alloggi degradati, privi di isolamento termico e impossibili da riscaldare in inverno o raffrescare in estate. L’inadeguatezza termica delle abitazioni si traduce in un problema di sopravvivenza: tra giugno e agosto del 2026, l’eccesso di mortalità legato alle ondate di calore in Europa ha registrato oltre 30mila decessi tra gli ultrasessantacinquenni, a riprova di come la qualità delle abitazioni rappresenti un elemento primario per la salute collettiva. All’interno di questo bilancio, l’Italia figura tra le aree più vulnerabili con una stima di oltre settemila decessi tra gli anziani fragili, un dato fortemente correlato all’anzianità del parco immobiliare nazionale, dove quasi la metà delle abitazioni occupate da pensionati soli è stata edificata prima degli anni Settanta e risulta del tutto sprovvista di standard minimi di efficienza energetica.
Per arginare questa crisi sistemica, i ricercatori e le organizzazioni della società civile sollecitano un cambiamento radicale nelle politiche pubbliche, che superi l’approccio dell’emergenza per adottare interventi strutturali fondati sui diritti. Le esperienze positive documentate in diverse città europee – dai progetti pilota che adattano il modello dell’accoglienza in appartamenti indipendenti (Housing First) alle esigenze degli over 65, fino alle residenze intergenerazionali e ai programmi di ristrutturazione mirati per eliminare le barriere architettoniche nei quartieri popolari – dimostrano l’efficacia di un’assistenza domiciliare integrata. Modelli che anche in Italia, attraverso le sperimentazioni avviate in contesti urbani come Milano, Bologna e Torino su co-housing sociale e alloggi protetti per anziani vulnerabili, hanno dimostrato di poter ridurre fino all’80 per cento i ricoveri ospedalieri impropri e di rallentare sensibilmente il declino funzionale tipico della solitudine involontaria. Difendere il diritto alla casa nell’età anziana richiede investimenti certi nel prossimo bilancio comunitario, l’ampliamento dell’edilizia residenziale pubblica e la garanzia di pensioni dignitose, affinché la vecchiaia non coincida con la perdita della libertà di scegliere dove e come vivere.
(Foto di Jose Manuel Esp su Unsplash)
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