Il 17 ottobre, sull’Île Seguin, a Boulogne-Billancourt, aprirà Large – Cultures contemporaines, un nuovo centro d’arte di 5mila metri quadrati destinato ad ampliare la geografia culturale della Grande Parigi. Il progetto, promosso dal gruppo immobiliare Emerige, sorge sulla Pointe des Arts, in un territorio profondamente segnato dalla storia industriale francese: proprio su quest’isola della Senna si trovavano gli stabilimenti Renault, oggi al centro di una vasta trasformazione urbana e culturale.
A guidare l’iniziativa è Laurent Dumas, imprenditore e collezionista francese che negli ultimi decenni ha progressivamente ampliato il proprio ruolo nel sistema dell’arte. Presidente del consiglio di amministrazione del Palais de Tokyo e presidente dell’École des Beaux-Arts de Paris, Dumas è stato tra i principali sostenitori della giovane scena artistica francese attraverso il Fonds de dotation Emerige e la Bourse Révélations Emerige, programma dedicato all’individuazione e all’accompagnamento dei talenti emergenti. È inoltre entrato nel capitale della casa d’aste Piasa, fa parte del Global Patrons Council di Art Basel ed è stato tra i primi firmatari dell’iniziativa «1 immeuble, 1 œuvre», nata per promuovere la presenza dell’arte contemporanea negli edifici e negli spazi urbani.
Con Large, questo impegno assume una dimensione istituzionale e permanente. Il nuovo centro nasce con l’obiettivo di sostenere la produzione contemporanea francese, favorirne la circolazione internazionale e raggiungere un pubblico più ampio rispetto a quello tradizionalmente coinvolto nel sistema dell’arte. La mostra inaugurale, «Moteur Imaginaire», è affidata alla curatrice italiana Cecilia Alemani e prende avvio dalla storica collezione d’arte Renault, mettendola in relazione con la produzione contemporanea attraverso un progetto che comprende anche diciassette nuove commissioni. Una scelta che lega simbolicamente la nuova destinazione culturale dell’isola alla sua memoria industriale.
Alla vigilia dell’apertura, abbiamo incontrato Laurent Dumas per discutere del rapporto tra collezionismo e mecenatismo, delle difficoltà che attraversano il sistema delle gallerie, della necessità di sostenere le nuove generazioni di artisti e del ruolo che l’arte può assumere nella trasformazione delle città.
Qual è stato il suo primo incontro significativo con l’arte? C’è un’opera o un artista che ha cambiato il suo modo di guardare il mondo? Da dove nasce questa sensibilità?
Il mio primo ricordo legato all’arte risale all’infanzia. A casa dei miei nonni c’erano due piccoli quadri: uno raffigurava un fiume, l’altro una fattoria. Credo siano stati loro a farmi scoprire che l’arte è una finestra sul mondo, un modo per guardarlo con occhi diversi, ma anche per guardare dentro noi stessi. Più tardi, con il mio primo stipendio, acquistai una natura morta, un mazzo di rose di Bellanger-Adhémar. Poi arrivò Bram van Velde, con una litografia che suscitò in me un’emozione molto profonda. Non ho mai vissuto l’arte come un percorso accademico. L’ho scoperta attraverso le opere, gli artisti e gli atelier. Anche la mia collezione è nata così, in modo del tutto spontaneo. L’ho detto più volte: la considero meno una collezione che un percorso di iniziazione.
Quando la sua passione personale per l’arte si è trasformata in un impegno pubblico? Che cosa l’ha spinta a passare dal collezionismo a un ruolo attivo nel sistema culturale?
Non credo ci sia stato un momento preciso. È stato piuttosto un passaggio graduale. Man mano che il mio interesse per l’arte cresceva, sentivo sempre più il bisogno di condividere questa passione con un pubblico più ampio. Collezionare esclusivamente per se stessi mi è sempre sembrato, in qualche modo, vano. Ai miei occhi, una collezione ha senso soltanto se circola, se crea relazioni e se può essere condivisa.
