Il 16 settembre 2022 moriva Mahsa Amini, 22 anni, arrestata dalla polizia morale iraniana. La sua morte innescò una rivolta che attraversò l’Iran e scosse il mondo. Ieri, nel quarto anniversario, commercianti e bazar hanno aderito allo sciopero in numerose città del Kurdistan iraniano e dell’Iran occidentale. Per l’anniversario, la Coalizione delle Forze politiche del Kurdistan iraniano aveva invitato la popolazione a uno sciopero generale in memoria di Jina Mahsa Amini e delle proteste scoppiate dopo la sua morte. A Saqqez, la città di Jina, le forze di sicurezza hanno chiuso le strade che portano al cimitero di Aichi, impedendo alla famiglia Amini e ad altri cittadini di raggiungere la sua tomba.
Ieri la madre di Jina ha diffuso una registrazione della voce della figlia, mentre IranWire ha pubblicato un vecchio provino cinematografico di Jina. E in occasione dell’anniversario Amnesty International ha pubblicato una nuova indagine di oltre mille pagine sulla repressione di Donna, Vita, Libertà. Non è una semplice ricostruzione: Amnesty sostiene di avere ricostruito la catena di comando della repressione e identifica 87 funzionari che, secondo l’organizzazione, dovrebbero essere sottoposti a indagine per crimini contro l’umanità.
Inoltre il 15 settembre, alla vigilia dell’anniversario, è uscita in contemporanea internazionale l’autobiografia della premio Nobel Narges Mohammadi, Una donna non si arrende mai. La nostra battaglia per la libertà, la democrazia e i diritti umani in Iran, per Marsilio. È il libro scritto clandestinamente durante la detenzione a Evin, facendo uscire parti del manoscritto dal carcere grazie alle compagne di prigionia.
In tutto il Paese continua quella forma molto più difficile da reprimere di protesta che sono le donne che escono senza velo, gli artisti che sfidano la censura, i commercianti che proteggono i propri dipendenti, le persone che intervengono quando una donna viene fermata, gli scioperi della fame nelle carceri contro la pena di morte con i No to Execution Tuesdays. Secondo Iran Human Rights, nei primi otto mesi del 2026 sono state giustiziate almeno 532 persone e almeno 100 manifestanti arrestati durante le proteste del gennaio 2026 sono stati condannati a morte.
Ma nonostante questa atroce repressione, non si torna indietro perché dopo Donna, Vita, Libertà la società è cambiata. È proprio di questa trasformazione che hanno parlato ieri sera quattro attiviste di Donna, Vita, Libertà: Rayhane Tabrizi, Naeimeh Hosseini, Delshad Marsous e Leyla Mandrelli al CAM Garibaldi di Milano.

Rayhane Tabrizi, davanti a una platea attenta e affollata, ha detto che «la strada sarà lunga, ma la vittoria delle donne, soprattutto delle donne iraniane, sarà un esempio per tante donne nel mondo che vivono ancora sotto la repressione». E ha aggiunto: «Sono molto orgogliosa di portare questo slogan, che per me non è più soltanto uno slogan: è diventato il mio stile di vita. Significa prima di tutto rispettare me stessa come donna e rispettare gli altri. Vita per tutti, libertà per tutti».
Naeimeh Hosseini ha ricordato che «durante il Movimento Verde ero in strada con due mie amiche. Arrivarono i poliziotti per arrestarci e in un attimo la piazza si riempì di gente. Forse c’erano mille persone ma nessuno faceva niente. Ricordo un uomo molto vicino a me. Gli presi il braccio e gli dissi: “Aiutami, mi stanno portando via”. Lui si liberò e mi disse: “Io non posso fare niente”. Oggi invece la gente interviene perché sa di poter fare qualcosa. Il popolo iraniano non aspetta più un momento eccezionale per resistere. Dopo Donna, Vita, Libertà, la resistenza è diventata parte della vita quotidiana».
Le attiviste ieri hanno voluto spiegare perché il motto curdo Donna, Vita, Libertà, scandito per una giovane curda iraniana uccisa dal regime che pratica l’apartheid di genere, debba essere considerato una rivoluzione. Perché ha cambiato il modo in cui una società vede sé stessa, la libertà e la vita. Perché dopo quella ribellione ognuno a modo proprio ha cominciato a essere un attivista per la libertà. E anche perché ha creato un varco a quello che è successo dopo, a cavallo tra dicembre 2025 e gennaio 2026: una protesta popolare estesa in tutte le città, regioni e province.
E, come ha aggiunto Delshad Marsous, «la ribellione di Donna, Vita, Libertà dalla strada è entrata in casa, cambiando lo stile di pensiero delle famiglie. E la resistenza è entrata nel cinema e nell’arte. E questo prima non era mai successo».
Delshad Marsous ha citato il sociologo iraniano Saeed Madani, secondo cui negli ultimi dieci anni le proteste in Iran sono aumentate, si sono diffuse in sempre più aree del Paese e sono diventate sempre più presenti nella società. Un processo che non procede in linea retta, ma conosce avanzamenti, difficoltà e arretramenti. Donna, Vita, Libertà, aggiunge Marsous, ha prodotto però un cambiamento fondamentale: «Oggi siamo capaci di immaginare il futuro dell’Iran». Prima, dice, persino l’immaginazione rimaneva confinata dentro il perimetro della Repubblica islamica.
Leyla Mandrelli ha definito Donna, Vita, Libertà «il movimento di protesta più progressista della storia moderna dell’Iran», anzi, «uno dei movimenti più progressisti mai esistiti al mondo». È un movimento «femminile e femminista», spiega, ma la sua forza è stata quella di andare oltre le donne: ha unito minoranze etniche e religiose, persone discriminate in ogni parte dell’Iran. Persone che hanno riconosciuto in quelle tre parole «uno strumento di possibilità di trasformazione, possibilità di sognare il futuro».


Per Mandrelli la rivoluzione più profonda è avvenuta proprio nelle menti: gli iraniani «hanno smesso di autocensurarsi». «Quel velo non solo se lo sono tolti dalla testa, ma lo hanno tolto dalle menti. Donna, Vita, Libertà ha squarciato il velo della censura delle menti», dice. E proprio questa auto-censura delle proprie menti è uno degli strumenti più potenti attraverso i quali la Repubblica islamica ha esercitato il proprio controllo. Ma c’è un altro elemento che, secondo Mandrelli, distingue questa rivoluzione dalle precedenti opposizioni al regime: «Non basta dire no alla Repubblica islamica. Dobbiamo dire anche a cosa diciamo sì».
E Donna, Vita, Libertà questo lo ha ben chiaro: «Dice sì alla vita». Non c’è spazio per gli slogan di morte, per la vendetta, per la pena capitale. Non è un movimento contro la religione o contro il velo in sé, ma contro il velo obbligatorio e contro l’Islam politico come strumenti di dominio. E rivendica la propria autonomia anche da chi pretende di liberare l’Iran dall’esterno: «Donna, Vita, Libertà non ha bisogno di liberatori che arrivino con le bombe».
Quattro anni dopo la domanda non è più che cosa resta di Donna, Vita, Libertà, ma quanto profondamente essa abbia già cambiato l’Iran.
In apertura, presidio in solidarietà del popolo iraniano in Campidoglio, organizzato da Amnesty International Italia e Women Life Freedom for Peace and Justice (16 gennaio, 2026), foto di Valentina Stefanelli/Lapresse. Nella news, le foto di Rayhane Tabrizi, Naeimeh Hosseini, Delshad Marsous e Leyla Mandrelli al CAM Garibaldi di Milano.sono di Lorenzo Ceva Valla.
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