È stato sostenendo la creazione artistica francese che sono passato, come dice lei, da collezionista a protagonista del mondo culturale. Più che una passione, il mio è un impegno. Credo profondamente nella ricchezza della nostra scena artistica e nella necessità di offrirle gli strumenti per svilupparsi, essere vista e affermarsi. Sostengo la scena francese da ormai trent’anni e oggi, con il nostro centro d’arte Large sull’Île Seguin, questo impegno assume una nuova dimensione. Desidero offrire agli artisti che vivono e lavorano sul nostro territorio un luogo nel quale possano esporre ed essere riconosciuti, invitando al tempo stesso importanti curatori internazionali a rivolgere il proprio sguardo a questa scena e a contribuire alla sua diffusione oltre i confini francesi.
Oggi è alla guida di Emerige, un importante gruppo immobiliare francese, presiede l’École des Beaux-Arts de Paris ed è impegnato in numerose istituzioni e iniziative artistiche. Come concilia questi diversi ruoli? È ancora possibile distinguere il collezionista, l’imprenditore e il mecenate?
Non li ho mai realmente separati. Il collezionista, l’imprenditore e il mecenate nascono, nel mio caso, dalla stessa sensibilità e dalla medesima convinzione: l’arte, l’architettura e la bellezza hanno il potere di trasformare il nostro sguardo e il nostro modo di vivere.
Quando integro un’opera in un edificio, lavoro con un architetto, sostengo un giovane artista o collaboro con un’istituzione, perseguo in fondo la stessa ambizione: portare l’arte nella vita quotidiana e renderla accessibile al maggior numero possibile di persone. Le mie responsabilità all’interno delle istituzioni culturali prolungano naturalmente questo impegno, ma comportano anche un’esigenza ulteriore: saper andare oltre i propri gusti personali. Un collezionista può scegliere seguendo la propria sensibilità; chi opera nel mondo della cultura deve invece creare le condizioni affinché possano emergere nuovi sguardi, nuove sensibilità e nuove generazioni di artisti.
Ha investito molto nel sostegno ai nuovi talenti, in particolare attraverso la Bourse Révélations Emerige e il programma «1 immeuble, 1 œuvre». Perché questa particolare attenzione agli artisti emergenti?
Perché è probabilmente in questa fase che si può essere più utili. Un artista affermato trova più facilmente una galleria, un’istituzione o un collezionista. I giovani artisti, invece, sono particolarmente vulnerabili nei primi anni della loro carriera. Hanno bisogno di esporre, incontrare professionisti, trovare una galleria, vendere una prima opera e poi riuscire a continuare a lavorare. È una catena nella quale, a volte, basta che venga a mancare un solo anello perché un percorso si interrompa.
Ma c’è anche qualcosa di più personale: i giovani artisti mi danno moltissimo. Il loro modo di guardare il mondo, la loro libertà, la capacità di mettere in discussione le regole e trasformare la realtà affinano anche il mio sguardo. Ho sempre considerato gli atelier degli artisti luoghi nei quali ricevo energia, piuttosto che consumarla. Con la Bourse Révélations ho visto nascere delle vocazioni e ho scoperto quanto questi artisti potessero alimentare anche il mio modo di concepire il lavoro. In un settore immobiliare necessariamente condizionato dalla tecnica, dai vincoli e dalla finanza, il confronto con altri immaginari è estremamente prezioso.
In un’intervista al quotidiano francese «Les Échos» del 2017 aveva già richiamato l’attenzione sulla fragilità dell’ecosistema delle gallerie. A quasi dieci anni di distanza, mentre questo modello è sottoposto a pressioni ancora maggiori, pensa sia necessario inventare nuove forme di sostegno agli artisti? La conclusione della Bourse Révélations e la nascita di Large riflettono un’evoluzione del suo modo di intervenire nel sistema dell’arte?
Sì, certamente, ma non credo che si debbano contrapporre i diversi modelli. Ho imparato molto dai galleristi. Alcuni mi hanno letteralmente insegnato a guardare. Una galleria non è semplicemente un luogo nel quale si vende un’opera: accompagna un artista, contribuisce a costruirne il percorso, spiega il suo lavoro e lo mette in relazione con collezionisti e istituzioni. La Bourse Révélations rispondeva a un momento preciso e a una necessità: individuare giovani artisti, dare loro visibilità, metterli in contatto con le gallerie e accompagnarli all’inizio del loro percorso. C’è stato un periodo di sperimentazione con i programmi che abbiamo creato, seguito da una fase di elaborazione e costruzione. Con Large inizia ora il tempo della gestione, della programmazione e dell’incontro con il pubblico.
Non si tratta quindi di rinunciare al sostegno dei nuovi talenti, ma di ampliare il nostro modo di agire: sostenere gli artisti, naturalmente, ma anche esporli nelle migliori condizioni, invitare curatori internazionali a confrontarsi con il loro lavoro, far riscoprire artisti talvolta dimenticati e, soprattutto, creare un pubblico.
Con Large compie un nuovo passo: non realizza più soltanto programmi di sostegno o iniziative espositive, ma un vero e proprio centro d’arte. Qual è l’ambizione fondamentale del progetto? Che cosa ha voluto creare che ancora non esisteva a Parigi?
Parigi possiede naturalmente istituzioni straordinarie. Non si trattava certo di aggiungerne un’altra riproducendo ciò che già esiste. Large deve avere una propria personalità: una programmazione fortemente attenta alla scena francese, ma osservata attraverso uno sguardo internazionale, anche grazie a curatori come Cecilia Alemani, alla quale abbiamo affidato la nostra prima mostra, «Moteur Imaginaire».
Volevo inoltre creare un luogo accogliente. È un aspetto essenziale. Un centro d’arte può talvolta intimorire chi pensa di non possedere i codici necessari per comprendere l’arte contemporanea. Fin dall’inizio, al contrario, ho immaginato un’architettura e un progetto capaci di invitare anche le persone più timide, quelle più lontane dall’arte, a varcarne la soglia. Large deve essere esigente senza essere intimidatorio.
Perché ha scelto proprio l’Île Seguin, anziché una posizione più centrale a Parigi?
Proprio perché è l’Île Seguin. Tutto è partito da un’opportunità immobiliare, quella di rilevare i diritti edificatori sulla punta a monte dell’isola. Ma questa opportunità ha incontrato immediatamente una storia e un’ambizione. La città di Boulogne-Billancourt voleva attribuire all’isola una forte dimensione culturale, nel prolungamento della Vallée de la Culture. La Seine Musicale era già presente e io desideravo ampliare il nostro impegno a favore della creazione artistica, rendendola accessibile a un pubblico molto più ampio.
Mi piace anche l’idea che si debba attraversare un ponte. Si lascia simbolicamente qualcosa alle spalle e si arriva in un territorio che porta con sé una storia industriale e operaia estremamente forte, che oggi si sta trasformando senza cancellarla. Tra i miei riferimenti ci sono stati soprattutto Naoshima, in Giappone, e Inhotim, in Brasile: luoghi per i quali si accetta di spostarsi perché architettura, paesaggio e arte costituiscono un insieme. È ciò che vorrei offrisse anche Large.
Una delle sfide principali sarà quella del pubblico. Large si trova al di fuori dei circuiti turistici e culturali più frequentati di Parigi. Come pensa di attirare persone che non visitano abitualmente i centri d’arte contemporanea? A chi desidera rivolgersi?
Fin dall’inizio, la sfida non è stata soltanto convincere coloro che già frequentano gallerie, fiere e musei. Loro verranno naturalmente. La vera sfida consiste nel far arrivare tutti gli altri.
È anche per questo che Large si inserisce in un luogo di vita come la Pointe des Arts. Si potrà venire sull’Île Seguin per vedere un film, pranzare, passeggiare nel parco, scoprire le sculture e poi entrare da Large. Il cinema Pathé, i ristoranti, l’hotel, gli uffici, i negozi e il parco offrono motivi molto diversi per raggiungere l’isola.
La nostra ambizione è fare dell’Île Seguin una destinazione culturale di primo piano della Grande Parigi.
Large si inserisce in un progetto molto più ampio di trasformazione dell’Île Seguin. In che misura considera l’arte uno strumento capace di modificare l’identità di un territorio?
Credo profondamente che l’arte possa cambiare il modo in cui guardiamo un luogo e, di conseguenza, progressivamente, il modo in cui lo viviamo.
È una convinzione che ho maturato anche nel mio mestiere di promotore immobiliare. Costruire una città non significa soltanto produrre metri quadrati. Un edificio può essere funzionale e tuttavia non suscitare nulla. Al contrario, l’architettura, l’arte e il paesaggio possono dare un’identità a un quartiere e creare una forma di attaccamento. L’Île Seguin è evidentemente un caso particolare, perché la sua storia è straordinariamente forte. Non volevamo assolutamente cancellare Renault per costruire artificialmente una nuova identità culturale. Volevamo partire da questa storia e scriverne il seguito.
È proprio per questo che la prima mostra di Large è dedicata alla Collection Renault. Mi sembrava impensabile inaugurare il centro senza raccontare questa vicenda artistica e industriale e senza rendere omaggio all’azienda, così come alle donne e agli uomini che hanno lavorato sull’isola.
Tra dieci anni, che cosa le farebbe dire che Large ha avuto successo? Il numero di visitatori, il riconoscimento internazionale, la scoperta di nuovi artisti, il radicamento nel territorio oppure qualcos’altro?
Tutti questi criteri saranno naturalmente importanti. Desidero che Large sia riconosciuto, che curatori, artisti e istituzioni di tutto il mondo vogliano lavorare qui. Vorrei che contribuisse a far conoscere e valorizzare gli artisti francesi oltre i nostri confini.
Ma se mi chiede che cosa mi toccherebbe di più, probabilmente sarebbe qualcosa di diverso. Se, tra dieci anni, qualcuno mi raccontasse di essere entrato a Large quasi per caso, a quindici anni, e che un’opera gli ha fatto venire voglia di diventare artista, architetto, cineasta o semplicemente di guardare il mondo in modo diverso, allora avremmo realizzato qualcosa di importante.
Per la mostra inaugurale ha scelto Cecilia Alemani, una delle curatrici più riconosciute della scena internazionale. È stata un’occasione particolare oppure una scelta precisa per attribuire fin dall’inizio a Large una dimensione internazionale?
È naturalmente una scelta molto forte. Fin dall’apertura volevo affermare un principio che sarà fondamentale per Large: sostenere la scena artistica che vive sul nostro territorio senza ripiegarla su se stessa. Per far conoscere e valorizzare gli artisti francesi all’estero è necessario anche invitare sguardi provenienti da altri Paesi.
Cecilia Alemani possiede precisamente questa capacità di osservare una storia con grande libertà. Affidarle la curatela della mostra inaugurale, concepita a partire dai capolavori storici della Collection Renault, significava darle accesso a un patrimonio artistico eccezionale, rimasto, salvo una o due opere, ancora sostanzialmente inedito al pubblico. Si trattava anche di chiederle di mettere questa collezione in relazione con la creazione contemporanea. La mostra associa così il patrimonio storico a opere recenti, tra cui diciassette nuove commissioni realizzate da artisti viventi.
La sua presenza afferma naturalmente, fin dall’apertura, l’ambizione internazionale di Large. Ma non volevo assolutamente che un nome prestigioso fosse semplicemente apposto come una firma su un progetto. Ciò che mi interessa è il suo sguardo. Large deve poter invitare i migliori curatori internazionali a osservare la nostra scena artistica, interrogarla e, spero, contribuire successivamente a farla conoscere e valorizzare nel mondo.
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